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Economia
Open Fiber, quei troppi KO della rete. Il nuovo report Infratel

La definizione o la rinuncia alla rete unica non sono l’unico problema che affligge l’infrastruttura delle telecomunicazioni in Italia. Se da una parte il Pnrr mostra chiaramente le perplessità di tutti i ministri Draghi in testa – su AccessCo così com’è stata disegnata, se dunque si parla di neutralità tecnologica per connettere tutte le aree bianche in modo decoroso, il nuovo report Infratel (ovvero del Mise) sulla qualità della rete di Open Fiber è impietoso.

Ad aprile sono stati recapitati all’azienda complessivamente 42.019 ordini. Di questi, il 22,2%, cioè 9.329, sono stati dichiarati “KO”. In gergo si tratta delle attivazioni che per ragioni tecniche non si riescono a fornire. Sono, cioè, procedure che non vanno a buon fine. Fonti vicine a Open Fiber, invece, fanno notare che spesso si tratta di errori "umani" che non dipendono da loro: ad esempio, nel caso di comunicazione da parte del cliente di un indirizzo errato.

Il che presta il fianco a due problemi rilevanti. Il primo è che per risolvere queste difficoltà bisogna far uscire un tecnico che prova a mettere mano alla rete secondaria che dall’armadio arriva alla casa del cliente. Costi operativi che si vanno a sommare a quelli già messi a preventivo quando si decide di creare una connessione ultraveloce.

Il secondo problema, ancora più grave, riguarda il fatto che tanti Ko vogliono dire che la rete non è fatta per niente bene. Tecnici cui Affaritaliani.it ha chiesto un parere sostengono che c’è una quota fisiologica di fallimenti che dovrebbe però attestarsi intorno al 5% del complessivo. Ma fonti vicine a Open Fiber smentiscono questa tesi: la rete è di qualità e soprattutto la quota fisiologica è intorno al 25%, quindi un valore superiore a quello dei KO registrati. Inoltre, nell'ultimo anno l'azienda ha iniziato a correre a ha cantieri in oltre 2.000 comuni. 

La domanda che a questo punto tutti si fanno è: come rimediare? È naturale che Tim, con cui Open Fiber ha da tempo aperto un gioco fatto di schermaglie e di reciproche accuse, faccia il tifo per un progressivo allontanamento della joint venture tra Cdp e Macquarie. Quest’ultima, d’altronde, dopo la vicenda di Atlantia e dei fondi – con Tci in testa – che non vogliono cedere la loro quota di Aspi, si ritrova con una nuova gatta da pelare. Chissà se qualcuno non si è già pentito di aver puntato sull’Italia...

(Segue...)

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