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Economia
Superlega, danno anche per JP Morgan. Bocciata sulle pratiche di sostenibilità

L’avidità è valida, l'avidità è giusta”, sentenziava il finanziere Gordon Gekko nella celebre pellicola Wall Street. Peccato che la scalata di JP Morgan al calcio europeo, come ha sentenziato il quotidiano britannico The Independent, con il progetto ora fallito della Superlega, campionato d'elite valutato quasi 30 miliardi di dollarisia costata cara anche alla regina mondiale delle banche d’affari con base a Manhattan. Non soltanto dunque ai dissidenti numeri uno dei blasonati club comunitari, su cui su è abbattuta una bufera mediatica di dimensioni globali che ha costretto i presidenti delle società, lo juventino Andrea Agnelli in primis, a dover fare marcia indietro, con forti danni d’immagine.

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La JP Morgan di Jamie Dimon, banchiere che viaggia con stipendi annuali da oltre 30 milioni di dollari e che nel primo trimestre di quest’anno ha macinato 14,3 miliardi di dollari di profitti, un record storico per la banca a stelle e strisce, è stata downgradata da Standard Ethics che ne ha tagliato il corporate rating di sostenibilità da “EE-“ a “E+”, livello che corrisponde al “non compliant” (non conforme, ndr) alle buone pratiche di borsa Esg.

Standard Ethics è un’agenzia di rating, come le tre grandi sorelle dei mercati internazionali S&P, Moody’s e Fitch, indipendente con sede a Londra che si pronuncia sulla sostenibilità del business degli emittenti e che, dopo l'annincio di domenica notte, ha messo nel mirino, come molti, sia gli orientamenti mostrati dalle squadre europee coinvolte nel progetto della Superlega del calcio, sia quelli della banca statunitense, giudicati “in contrasto con le migliori pratiche di sostenibilità”. Le best practice a cui rifarsi vengono definite dall'agenzia secondo i documenti dell'Onu, dell'Ocse e dell'Unione Europea, tenendo conto anche degli interessi di tutti gli stakeholder. 



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Agli analisti che assegnano i rating Esg non è sfuggito come JP Morgan, da banca storicamente vicina al blasonato Manchester United che aveva deciso di prender parte alla Nba del calcio disegnata dal miliardario spagnolo Florentino Perez e da Agnelli, abbia deciso di finanziare con un mega-prestito da 3,5 miliardi il progetto.

L’intento? Farlo decollare il prima possibile, sostenendo i singoli club (nelle cui casse sarebbe immediatamente arrivato un introito da poco meno di 250 milioni a società) ed accomodarsi così al futuro banchetto luculliano dei 10 miliardi di ricavi generabili nel medio periodo. Un piano contro cui si sono subito scagliati i principali stakeholder del sistema calcistico europeo: dalle associazioni che riuniscono i club di diversa dimensione ad alcuni dei maggiori leader politici dei Paesi coinvolti come il primo ministro britannico Boris Johnson e il premier italiano Mario Draghi, il cui giudizio negativo sul progetto è stato esplicitamente motivato con temi di sostenibilità come “i valori meritocratici e la funzione sociale dello sport”.

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Andrea Agnelli (Juventus) e Steven Zhang (Inter)
 


 

Da New York, i vertici di JP Morgan e lo stesso Dimon hanno dato il via libera al finanziamento da 3,5 miliardi, firmando subito l’impegno a staccare il maxi-assegno, dopo aver studiato nei minimi dettagli il business plan presentato da Perez&C.

Ora oltre ai presidenti, il danno, non solo di immagine, si è abbattuto anche sulla banca d’affari americana: gli investitori che si fanno guidare nelle proprie scelte di portafoglio anche dai fattori Esg, un tema centrale nelle decisioni degli investitori istituzionali capitanati dal colosso mondiale dell’asset management BlackRock, eviteranno di finanziare il gruppo di Dimon, comprandone azioni o sottoscrivendone le obbligazioni. E il “non compliant” di Standard Ethics pesa come un macigno.

@andreadeugeni

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