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Economia
Tim-OF, la rete unica finisce a carte bollate.Il muro su cui la politica va ko

Se il buongiorno si vede dal mattino, il “matrimonio della fibra” tra Telecom Italia Open Fiber sarà più difficile a celebrarsi di quello tra Renzo e Lucia. E’ di oggi la notizia che Open Fiber ha chiesto 1,5 miliardi di risarcimento danni a Tim avviando una causa davanti al tribunale di Milano dopo che l’Antitrust ha comminato una multa da 116 milioni di euro, a marzo, all’ex monopolista telefonico italiano per abuso di posizione dominante. Secondo l’Antitrust Tim ha ostacolato l’ingresso del nuovo entrante nel mercato della banda ultra larga, in particolare nelle aree bianche (a fallimento di mercato). 

Che Open Fiber fosse intenzionata a far ricorso davanti al giudice ordinario per ottenere un risarcimento dei danni subiti da accertare dalla magistratura e non dipendente dal valore della sanzione comminata dall’Antitrust era stata la stessa amministratrice delegata di Open Fiber, Elisabetta Ripa, a dichiararlo subito dopo la pronuncia dell’authority, ma le pressioni del governo da una parte e del socio Elliott Management dall’altra per varare il “matrimonio della fibra” avevano fatto scivolare in secondo piano la vicenda.

Per nulla intimorita dalla causa promossa da Open Fiber, dato che la condotta sanzionata dall’Antitrust era già terminata nell’agosto 2018, ben prima della decisione dell’Antitrust e prima che Open Fiber avesse realizzato alcuna infrastruttura da offrire al mercato nelle aree bianche, Tim starebbe ora preparando la propria contromossa, intenzionata a contro-citare Open Fiber chiedendo a sua volta un risarcimento danni di 1,5 miliardi “o superiore”, secondo fonti citate dall’agenzia Radiocor. Motivo: concorrenza sleale. 

Che la rete Tim andasse scorporata, nel caso dividendo la società in due entità distinte, una dedicata alla rete e alla vendita all’ingrosso, l’altra della vendita al dettaglio, sul modello inglese, è un vecchio pallino del Movimento 5 Stelle che già nel 2006 rivolse una lettera aperta all’allora ministro delle telecomunicazioni Paolo Gentiloni invitandolo a partorire un provvedimento che favorisse il ritorno dell’ultimo miglio e delle centrali telefoniche “di proprietà statale”. La rete di trasporto sarebbe invece potuta rimanere “di Telecom Italia, così come tutti gli apparati montati in centrale e le nuove reti costruite dall’incumbent, anche tutti i clienti attuali rimarrebbero di Telecom, passerebbero invece allo stato le centrali, il doppino e l’obbligo del servizio universale”.

(Segue...)

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