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Ubi Banca, arriva il piano industriale: il mercato attende novità in tema di integrazioni

Ubi Banca, il momento per partecipare ad un nuovo giro di risiko sembra avvicinarsi. Un mese fa una nota del Sindacato Azionisti Ubi Banca, patto che rappresenta il 7,7% del capitale dell’istituto (l’8,7% se si considerano anche i titoli non apportati al patto) ha confermato la “determinazione ad assicurare il sostegno alla iniziative di espansione che si presentassero e fossero di esclusivo interesse per lo sviluppo della banca e per la crescita di valore per tutti gli azionisti”.

Pronta la risposta del Car (Comitato azionisti di riferimento) al momento forte del 17,8% del capitale dell’istituto ma destinato a breve a salire al 20%. Il patto di consultazione, che riunisce Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Fondazione Banca del Monte di Lombardia e alcune grandi famiglie come i Bosatelli, i Bombassei), i Pilenga, i Radici, gli Andreoletti e i Beretta, ha dichiarato di voler diventare “un punto di riferimento nell’assetto della banca” e svolgere “una funzione di alta advisory” nei confronti del top management, con cui intende avviare “una comunicazione dialettica”, a partire dalla valutazione di potenziali fusioni.

Dal canto suo l’amministratore delegato Victor Massiah, che ha più volte ribadito che “le fusioni non si improvvisano”, si prepara a presentare, lunedì prossimo, il nuovo piano industriale 2020-2022 che secondo voci di mercato dovrebbe anche prevedere la valorizzazione di una porzione del portafoglio immobiliare per un controvalore di 200-300 milioni di euro a cui potrebbero essere interessare operatori come Blackstone, Varde, Lone Star, Bain, Cerberus o Apollo. Ma quali potrebbero essere gli istituti con cui Ubi Banca si integrerebbe e a che condizioni?

L’ipotesi di cui si parla ormai da anni è quella di una fusione “alla pari” tra Banco Bpm (3,35 miliardi di capitalizzazione contro i 3,81 miliardi di Ubi banca) che darebbe vita ad un gruppo da oltre 180 miliardi di impieghi netti “in bonis” e secondo alcuni potrebbe poi procedere a rilevare il 68% di Mps (2,06 miliardi di capitalizzazione, 78,8 miliardi di impieghi netti “in bonis”) che il Tesoro italiano deve cedere entro fine 20121.

Il matrimonio con Banco Bpm piace a Goldman Sachs, perché i due istituti hanno le maggiori sovrapposizioni e quindi, secondo gli esperti della banca americana, potenzialmente si potrebbero tagliare sportelli e costi nell’ordine del 20%-25%. Ma a quel punto uno dei due tra Massiah e Giuseppe Castagna, suo parigrado in Banco Bpm, sarebbe di troppo, salvo ipotesi di governance a “doppio comando” che però storicamente non hanno mai funzionato a lungo.

Un altro ostacolo potrebbe essere rappresentato dagli accordi di bancassurance: a lungo apparsa orientata a stringere un accordo con Cattolica Assicurazioni, storico partner di Banco Bpm, Ubi Banca per il momento ha preferito prendere tempo. In alternativa alla pista Banco Bpm, Massiah potrebbe guardare verso l’Emilia Romagna e cercare un’intesa con Bper Banca (2,37 miliardi di capitalizzazione, 49 miliardi di impieghi netti “in bonis”), che vede come azionista di riferimento con circa il 20% il gruppo Unipol.

Bper stessa, dal canto suo, oltre a Ubi (o Banco Bpm) potrebbe guardare al Credem (1,71 miliardi di capitalizzazione, 25,6 miliardi di attivi netti “in bonis”), il cui direttore generale, Nazzareno Gregori, si è detto “disponibili a dialogare in una logica di consolidamento” e non ha escluso che il 2020 possa essere “l’anno giusto per vedere maturare qualcosa”. Altri possibili candidati “alternativi” per Bper Banca potrebbero essere Popolare Sondrio (1 miliardo di capitalizzazione, 37,45 miliardi di impieghi netti “in bonis”) o Creval (586 milioni di capitalizzazione), sempre che non venga accettata un’eventuale “proposta di matrimonio” di Bnp Paribas o Societe Generale.

L’istituto che vede la famiglia Maramotti come azionista di riferimento e che controlla anche Euromobiliare, da parte sua non ha fretta, potendo una redditività tra le migliori in assoluto del settore (Rote pari al 9%), oltre che di una solidità patrimoniale eccellente (Cet1 pari al 13,5%, requisito di capitale pari al 5,5%, il più contenuto tra le banche italiane). Tanto che Gregori si è potuto sbilanciare, negando ogni disponibilità ad intervenire nel salvataggio di Popolare Bari e indicando “la Lombardia, il Piemonte, la Romagna o il Veneto” come le aree a cui guarda come possibile espansione. Per questo proprio Ubi Banca potrebbe alla fine rivelarsi un partner ideale, anche se a quel punto sarebbe difficile immaginare un ulteriore step in direzione di Mps.

Come si vede le alternative non mancano, come del resto fatto notare sia da Giandomenico Genta, presidente di Fondazione CariCuneo (socia di Ubi Banca col 5,95% del capitale), secondo cui partner per Ubi Banca in ottica di un’integrazione avrebbero potuto essere “non solo Banco Bpm, ma anche Bper Banca e Mps”, sia Giovanni Quaglia, presidente della Fondazione Crt (socia all’1% di Banco Bpm), per il quale “c’è un puzzle di possibili matrimoni” anche se “per adesso non ci sono neanche fidanzamenti”.

La sensazione è che la stagione del consolidamento delle banche di media dimensione, più volte annunciata, stia comunque per aprirsi e che il “terzo polo” bancario italiano possa vedere la luce, sia che Ubi Banca ne voglia far parte sia che provi a individuare autonomamente un proprio percorso di crescita per linee esterne, distinto da quello di Banco Bpm (o Bper Banca).

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