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Spettacoli
Cannes verso l'archiviazione, la palla passa ora alla Mostra di Venezia

Archiviato ormai quasi definitivamente il 73° Festival di Cannes - anche se gli organizzatori non vogliono neppure pronunciare questa parola visto che il festival, con il suo indotto, fa girare centinaia di milioni di euro - che avrebbe dovuto aprirsi il 12 maggio, poi rimandato a fine giugno, poi ancora posticipato a data da stabilirsi, gli occhi degli addetti ai lavori e delle case delle major americane ed europee sono adesso puntati sulla 77° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia che, salvo imprevisti dovuti all’inasprirsi del Coronavirus, si aprirà mercoledì 2 settembre al Lido di Venezia. Facendo i dovuti scongiuri, potrebbe essere una buona occasione per il più antico festival cinematografico del mondo (nato nel 1932) di rinascere e cambiare pelle, sviluppare un mercato dei film (che a Cannes si chiama Marché du Film) mai veramente sbocciato, dopo decenni passati a vivacchiare (particolarmente nefasti furono gli anni della contestazione del ‘68 nei quali fu addirittura abolito il concorso) colpa anche di un quasi totale disinteresse della politica nazionale, da cui poi è scaturita la cronica inadeguatezza delle infrastrutture del Lido. Chi frequenta Venezia, da anni, come il sottoscritto, sa benissimo il travagliato percorso della nuova costruzione del palazzo del cinema, poi abortito, che ha solo prodotto un mostruoso cratere, poi fortunatamente ricoperto, costato però ai contribuenti italiani decine di milioni di euro. Chi frequenta la Mostra di Venezia sa pure che i mali di cui soffre la rassegna cinematografica italiana sono in parte dovuti ad un budget di circa 12 milioni, che è la metà di quello francese, che di milioni ne ha invece 25. Se Venezia dovesse vincere la sfida del Coronavirus, e quindi riuscire a mettere in piedi la rassegna come previsto, che festival sarebbe? Innanzitutto Venezia sarebbe soggetta a stringenti misure sanitarie per consentire al pubblico, e alle delegazioni dei film, di poter solcare il red carpet del Lido e riempire le sale. Nella più ottimistica delle ipotesi, i fruitori del festival (alcune migliaia di persone tra pubblico, stampa italiana ed internazionale, delegazioni film, ecc.) sarebbero costretti ad indossare mascherine, oltre che sul red carpet, ovviamente anche, e soprattutto, in sala. Già si possono immaginare i fotografi sul red carpet che urlano – ed è più che comprensibile – a registi ed attori di togliere le mascherine per avere delle foto utilizzabili da vendere ai giornali (con le mascherine indossate qualcuno saprebbe riconoscere gli attori?); le proiezioni, poi, sarebbero svolte con un capienza di posti di almeno la metà, dovendo distanziare il pubblico sulle poltrone. Calcolando un posto occupato, e uno libero, si arriverebbe ad un riempimento delle sale della metà, nella più ottimistica delle ipotesi. Nella più verosimile delle ipotesi, per assicurare una minima distanza di sicurezza, dovrebbero essere almeno due, ogni posto occupato - come già sperimentato nei primissimi giorni di distanziamento sociale a fine febbraio in molte sale cinematografiche italiane - pertanto si arriverebbe alla capienza delle sale di un terzo dei posti. Una situazione assolutamente non sostenibile considerando che fino ad oggi, in condizioni normali, è già molto difficile riuscire ad avere dei biglietti per le proiezioni del pomeriggio o delle proiezioni serali (i biglietti risultano spesso già venduti e comunque introvabili per le proiezioni più appetibili), mentre i possessori di badge sono, molto spesso, costretti a fare lunghe file, per vedersi poi dire dal personale addetto alla sicurezza che la sala è già al completo.  Se gli ultimi numeri diffusi pochi giorni dopo la fine della 76° edizione della Mostra del Cinema di Venezia dalla Biennale riguardo all’affluenza di pubblico, ed agli incassi dei biglietti, davano un quadro più che positivo sulla salute economica della Biennale Cinema, e sull’aumento del pubblico, gli stessi dati potrebbero ritorcersi contro, viste le restrizioni di afflusso in sala, appunto, per il distanziamento. Si prospetta pertanto, nella più ottimistica delle ipotesi, una edizione assai ridotta, sia come partecipazione, che come offerta, dovuta anche al fatto che la quasi totalità delle produzioni cinematografiche sono ferme, e quindi non ci sarebbero film pronti per settembre. C’è certo la possibilità che la Biennale riesca ad intercettare i film che dovevano essere presentati al Festival di Cannes, ma appare improbabile che il direttore Alberto Barbera - persona capace e stimata da tutto il mondo del cinema e non solo - faccia uno sgambetto al suo collega francese Thierry Frémaux, prendendosi i “suoi” film, a meno che non sia quest’ultimo, con uno slancio altruistico, a dare l’ok. Le ipotesi, al momento, sono aperte ed è veramente difficile fare dei pronostici. La situazione più realistica, se la situazione dei contagi non dovesse sensibilmente arrestarsi, è invece quella in cui anche la Biennale decida di sospendere l’edizione 2020, per prendersi un anno sabbatico che però potrebbe – e dovrebbe - essere l’occasione per prendere, finalmente, il toro per le corna, e decidere di riqualificare complessivamente il Lido di Venezia (anche se la decisione ed il relativo finanziamento è quasi interamente nelle mani della politica nazionale), ristrutturando l’ex palazzo del Casinò, creando una ulteriore sala stabile esterna, non più smontabile come avviene adesso con il cubo rosso, ma fissa, che possa essere utilizzata durante tutto l’anno per svolgere congressi e convegni, esattamente come già avviene a Cannes, che utilizza da sempre con grande intelligenza il palazzo del cinema nel corso dell’anno per una serie di iniziative e fiere di livello internazionale (CannesLions, CanneSeries, Mipim, Iltm, ecc.). Stiamo parlando di cose ovvie, ma che evidentemente, visti i passi falsi del passato, non lo sono poi così tanto. Tralasciamo qui, perché si potrebbe scrivere un capitolo di un libro, la triste vicenda riguardante l’ex Hotel Des Bains, sventrato e spogliato di tutti i suoi arredi originali che possono essere ammirati ormai solo nel film “Morte a Venezia” di Luchino Visconti. Certamente encomiabile da parte di Alberto Barbera e dall’ex presidente della Biennale Paolo Baratta, grazie alla collaborazione di Coima Sgr, per conto del Fondo Lido di Venezia II, gli attuali proprietari dell’hotel che nulla hanno a che fare con la passata gestione, la volontà di far rivivere, almeno in parte lo storico hotel con alcune mostre fotografiche che raccontano la storia della Mostra del Cinema. Ma purtroppo quello che manca è un vero investimento che riporti alla ribalta una striscia di terra davanti Venezia che, nel bene e nel male, ha fatto la storia del cinema mondiale. Servirebbero progetti seri e duraturi per rafforzare l’offerta culturale della Mostra del Cinema di Venezia, che proprio in virtù della sua età, avrebbe bisogno di un generale refitting, per poter affrontare le sfide del futuro. Non sempre, purtroppo, i ministri della cultura che si sono succeduti nei decenni, hanno saputo indirizzare intelligentemente i pochi soldi in portafoglio verso iniziative meritevoli, ed il rischio che, una volta caduto questo governo ed il suo ministro della cultura Dario Franceschini, persona capace e preparata, si ritorni a qualche perfetto incompetente, è davvero molto grande.

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