Altro che Groenlandia e Ue, Trump teme la guerra con la Cina. L'esperto: "Ecco a cosa servono davvero i dazi" - Affaritaliani.it

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Ultimo aggiornamento: 18:11

Altro che Groenlandia e Ue, Trump teme la guerra con la Cina. L'esperto: "Ecco a cosa servono davvero i dazi"

Intervista a Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico

di Federica Leccese

"Dazi? Trump vuole finanziare il riarmo americano per un futuro scontro con la Cina”

Le crescenti tensioni commerciali tra Stati Uniti ed Europa sollevano interrogativi cruciali sull’equilibrio transatlantico: siamo di fronte a una vera guerra dei dazi tra alleati Nato o a una strategia di pressione negoziale? Quali sarebbero le conseguenze economiche e come reagirebbe Bruxelles? A fare chiarezza è Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico, che ad Affaritaliani svela il reale obiettivo dell’amministrazione Trump: “I dazi servono a finanziare il riarmo americano in funzione di un futuro confronto con la Cina, agendo come tributi che gli alleati devono versare per pagare la protezione americana”.

Se i dazi entrassero davvero in vigore, quali sarebbero le conseguenze economiche per Usa ed Europa? 

“I dazi avrebbero conseguenze economiche molto deleterie sia per gli Stati Uniti sia per i paesi europei. Secondo la Casa Bianca, i dazi dovrebbero sanare il deficit commerciale e ripristinare la capacità manifatturiera statunitense, portando soldi all’erario e, in teoria, sostenendo la classe media. Tuttavia, dazi alti e generalizzati, se protratti, riducono l’import ma anche l’export, lasciando quasi immutato il saldo commerciale. 

Quindi, gli effetti economici sarebbero negativi sia per gli Stati Uniti sia per l’Europa. Ma il punto più interessante è che i dazi minacciati dagli USA verso l’Europa fanno parte di uno schema tattico più ampio: servono a finanziare il riarmo americano in funzione di un futuro confronto con la Cina, agendo come tributi che gli alleati devono versare per pagare la protezione americana, stimolare investimenti negli USA e contribuire alle spese militari e tecnologiche necessarie per prepararsi a un eventuale conflitto”. 

La premier Meloni si è detta critica, definendo “un errore” l’aumento dei dazi verso i paesi che hanno inviato truppe. Secondo lei, l’Italia può davvero giocare un ruolo di “ponte” tra Europa e Usa in questa crisi commerciale?

“Nella National Security Strategy americana, la Casa Bianca aveva individuato Austria, Polonia, Ungheria e Italia come Paesi in grado di allinearsi agli Stati Uniti per indebolire l’Unione Europea e bloccare ogni tentativo di federare il continente secondo i dettami di Bruxelles e delle istituzioni più vicine a Francia e Germania. Questo è il ruolo che gli Stati Uniti si aspettano dall’Italia.

In tale contesto, l’Italia sembra restare immobile, adottando una tattica attendista che ci ha sempre contraddistinto, fatta eccezione per pochi casi in cui il nostro protagonismo ha portato evidenti benefici. L’Italia, a mio modo di vedere, deve diventare adulta, perseguire i propri interessi nazionali e assumere un ruolo di connettore tra le due sponde dell’Atlantico.

Ciò significa da un lato implementare il coordinamento intraeuropeo per ricomporre i diversi interessi dei Paesi continentali, e dall’altro mantenere un dialogo diretto con gli Stati Uniti, affermando al contempo la necessità di una maggiore autonomia strategica da Washington. È un ruolo complicato, viste le fratture interne all’Europa e le ambizioni americane, ma è il ruolo che dovrebbe giocare l’Italia: mediatore diplomatico tra gli interessi europei e quelli statunitensi”. 

Bruxelles valuta ritorsioni fino a 93 miliardi di euro e l’uso del meccanismo di anticoercizione. Quanto sarebbe efficace questo strumento contro gli Stati Uniti e quali conseguenze potrebbe avere per le imprese europee e americane?

“Bruxelles valuta ritorsioni fino a 93 miliardi di euro e l’uso del meccanismo di anticoercizione come strumento di pressione, non come scelta immediata, perché avrebbe conseguenze economiche molto negative sia per gli Stati Uniti sia, soprattutto, per gli europei. L’obiettivo è costruire una leva negoziale credibile, senza innescare una spirale di ritorsioni. Una guerra dei dazi colpirebbe entrambi i blocchi e ridurrebbe i margini di manovra politica, soprattutto per gli Stati europei.

Tra gli Stati membri prevale la valutazione che i dazi usati come strumento di coercizione rischiano di indebolire i rapporti transatlantici e di entrare in conflitto con l’accordo commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti. Quindi, la minaccia viene ventilata soprattutto per aumentare la pressione negoziale sugli USA”. 

Siamo di fronte a una vera e propria guerra commerciale tra alleati Nato o esistono ancora margini concreti di de-escalation, magari attraverso il dialogo a Davos o in sede G7?

“La guerra dei dazi non è solo un conflitto commerciale, ma ha un valore geopolitico più ampio. Le sanzioni e i dazi imposti dagli Stati Uniti agli europei rappresentano un tributo richiesto ai Paesi alleati, non tanto per la loro sicurezza, quanto per contribuire alle spese militari e tecnologiche degli USA, in preparazione a scenari di conflitto futuri, soprattutto contro la Cina.

Difatti, l’obiettivo di accaparrarsi la Groenlandia non è solo economico: dal punto di vista di Trump, controllare l’isola significa estendere simbolicamente gli Stati Uniti, ma soprattutto acquisire una piattaforma logistica strategica e significative risorse naturali.

Nato e G7, agli occhi degli Stati Uniti, sono stati progressivamente svuotati di contenuto: ciò che conta sono gli Stati che si allineano con la politica americana e non l’Unione Europea. L’organizzazione atlantica si rivela così come è sempre stata: uno strumento per garantire l’egemonia USA in Europa.

Non sappiamo quale sarà l'esito di questa crisi senza precedenti, ma per noi europei far finta di vivere in un mondo che non esiste più significa esserne travolti. Serve maggiore consapevolezza culturale e responsabilità politica”.

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