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Esteri
Genocidio armeni, si muove Biden: il grande gioco del Caucaso
Joe Biden Lapresse

Cosa c’è dietro l’inaspettato  riconoscimento  fatto dal presidente  Biden  del genocidio degli armeni avvenuto nel 1915? A ricordare la guerra dimenticata nel Nagorno Karabakh  il 24 aprile  c’è stato un improvvisato  flash mob nella mattinata in piazza  Duomo.

24 aprile 1915: una ricorrenza di un genocidio che è costato un milione e mezzo di vittime che  il coordinamento delle chiese di ispirazione cristiane ha infine  voluto  ricordare  nel pomeriggio:  comunità di sant’Egidio, chiesa cattolica romana,  chiesa anglicana e alcuni  padri   armeni   hanno concelebrato davanti alla università cattolica, innalzando una  doverosa preghiera per la pace, mentre i cannoni rombano sui monti dell’inquieto Caucaso solcato dalle pipeline petrolifere, verso una stele innalzata nel prato di fronte alla università.

A sera poi, la inaspettata decisione di Biden di denunciare il genocidio armeno ad opera dei turchi… Lo scrittore Clemente Ultimo ha dato alle stampe recentemente un saggio storico sul puzzle geopolitico del Caucaso (Il grande gioco del Caucaso - Nagorno Karabakh, il Paese fantasma nella partita geopolitica tra Russia, Usa e Turchia, Ed. Passaggio al bosco)  e ci spiega la situazione in Armenia.

Copertina Caucaso
 

“Il Caucaso è molto più vicino di quel che può sembrare. E lo dimostrano anche le recenti vicende della Tap, la Trans Adriatic Pipeline: il gasdotto che in Puglia ha il suo punto di approdo parte proprio dal Caucaso, dai giacimenti di gas naturale del Caspio sotto controllo dell’Azerbaigian. Un Paese che sulle ricchezze energetiche ha costruito la propria fortuna. E le proprie alleanze: corteggiato dalle Nazioni occidentali – Italia compresa, che dell’Azerbaigian è primo partner commerciale anche se con un sistema di governo che appare riduttivo definire una “democrazia autoritaria” (oltre che ereditaria). In quelle terre passano alcuni degli oleodotti e dei gasdotti che riforniscono l’Europa dell’energia necessaria a sostenere il suo sviluppo economico ed il suo stile di vita”

Ecco quindi  il  grande gioco? Sottolinea  Clemente Ultimo: “Sì, è il “grande gioco” euroasiatico — Russia, USA, Turchia e, in un ruolo secondario, Francia e Israele. Ricordo che nel settembre 1991, gli azeri dichiararono l’indipendenza e a dicembre il Nagorno-Artsakh, sostenuto dall’Armenia, dichiarò la propria. La parola passò alle armi. Nel cuore del Caucaso, mentre l’Europa si affligge e si ripiega nella pandemia del virus cinese, si continua a combattere e morire. Bomba dopo bomba, carneficina dopo carneficina, massacro dopo massacro. Gli armeni muoiono, gli azeri avanzano, mentre si sempre più fitto si fa il reticolo di oleodotti e di affari che circondano l’Artsakh e l’Armenia”

Clemente  Ultimo  nel suo saggio descrive con chiarezza l’intrico politico diplomatico militare che si consuma nella lontana - ma cosi vicina -  Armenia: “Mosca non vuole minare le sue relazioni con Baku: farlo avrebbe ripercussioni negative sull’economia russa e soprattutto aprirebbe nuove finestre di opportunità alla diplomazia statunitense. In un’area strategica per la Federazione Russa. Meglio, dunque, riservare a se stessi il ruolo di arbitro tra i due contendenti. Dosando attentamente aperture e “richiami”: in questo modo la Russia rimane un partner insostituibile per l’Armenia, legatissima anche sotto il profilo economico a Mosca, e di primissimo piano per l’Azerbaigian”. 

Come spiega la improvvisa uscita di Biden che riconosce il genocidio armeno? “È un chiaro segnale che l'atteggiamento di Washington verso Ankara è cambiato dopo l'avvicendamento tra Biden e Trump alla Casa Bianca. Da tempo la Turchia ha diversi punti di frizione con gli Stati Uniti, soprattutto nel suo tentativo di conquistare uno spazio ed un ruolo geopolitico ben più ampio che in passato. Uno sforzo che gli Usa non vedono pregiudizialmente in maniera negativa, ma che non può essere tollerato nel momento in cui i turchi "flirtano" con i russi, vedasi l'acquisto da parte della Turchia di sistemi di difesa antiaerea made in Russia.  Anzi, la nuova politica di potenza turca per gli statunitensi ha un senso - dunque può essere tollerata - solo se Ankara svolge un ruolo di contenimento della Russia nella sua proiezione verso il Mediterraneo e se continua a provocare instabilità ai margini della Federazione, come avvenuto lo scorso anno in Caucaso con la guerra del Nagorno Karabakh.

Detto ciò, il riconoscimento del genocidio armeno è senza dubbio un buon risultato per l'Armenia, soprattutto perché aumenta la pressione statunitense sulla Turchia, come dimostrano le dure reazioni alla dichiarazione di Biden provenienti da Ankara: per Erdogan la dichiarazione del presidente statunitense è niente altro che un'ingerenza in fatti di politica interna”. Ma le pipline del petrolio passano per il Nagorno Karabaskh? “No, Nagorno Karabakh ed Armenia sono tagliate fuori dalle grandi linee di trasporto di gas e petrolio verso occidente. Una scelta non casuale: all'indomani dell'arrivo delle compagnie occidentali nella regione furono studiate rotte che fossero fuori dal controllo russo, anche indiretto; Armenia e Nagorno Karabakh erano ritenute troppo vicine a Mosca, dunque si preferì utilizzare la Georgia per il passaggio di oleodotti e gasdotti.È però evidente che l’intera regione è strategica per gli approvvigionamenti energetici europei, l’instabilità in Nagorno Karabakh o in Georgia, giusto per fare un paio di esempi, può avere impatti diretti e pesanti per l’Europa”. 

E il ruolo dell’Italia? Cosa potrebbe fare un nuovo ministro degli Esteri? “L’Italia ha scelto il silenzio durante la guerra dello scorso autunno. Un silenzio dietro cui si celano – ma solo per chi non vuol vedere – i grandi interessi economici del Belpaese: nel 2020 l’Italia è stato il primo partner commerciale dell’Azerbaigian, gli investimenti italiani nel settore energetico azero sono consistenti – la stessa Tap altro non è che il punto di arrivo del gas azero in Europa – ed anche il comparto difesa è molto attivo. I prossimi addestratori dell’aeronautica militare azera saranno made in Italy, così come le artiglierie della flotta del Caspio. Italiane sono le prime aziende straniere ad aver ottenuto appalti per la ricostruzione nei territori conquistati agli armeni con la guerra del 2020.

Una fitta rete di interessi che ha portato l’Italia a dimenticare la secolare amicizia con l’Armenia, rinunciando anche ad un ruolo di mediazione diretta, come del resto era stato tentato nei primi anni ’90 dall’agonizzante Prima Repubblica. Per quel che riguarda il futuro: senza dubbio un nuovo ministro degli Esteri difficilmente potrebbe far peggio di quello attuale, certamente il peggiore in 76 anni di storia repubblicana. Il vero problema, però, è che a prescindere da chi ricopre quella carica, all’Italia manca una visione di politica estera, un’idea sul ruolo che si vuole esercitare sulla scena internazionale. Così si finisce per confondere la politica estera con il commercio estero”.

Commenta  infine Marco Valle nella prefazione del libro di Clemente: ““Tra le tante ipotesi esperite, va ricordata la mediazione proposta attraverso il “gruppo di Minsk” da Gianni De Michelis, ministro degli Esteri controverso quanto abile. Lucidamente, il politico veneziano intravide sulle ceneri dell’impero comunista, la possibilità di recuperare all’Italia un ruolo e una prospettiva autonoma in un’area che si annunciava importante per le sue risorse petrolifere. Un progetto ambizioso (e forse velleitario) che riprendeva persino alcune linee della politica estera post Versailles — il governo Orlando nel 1919 progettò una spedizione in Georgia — e le proiettava in una dimensione inedita quanto fascinosa. Il negoziato partì a Roma sotto buoni auspici — De Michelis propose il modello dell’Alto Adige — ma rapidamente tutto s’impantanò nelle reciproche rivendicazioni e nei paralleli rancori, mentre l‘Armenia conquistava un corridoio fisico con la provincia. Non ci furono altri colloqui e poco dopo arrivò Tangentopoli e le sue note conseguenze. Da allora, la nostra presenza o/e influenza nei teatri che contano è ormai irrilevante”.  Oggi a buonanima spenta,  a ricordare il sogno di De Michelis  c’è solo la tragedia del Nagorno Karabakh. E le preghiere del gruppo ecumenico milanese davanti alla croce armena dei martiri armeni del 1915.

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