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Esteri
Brexit e sottomarini: Londra e Ue verso la guerra commerciale. paura Italia

"Sperare il meglio ma prepararsi per il peggio". Quanto è chiamata a fare l'Unione europea di fronte a una storia che sembra finita ma invece non lo è neppure lontanamente. Certi odi non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Come la Brexit, spina irrisolta nei rapporti sempre più tesi tra Bruxelles e Londra. Sì, perché come se non bastasse il capitolo commerciale, nelle scorse settimane ci si è messo anche il patto difensivo/militare Aukus tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia che ha tagliato fuori l'Ue annichilendo di fatto la strategia sull'Indo-Pacifico e portando alla cancellazione di un accordo miliardario di fornitura di sottomarini francesi a Canberra.

E proprio questo, cioè "hope for the best but prepare for the worst" hanno chiesto cinque paesi membri all'Unione europea, quantomeno secondo quanto riporta il Financial Times. Il timore è che si possa arrivare a una vera e proprio guerra commerciale tra Ue e Uk, una scontro senza esclusione di colpi. Tra i cinque stati membri ad aver chiesto all'Ue di predisporre una cintura di salvataggio e un piano d'azione c'è anche l'Italia, insieme a Francia, Germania, Spagna e Paesi Bassi. La proposta è quella di elaborare un piano di emergenza che preveda dure misure di ritorsione se il Regno Unito dovesse mettere in atto la sua minaccia di sospendere gli accordi commerciali per l'Irlanda del Nord sanciti dall'accordo sulla Brexit. Ipotesi non smentita neppure dal portavoce Ue per la Brexit, Daniel Ferrie, che durante il briefing stampa a Bruxelles non ha negato le indiscrezioni riportate dal Financial Times. "Abbiamo lavorato molto duramente  per il pacchetto che abbiamo presentato mercoledì, che affronta qualsiasi possibile angolo del protocollo. Il prossimo passo per noi è concentrarci sulla discussione che sta avendo luogo proprio ora con il governo del Regno Unito, oggi e nei prossimi giorni". 

In queste ore è andato in scena l'ennesimo incontro bilaterale, tra il ministro britannico per la Brexit e convinto anti Ue, David Frost, e il vicepresidente della Commissione europea, lo sloveno Maros Sefcovic. "L'Ue ha sicuramente fatto uno sforzo ma ovviamente c'è ancora un bel gap da colmare, e di questo parleremo oggi e nel futuro", ha dichiarato Frost. Ma le discussioni proseguiranno anche nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. Al centro della questione c'è sempre la sorte dell'Irlanda del Nord.  Il protocollo, per evitare il risorgere di un confine fisico tra l'Irlanda, territorio Ue, e l'Irlanda del Nord, territorio non Ue (l'assenza di una frontiera visibile è uno dei fattori principali che hanno portato alla pacificazione dell'isola con gli accordi del Venerdì Santo), prevede controlli doganali sulle merci che dalla Gran Bretagna arrivano in Irlanda del Nord, per impedire che entrino merci nel mercato unico senza controlli. Sul piede di guerra, come detto, sembra esserci in maniera particolarmente esplicito soprattutto la Germania. Basti sentire le dichiarazioni di Michael Roth, sottosegretario agli Affari europei tedesco, il quale sostiene che la Brexit "non rappresenta un modello ma "solo per seguire nazionalismi e populismi". E, come riporta Nova, ha rincarato la dose nel suo intervento al question time "Diplomacy incontra il mondo", presso il Centro studi americani a Roma: "Sono sicuro che i cittadini britannici pagheranno un prezzo alto nella vita di tutti i giorni. Vediamo gia' le conseguenze per il popolo. I nazionalisti e populisti in Europa che erano a favore dell'uscita dall'Ue sono diventati molto silenziosi, perché hanno dovuto riconoscere che lasciare l'Europa non risolve alcun problema ma ne produce altri".

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