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Esteri
Brexit, l’accordo si allontana e le sfide per la Global Britain aumentano

Tra l’emergenza sanitaria e quella economica, entrambe causate dal virus, va avanti in maniera inesorabile il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Il round di trattative per la Brexit, svoltosi in remoto tra l’1 e il 5 giugno, si è rivelato inconcludente per entrambe le parti. Sia il capo negoziatore europeo, Michel Barnier, che quello britannico, David Frost, hanno infatti confermato come in buona sostanza i progressi compiuti siano stati limitati.

Hard Brexit sempre più probabile

Il tempo a disposizione per trovare un accordo continua ad assottigliarsi e con il passare delle settimane si fa sempre più insistente l’ipotesi di una ‘hard Brexit’. La scadenza è prevista per l’ultimo giorno del 2020, ma in realtà, per permettere alle aziende e alle attività di organizzarsi e per rispettare i tempi burocratici necessari, il testo di un ipotetico concordato dovrebbe essere definito e completato entro il prossimo mese di ottobre. Sono in molti oramai a pensare, in entrambi gli schieramenti, che in cinque mesi non si riusciranno a trovare tutte le soluzioni auspicate. Non è un caso che negli scorsi giorni anche la Bank of England, tramite il suo governatore Andrew Bailey, ha invitato caldamente tutte le banche del Regno Unito a prepararsi ad un’uscita dall’UE senza accordo.

Le pressioni sulla transizione

La possibilità di estendere il periodo delle negoziazioni c’è ma va richiesta congiuntamente entro la fine del mese di giugno. Le pressioni affinché ciò avvenga sono molte, solo per fare degli esempi sia il Fondo Monetario Internazionale, tramite la managing director Kristalina Georgieva, sia il segretario di gabinetto scozzese Michael Russell hanno richiesto l’estensione. Mentre da Bruxelles sarebbero favorevoli a prolungare la transizione di uno o due anni così da avere più tempo e calma per le trattative, la controparte britannica, anche con le parole del premier Boris Johnson, ha fatto intendere più volte di voler uscire a dicembre, costi quel che costi.

I nodi da sciogliere

I principali problemi ancora da risolvere sono ormai noti: tra tutti la pesca, la concorrenza tra imprese britanniche ed europee, la cooperazione giudiziaria e di polizia e infine il nodo del confine irlandese. Per quanto riguarda la prima il Regno Unito si trova in una posizione di vantaggio, considerando che le acque britanniche sono più pescose rispetto a quelle del Mare del Nord e quindi più ambite dai pescherecci europei. Proprio per questo Londra vorrebbe ridefinire ogni anno le regole e soprattutto i permessi per le imbarcazioni dei paesi comunitari, mentre Bruxelles vorrebbe un ‘agreement’ stabile per avere garanzie e continuità.

Il cosiddetto ‘level playing field’, ovvero la regolamentazione della normativa sulla concorrenza tra le aziende britanniche ed europee, è fondamentale per l’UE mentre il governo Johnson, rispetto a quanto concordato nell’ottobre del 2019, ora cerca di aggirarlo. Il rischio per Bruxelles è che la Gran Bretagna giochi in maniera ‘sleale’, attirando con condizioni vantaggiose società dall’Unione Europea. Su questi primi ostacoli tra le due parti sembra esserci stato uno scontro muro contro muro, almeno da quanto emerge dalle parole dei negoziatori, mentre sulla cooperazione giudiziaria la discussione è stata “leggermente più costruttiva” secondo Barnier, ma ancora lontana dal raggiungere in concreto una soluzione.

La questione irlandese

Il nodo del confine con l’Irlanda del Nord è poi essenziale oltre che per il quadro economico anche, e soprattutto, per il quadro socio-politico della regione dell’Ulster, che potrebbe uscirne stravolto. Arlene Foster, primo ministro nordirlandese e leader del principale partito unionista della regione (il DUP), ha sostenuto sulla BBC la necessità di giungere a un accordo e si è detta preoccupata della mancanza di progressi nelle trattative. Gli unionisti del Nord Irlanda sono tra i più agitati perché assisterebbero inevitabilmente a un allontanamento dell’intera isola irlandese da Londra.

Già qualche settimana fa il governo britannico ha annunciato di fatto la creazione di una frontiera nel mare tra Belfast e le coste inglesi, con conseguenti controlli in diversi porti per le merci che avranno come destinazione l’Unione Europea. Proprio gli unionisti del DUP, fondamentali per la tenuta del governo dell’ex premier Theresa May, hanno incassato questa decisione come un tradimento perpetrato nei loro confronti dall’attuale primo ministro Johnson.

Il Regno Unito post Brexit e post Covid

È indubbio che lo stallo creatosi danneggi entrambe le parti. Il Regno Unito inoltre si è trovato a dover gestire la sua uscita dall’Unione, con tutte le conseguenze interne politiche, in un momento storico non prevedibile ma particolarmente delicato, visti gli effetti dell’epidemia/pandemia in atto. Alle già incerte condizioni post-Brexit si aggiungeranno infatti le profonde ricadute negative che l’attuale crisi mondiale porterà.

La cosiddetta ‘Global Britain’, che racchiude in sé sia uno slogan che un reale progetto strategico, nei prossimi anni dovrà fare i conti non soltanto con la Brexit ma anche con molteplici sfide, come l’unità del suo Regno, le relazioni con nuovi e vecchi partner e la ricerca di un ruolo nello scontro sempre più prossimo tra Stati Uniti e Cina. Se riuscirà a districarsi tra questi nodi, come auspicano i suoi più audaci sostenitori, avrà sicuramente il diritto di essere protagonista nel mondo che si delineerà dopo il virus.

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