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Esteri
Brexit, ora l'UE investa in politiche industriali

 

Al via Brexit. Mercoledì 29 marzo 2017, ore 12:30, il governo britannico notifica a Bruxelles l’articolo 50 del Trattato di Lisbona. E’ la prima volta che uno Stato membro abbandona l’Unione europea. Niente di male. Tutto democratico. Gli inglesi saranno ricordati come coloro che hanno inferto un colpo al sogno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’Europa. (Per questo l’auspicio è che altrettanto democraticamente prima o poi Scozia e Irlanda del Nord lascino il Regno Unito e che gli inglesi aboliscano la monarchia parlamentare a favore della Repubblica).

Politicamente l’UE sarà un po’ più debole perché avrà meno abitanti, un’economia meno ricca, un budget ridotto. Ne approfitteranno gli USA di Donald Trump, che rispolvereranno la storica alleanza con gli UK (che in realtà è quella tra finanza internazionale e finanza londinese)… anche perché un pragmatico come  Trump è più facile che prediliga un unico interlocutore, gli UK, più che la UE,  ai suoi occhi pletorica (dove non si capisce chi decide per chi). Londra sarà anch’essa più debole, in una posizione di vassallaggio (tanto per usare un termine caro al popolo più cerimonioso del mondo… come direbbe Giuseppe Pontiggia: “Quelli che dicono di essere nobili e sono davvero convinti di esserlo…”). E andrà al traino delle scelte statunitensi nei confronti della Russia di Vladimir Putin e della Cina di Xi Jinping.

La UE dovrà giocare la partita con gli UK per vincerla non sul breve, ma sul medio periodo, quando si faranno sentire oltremanica gli effetti di Brexit. La finanza londinese avrà bisogno di tempo per trasferire le sue attività, sarà nel medio periodo che le banche internazionali ridurranno la loro presenza nella capitale britannica: il trasferimento necessiterà di almeno tre anni. Inoltre le principali banche USA (Goldman Sachs, J.P. Morgan e Morgan Stanley) hanno annunciato migrazioni di organico a Londra (a prova della storica alleanza USA-UK). Quanto all’ import-export, al fatto che il Regno Unito si è avvantaggiato della possibilità di importare beni dai paesi dell’UE per poi rivenderli alle ex colonie, Brexit  è vero che provocherà effetti di svalutazione della moneta con conseguenze negative sui saldi commerciali, ma anche in questo caso sul medio termine.

Che cosa può fare l’UE per vincere tale partita? Ritrovare l’impulso delle origini, essere pragmatica e investire in politiche industriali. L’UE nacque 60 anni fa per abbattere barriere, una scossa per le economie dei Paesi membri. A ciò si aggiungano principi come la libera circolazione delle persone. Ma dal 2000 in avanti, in particolare dopo la crisi del 2008, ha agito in difesa, è diventata l’area della burocrazia, dei controlli produttivi e delle normative.   C’è un limite che ha determinato tale situazione: il bilancio UE è pari solamente all’1% del Reddito nazionale lordo dell’insieme degli Stati membri. In questo modo si spiegano gli investimenti per così dire meno costosi - ma anch’essi utili - in innovazione e Ricerca e Sviluppo. Bisognerebbe investire in vere e potenti politiche industriali capaci di valorizzare le diverse competenze settoriali dei Paesi membri. Niente di nuovo o particolare. Un piano industriale europeo, simile a quanto da anni fa la Cina e che ha consentito alle sue aziende di essere tra i maggiori player mondiali in tutti i settori economici.

 

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