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Esteri
Default, crisi, Covid e ora le esplosioni. Libano sull'orlo del baratro

Prima le proteste di piazza iniziate lo scorso autunno contro la corruzione dilagante. Rivolta che ha portato in strada circa tre milioni di persone, quasi la metà della popolazione del piccolo Libano. Poi a marzo il default, il primo nella storia del Paese che pure era riuscito a schivare la bancarotta nelle turbolenze economiche conseguenti alla lunga guerra civile del 1975-1990. Ancora, in primavera, la piaga del Covid che, come tutto il mondo, non ha risparmiato neppure il Paese dei Cedri. Ora, le esplosioni del porto di Beirut, zona vitale della capitale libanese a cui attraccano le navi da cui ogni mese sbarcano migliaia di container che servono ad approvvigionare un Paese che ha costruito la sua economia sui servizi e sull’apparato statale. Un Paese privo di uno strutturato tessuto imprenditoriale, costretto quindi a importare tutto.

Non c’è pace per l’economia di quella che, fino allo scorso anno, era chiamata la Svizzera del Medio Oriente. Uno piccolo Stato che, grazie a remunerazioni allettanti sui conti correnti per attrarre i capitali stranieri, ha costruito la propria architrave economica su un sistema bancario di oltre cinquanta istituti di credito capaci di raccogliere depositi che ancora nel 2018 ammontavano a più di tre volte il Pil. Sistema finanziario che l’ancoraggio al dollaro della lira libanese fissato nel 1997 ha stabilizzato fino a quando l’economia di Beirut è entrata in crisi lo scorso anno.

Nel 2019, infatti, il Pil si è contratto del 6,5%, il deficit della partite correnti ha toccato il 23% del prodotto interno lordo, l’ammontare del debito pubblico (circa 90 miliardi) è schizzato al 175,6% sempre del Pil (il terzo rapporto più alto al mondo dopo Giappone e Grecia) e i capitali stranieri hanno iniziato ad emigrare verso altri lidi, affossando la sterlina libanese e riducendo progressivamente le riserve della banca centrale. In pochi mesi l’inflazione è schizzata su valori a due cifre e sul mercato parallelo la moneta libanese si è svalutata del 50% sul dollaro.

Un quinto delle imprese ha chiuso e la disoccupazione è schizzata al 30%. Secondo il ministro delle Finanze di Beirut, quasi metà della popolazione, il 45%, è precipitata sotto la soglia relativa di povertà, di cui il 22% in estrema povertà (in alcune aree l'elettricità manca per anche 20 ore al giorno). Una soglia che per la Banca Mondiale salirà al 50% in pochi mesi anche a causa del valore dei salari medi che in meno di un anno è sprofondato da circa 900 dollari mensili ai 150 attuali. Il tutto mentre le banche (alcune fallite), in crisi di liquidità, hanno imposto un tetto ai prelievi di 2.000 sterline libanesi, rifiutandosi di convertire la valuta locale in dollari e di finanziare il debito pubblico e la classe media borghese, incapace di alimentare i consumi, si è polverizzata.

Secondo gli osservatori, dunque, il default, arrivato dopo che il governo ha annunciato che non avrebbe ripagato i tre prestiti obbligazionari rispettivamente di 1,2 miliardi di dollari in scadenza a marzo, di altri 700 milioni di euro di aprile e di altri 600 milioni di dollari a giugno, è il classico epilogo di un’economia fragile zavorrata da un debito monstre (che già 10 anni fa superava il 120% del Pil), in cui prima o poi i nodi giungono al pettine.

E il nodo è arrivato dopo che 5-6 anni fa il Libano ha iniziato a convivere con un esodo biblico di rifugiati, scampati dal conflitto civile nella vicina Siria (ora un quarto degli abitanti), rifugiati che hanno sottratto risorse statali preziose a una popolazione già dipendente dalle preziose rimesse estere e che rappresentano un fardello sui conti pubblici ora troppo difficili da gestire. 

Il porto è esploso con 3,5 miliardi di dollari di danni, dunque, mentre il Paese si sta leccando ancora le ferite e ha appena bussato la porta al Fondo Monetario Internazionale per negoziarne i prestiti che però verranno concessi da Washington dietro una altrettanto dolorosa cura di riforme e di austerity che metterà alla prova una popolazione già allo stremo. Popolo che solo il Covid ha tolto dalle proteste di strada.

Ma il tragico evento rischia di provocare conseguenze anche a livello regionale. A partire dalla inevitabile scia di sospetti che sempre fa da contorno alle dinamiche del Medio Oriente. Hezbollah, milizia filo iraniana, accusa Israele che nega qualsiasi coinvolgimento. Accuse esplicite che invece non sono arrivate proprio da Teheran in seguito alla misteriosa serie di esplosioni che ha coinvolto la Repubblica Islamica durante il mese di luglio.

Esplosioni che hanno colpito uno dopo l'altro importanti siti militari e nucleari. Le autorità iraniane hanno sempre parlato di fughe di gas e di incidenti fortuti, escludendo l'ipotesi dolosa o di una mano straniera. Ma i dubbi rimangono, ricordando quanto siano ormai avanzate le tecniche da cyberwarfare.

Trump ci ha poi messo il carico, parlando di una bomba senza nessuna evidenza, e venendo anche smentito dall'apparato della Difesa statunitense. Ma si tratta di un segnale che all'amministrazione repubblicana il caos controllato in quello scacchiere non dispiace. La ritirata strategica dalle campagne mediorientali, vissute come una distrazione da Trump e non solo dal vero problema geopolitico rappresentato dall'ascesa della Cina, richiede infatti che tra i vari attori in campo (Turchia, Russia, Iran) non ne emerga uno predominante.

[con la collaborazione di Lorenzo Lamperti]

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