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Esteri
"Facebook cresce con odio e disinformazione". Denuncia dei rifugiati Rohingya

La denuncia dei rifugiati Rohingya contro Facebook

"Facebook è come un robot programmato con una sola missione: crescere". E peccato che questa crescita venga "alimentata dall'odio, dalla divisione e dalla disinformazione, ha lasciato centinaia di migliaia di vite Rohingya devastate nella sua scia". Viene scritto in una causa a carico del gigante fondato da Mark Zuckerberg presentata presso un tribunale della California. Una causa che fa rumore perché a presentarla è una minoranza etnica da anni nel mirino di una spietata repressione che secondo la giustizia internazionale potrebbe equivalere a un genocidio.

Si tratta della minoranza Rohingya, gruppo di religione islamica che da decenni è bersaglio della maggioranza etnica del Myanmar. Una repressione che affonda le radici molto indietro nel tempo e che nemmeno l'ex consigliera di stato Aung San Suu Kyi (peraltro condannata ieri a quattro anni di carcere nel primo processo costruito a suo carico dalla giunta militare che ha operato il golpe lo scorso febbraio) è riuscita a fermare. Anzi, il numero di rifugiati e di Rohingya costretto a lasciare il Myanmar e cercare riparo nei campi profughi del Bangladesh continua ad aumentare ed è ora quantificabile in diverse centinaia di migliaia. Molti altri rimangono in Myanmar, dove non è loro concessa la cittadinanza e sono soggetti a violenze, oltre che alla discriminazione "legale" da parte della giunta militare al potere.

Un gruppo di rifugiati Rohingya negli Stati Uniti ha dunque presentato una causa a un tribunale di San Francisco, nella quale si sostiene che gli algoritmi del social network avrebbero inasprito le narrazione polarizzanti sul gruppo etnico, che viene tradizionalmente percepito come “estraneo” nonostante la sua storica presenza sul territorio birmano. La piattaforma è “aperta allo sfruttamento da parte di politici e regimi autocratici”, afferma la denuncia, perché Facebook sfrutterebbe l’odio online per profitto anziché contenere la disinformazione.

Facebook non ha conmentato la notizia né ha risposto a domande sulla causa, ma è sotto pressione negli Stati Uniti e in Europa per le difficoltà nel reprimere le informazioni false, in particolare sulle elezioni in giro per il mondo e sulla pandemia di coronavirus. La causa intentata dai rifugiati Rohingya è un ulteriore pesante colpo di immagine per il colosso di Zuckerberg, che di recente ha svelato una faccia poco edificante per il suo desiderio di affari, in particolare in un mercato emergente come quello asiatico dove aumentano sempre di più i componenti della classe media e dunque anche gli utenti reali o potenziali dei social.

Tutte le ombre sugli affari asiatici di Facebook

Solo poche settimane fa, i Facebook Papers avevano portato alla luce un approccio molto "pragmatico", per essere benevoli, del colosso statunitense nella regione asiatica. In quel report si sostiene, tra le altre cose, che in vista del congresso del Partito comunista vietnamita dello scorso gennaio Facebook abbia "significativamente incrementato la censura dei post contro lo Stato, consegnando al governo un controllo quasi totale sulla piattaforma". 

Il rapporto di trasparenza di Facebook mostra che l'azienda ha più che raddoppiato il numero di post che ha bloccato nel paese - da 834 nella prima metà del 2020 a più di 2.200 post nella seconda metà dell'anno, proprio nel pieno di una campagna anti corruzione in realtà volta a colpire gli avversari politici portata avanti dai quadri di Hanoi. Facebook ha difeso la decisione, dicendo che era giustificata "per garantire che i nostri servizi rimangano disponibili per milioni di persone che si affidano a loro ogni giorno". Secondo una delle fonti, Zuckerberg ha sostenuto che non conformarsi alle richieste del governo sarebbe ancora peggio per la libertà di parola in Vietnam.

D'altronde il mercato vietnamita fa gola non solo a Facebook. Basta guardare ai numeri per capire perché. L'economia digitale vietnamita è in fermento ed è cresciuta del 36% nel 2020, uno dei trend di aumento più consistenti tra quelli dell'intera regione. Nel primo anno di pandemia, il mercato e-commerce locale ha portato un totale di 11,8 miliardi di dollari in transazioni digitali, un rallentamento della crescita rispetto a quella registrata del 2019. La spesa online pro capite è stata in media 280 dollari a persona. La percentuale di crescita, secondo uno studio di Google, si dovrebbe mantenere intorno al 29% anche nei prossimi cinque anni, con il valore dell'economia digitale che arriverebbe a 52 miliardi di dollari nel 2025.

Fenomeno vasto che va al di là del Vietnam. La vicenda dei Rohingya aggiunge un altro punto oscuro all'elenco che Zuckerberg dovrà provare a chiarire.

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