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Esteri
E' doveroso provare a resistere all'Impero statunitense

 

Secondo una nota definizione, l’impero è uno Stato che presta attenzione a tutto ciò che avviene nel mondo, perché qualunque evento di una certa importanza, ovunque si verifichi, rientra nei suoi interessi, diretti o indiretti. Inoltre la sua influenza si sente, più o meno forte, dovunque. Basta pensare all’Impero Britannico.

In generale la storia si occupa molto più dei vincitori che dei vinti, e così conosciamo tutti a grandi linee le vicende delle grandi potenze, mentre conosciamo poco della reazione delle nazioni da esse dominate.

Un caso particolarmente negativo è quello dell’Unione Sovietica che riuscì quasi ad annettersi l’Europa Orientale per mezzo secolo, e ottenne soltanto di farsi odiare. Nessun Paese lasciò la propria lingua per il russo; nessuno imitò spontaneamente la sua architettura; nessuno desiderò sentirsi più russo che polacco o ungherese. E alla fine l’unica reazione degli ex vassalli fu quella di far di tutto perché la dominazione russa fosse dimenticata e non si ripetesse. Gli Stati baltici addirittura si precipitarono ad entrare nella Nato.

Quando invece la potenza imperiale ha un livello di cultura e di civiltà tanto superiore a quello dei vinti, e per giunta ha dato loro la sensazione di essere rimasti liberi, questi non si limitano a subire senza proteste il nuovo potere, ma addirittura, nello sforzo di imitarlo, cambiano lingua, costumi, schema della città, divertimenti, insomma civiltà. Il miglior esempio è l’Impero Romano: c’è un Arco di Trionfo a Volubilis, in Marocco; un foro a Palmyra, in Siria; un teatro a Orange, in Francia e delle Terme a Bath, in Inghilterra. Cinquant’anni dopo la conquista di Giulio Cesare, la Gallia era totalmente romanizzata. E quelli che resistettero a questo cambiamento, come i Germani dell’est, non fecero un affare.

Nell’epoca contemporanea abbiamo sotto gli occhi soltanto un impero: gli Stati Uniti d’America. Washington non ha sottomesso militarmente nessun Paese, fra l’altro perché la sua dottrina nazionale è contraria al colonialismo, ma ciò non impedisce che si tratti di un impero in base alle due caratteristiche fondamentali: tutto ciò che accade nel mondo interessa gli Stati Uniti, e tutto ciò che accade negli Stati Uniti interessa il mondo.

Per non parlare della suggestione che essi esercitano. Indubbiamente l’inglese era una lingua molto conosciuta, nel mondo, a causa dell’Impero Britannico. Ma fino alla Seconda Guerra Mondiale, per esempio in Italia e comunque nel mondo diplomatico, era ancora grandemente diffuso il francese. Non soltanto Parigi aveva un impero coloniale, ma l’irraggiamento culturale della Francia era pressoché senza confronti. Invece, dopo il 1945, il francese fu a poco a poco messo da parte e l’inglese, a causa dell’influenza americana, divenne la lingua franca del mondo. Oggi molte lingue nazionali sono ridotte al rango di dialetti, e perfino Paesi di antica e nobile civiltà, e la cui lingua non ha nulla da invidiare a nessuno, come l’italiano, impallidiscono dinanzi alla lingua imperiale. Una banale “riforma del lavoro” Matteo Renzi sente il bisogno di chiamarla “job act”, quasi che, chiamandola “riforma del lavoro”, la gente si sarebbe chiesto di che cosa si trattasse. Quando vuole proporre nuovi provvedimenti per il problema dei migranti, inventa un “migration act”. Per non parlare del linguaggio simil-tecnologico che tutti affettano, usando termini inglesi storpiati regolarmente nella pronuncia, oppure nel senso, oppure nella pronuncia e nel senso.

Ma non se ne può fare a meno. È come se gli italiani si vergognassero di essere italiani e volessero fingersi americani che parlano italiano, con qualche difficoltà. E la difficoltà effettivamente l’hanno. Ma ne hanno anche di più per quanto riguarda l’inglese.

Tutto ciò conferma la teoria, secondo la quale, se l’impero si interessa a tutto ciò che avviene nel mondo, il mondo si interessa a tutto ciò che avviene nell’impero. E infatti in Italia si segue la campagna elettorale americana giornalmente. Parliamo di Donald Trump o di Hillary Clinton come se alla fine dovessimo votare per l’uno o per l ‘altra, o come se ciò che diciamo e scriviamo dovesse avere qualche effetto sul loro futuro.

Resistere all’influenza dell’Impero è forse impresa vana ma sarebbe sperabile provarci con un minimo di buon senso e di buon gusto. Basterebbe - per cominciare - rispettare la lingua che si vuol imitare, non commettendo regolarmente tre errori di pronuncia soltanto in “authority”. Poi bisognerebbe ricordare che vanno imitati i modelli positivi, non quelli negativi. La cucina italiana è migliore di quella dei fast food, e poco importa che la polpetta si chiami hamburger. A proposito: “hàmbuga” è più vicino alla pronuncia giusta di ambùrgher.

Imitare troppo gli Stati Uniti corrisponde a non essere coscienti del valore della nostra gloriosa civiltà. Ma già, molti neppure la conoscono.

pardonuovo.myblog.it
 

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