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Esteri
J.F. Kennedy: le origini del radicalchicchismo di sinistra

Di Giuseppe Vatinno

John Fitzgerald Kennedy, 35° Presidente democratico degli Stati Uniti d’America, noto anche come JFK, è stato un simbolo per intere generazioni di entusiasti e sprovveduti giovani e meno giovani di tutti il mondo. Ricco, bello, con glamour naturale, cattolico, apparentemente progressista, fautore dei diritti civili e contro la segregazione razziale che ancora vigeva negli Usa in quei tempi. Il matrimonio con Jacqueline “Jackie” Onassis completava l’opera di prematura beatificazione di un quadro che si voleva dipingere a tutti i costi come luminoso e da addurre come esempio per l’intera umanità.

Tuttavia, negli anni, si sono scoperte cose veramente poco edificanti che del resto erano già cominciate a filtrare allora, al tempo della presidenza anch’essa oggetto di attenta rivisitazione storica una volta passata la sbornia mondiale modaiola.

Kennedy ebbe il potere per soli due anni, dal 1961 al 1963, ma gli bastarono per condurre il mondo sull’orlo di un conflitto nucleare prima con la crisi del muro di Berlino e poi con l’invasione della Baia dei porci e Cuba, come mai avvenne prima e come mai sarebbe avvenuto dopo, alla faccia dei suoi -presunti- ideali pacifisti.

JFK era cattolico e di origini irlandesi di Boston, in Massachusetts; divenne Presidente (dopo aver ottenuto la nomination alla convenzione democratica di Los Angeles del 1960) battendo il repubblicano Richard Nixon ed ebbe come vice-presidente Lyndon Johnson, il contestato presidente della guerra in Vietnam anch’esso in contrasto con gli ideali pacifisti sbandierati pubblicamente.

La sua presidenza fu caratterizzata da fasi fatte di sicuro effetto come quella che ancor oggi imperversa non solo in politica ma in ogni organizzazione, una vera iattura per l’intera umanità: “« Ask not what your country can do for you – ask what you can do for your country » e cioè «Non chiedete cosa il vostro Paese può fare per voi; chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese.»

Oppure l’altrettanto temibile Ich bin ein Berliner, “Io sono un berlinese” che al pari della prima infesta qualsiasi discorso retorico contemporaneo. Fu autore, da senatore, di un libretto dal titolo Profiles in Courage in cui narrava le vicende di otto senatori che avevano rischiato le loro carriere per portare avanti i propri ideali; un libello melassoso e denso di affermazioni roboanti e stucchevoli che non faceva presagire niente di buono.

JFK, per lo stile della sua presidenza, la retorica vuota e tronfia delle sue affermazioni e soprattutto l’assoluta mancanza di coerenza tra gli alti ideali professati e il suo comportamento può essere certamente preso come l’iniziatore di quella perniciosa e insopportabile categoria umana, ancor prima che politica, che va sotto il nome di radical-chic e che ha contribuito non poco alla vittoria di Donald Trump alle ultime elezioni Usa e che ha distrutto la sinistra anche italiana; un misto di tracotanza, superbia, boria ingiustificata, assoluta distanza dai problemi della gente (il socialista Hollande definì i poveri “gli sdentati”).

Kennedy inoltre fu un fedifrago seriale che ebbe moltissime amanti proprio durante la sua permanenza alla Casa Bianca e nonostante volesse fornire al mondo l’immagine falsa e distorta di un buon padre di famiglia pare -a volte- anche sotto gli occhi della elegantissima mogliettina. Ebbe una caterva di ragazze giovani, molte vergini, che possedeva instancabilmente a ritmi superumani tali da far impallidire e relegare a ruolo di comparse amatori famosi come il nostrano Silvio Berlusconi.

Famosa è la storia che ebbe con l’attrice Marilyn Monroe che ha solleticato varie teorie complottiste. Robin Biddle Duke, moglie del capo protocollo alla casa Bianca, Angie Duke ha detto senza mezzi termini: “Tutti sapevano che JFK era un porco”.

Bobby Backer segretario dei democratici al Senato riportò una frase che il Presidente Kennedy gli disse: “Mi viene un'emicrania , se non trovo un nuovo e sconosciuto pezzo di fica ogni giorno". Kennedy fu ucciso a Dallas, in Texas, il 22 novembre del 1963 da Lee Harvey Hosvald ucciso a sua volta da Jack Ruby due giorni dopo, il 24 novembre.

www.giuseppevatinno.it

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