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Esteri
La Cina si muove per prendere Taiwan? L'India schiera il Dalai Lama al confine

Continuano le manovre militari sullo Stretto di Taiwan

La crisi asiatica cominciata su Taiwan è lungi dall'essere finita. E non solo perché, come ampiamente previsto, le manovre militari cinesi intorno all'isola non si concludono certo con le esercitazioni militari dei giorni scorsi. Ma anche perché l'impatto delle tensioni sullo Stretto si sta facendo sentire anche a livello regionali, con una serie di paesi che si preparano a reagire alla dimostrazione di forza di Pechino. 

Intanto anche nella giornata di venerdì Taiwan ha riportato che 21 aerei da guerra cinesi e 6 navi da guerra sono state avvistate intorno all'isola: 11 degli aerei sono volati a est delle linee aeree e marittime che si ritiene limitino le aree di influenza nello Stretto di Taiwan. Secondo quanto dichiarato dalle autorità aerei e navi dell'esercito cinese sono stati rintracciati con strumenti di localizzazione elettronici, aerei da pattuglia, navi e sistemi missilistici. Una "nuova normalità" nella quale i mezzi cinesi si avvicinano progressivamente alle coste taiwanesi e dopo aver avviato con regolarità le incursioni nello spazio di identificazione di difesa aerea faranno lo stesso oltre la linea mediana (entrambi non riconosciuti da Pechino che rivendica tutte le acque dello Stretto come cinesi).

Gli effetti della tensione su Giappone e India

Ma attenzione anche a quello che accade intorno a Taiwan. A partire dal Giappone, che dopo che alcuni dei missili balistici lanciati dalla Cina sono finiti nelle acque della sua zona economica speciale (anche queste non riconosciute dal governo di Pechino che ha aperta una disputa sulle isole Senkaku/Diaoyu), si rende sempre più conto che in caso di conflitto su Taiwan rischia di essere coinvolto in prima persona. Tra l'altro, la stampa giapponese sostiene che Xi Jinping avrebbe deciso in prima persona il lancio di missili nella ZES di Tokyo per dare un segnale chiaro: "Non intervenite sulla vicenda Taiwan".

Se il Giappone sembra destinato ad avere un ruolo soprattutto reattivo, c'è chi immagina un ruolo più attivo anche dell'India. Pechino e Nuova Delhi non sono ancora riuscite a distendere del tutto i rapporti tesi dopo gli scontri lungo il confine conteso della primavera del 2020. In questi giorni il governo indiano non ha reiterato il principio dell'unica Cina, ha seguito con attenzione gli sviluppi sullo Stretto e ha anzi confermato un'esercitazione congiunta con le truppe statunitensi a meno di 100 chilometri di distanza dal confine conteso in programma per ottobre.

L'esercitazione congiunta con gli Usa è annuale e non è una novità, ma il luogo dei test invece sì. Difficile non pensare che si tratti di un segnale nei confronti di Pechino. Anche se l'India ha dimostrato da sempre che non intende allinearsi all'occidente e agli Usa, a partire dai rapporti fluidi mantenuti con la Russia anche dopo l'invasione dell'Ucraina, le tensioni con Pechino restano alte e una Cina più muscolare potrebbe spingere l'India ad adottare contromisure anche perché le due aree di infuenza dei giganti asiatici si sovrappongono sul quadrante himalayano e nell'oceano indiano.

Nei giorni scorsi l'India ha peraltro schierato un elicottero militare per trasportare il Dalai Lama da Leh a un villaggio remoto, in un contesto di continua contrapposizione con la Cina lungo la Linea di controllo effettiva tra le due nazioni confinanti nel Ladakh orientale. L'ultima mossa del governo del primo ministro Narendra Modi sembra inviare un messaggio sottile ma deciso a Pechino, che considera il Tibet una questione centrale. Secondo la stampa indiana, tra l'altro, il Dalai Lama avrebbe recentemente affermato a Leh che un cambiamento della situazione in Cina sarebbe "imminente" e che i tibetani in esilio devono "rimanere forti".

Pechino risponde "arruolando" il Nepal con progetti infrastrutturali al confine visti come una minaccia da parte indiana. Il riverbero dei missili balistici potrebbe arrivare al di là dello Stretto di Taiwan.

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