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Esteri
Murakami, il rapporto con l’Italia e perché riscoprirlo in tempi di lockdown

Murakami da riscoprire tra coronavirus e lockdown

Haruki Murakami è un simbolo del Giappone in Occidente. In patria non è stato da subito capito, ci sono voluti degli anni, e diversi cambiamenti socio-culturali. Ancora oggi c’è chi lo considera troppo pop, troppo occidentale. Eppure, Murakami ha significato per tanti italiani la prima scoperta del Giappone e della sua cultura.

L’uscita in Italia, avvenuta questa settimana con Einaudi, del suo nuovo libro, Abbandonare un gatto, ci dà l’occasione per ripercorrere vita, carriera e tematiche di questo autore tanto famoso ma forse poco conosciuto, che può esserci da faro nell’isolamento dei lockdown, della pandemia, del distanziamento sociale.

Una volta, parlando al Guardian de L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio (libro pubblicato in Italia da Einaudi nel 2014 tradotto da Antonietta Pastore, che in Giappone ha venduto oltre 2 milioni di copie in sole due settimane) Murakami ha detto: “Ne succedono di cose strane in questo mondo. Tu non sai perché, ma succedono”.

Ecco, questa frase può valere per molti dei suoi scritti ma, soprattutto, può essere l’emblema di questo momento storico che stiamo vivendo. I suoi personaggi sono osservatori, attendono che succeda loro qualcosa, mentre affrontano con calma interiore diversi lati della solitudine. Un po’ come (dovremmo fare) noi. Ma andiamo con ordine.

Murakami, la biografia

Haruki Murakami è nato a Kyōto nel 1949. Cresciuto a Kōbe, si è poi trasferito a Tōkyō, dove ha frequentato la Waseda University. Dopo il college, ha aperto con la moglie, Yōko Takahashi, un piccolo jazz bar che ha gestito per sette anni, il Peter Cat, dal nome di un suo gatto, animale molto amato dallo scrittore e spesso presente nella sua vita e nella sua letteratura.

Vince il premio Gunzō nel 1979 col suo primo romanzo, Ascolta la canzone del vento, arriva alla notorietà internazionale con Norwegian Wood nell’87, gli viene conferito il premio Franz Kafka nel 2006, ma è nel 1995 che conquista la piena fiducia del popolo giapponese, tornando in patria dagli Stati Uniti, dove si era trasferito, dopo il grande terremoto di Kōbe e l'attacco terroristico con gas nervino alla metropolitana di Tōkyō.  Murakami indaga gli eventi, intervista i superstiti e ne scrive due libri divenuti celebri: Underground (1997) e Tutti i figli di Dio danzano (2000).

Tradotto in oltre 50 lingue in tutto il mondo, best seller anche in Corea del Sud e Cina, Murakami lavora a sua volta come traduttore per l’inglese, volgendo in giapponese le opere di alcuni dei suoi modelli: Raymond Carver, Francis Scott Fitzgerald e John Irving.

Murakami e il rapporto con l’Italia

Nel frattempo continua a viaggiare, vivendo in diversi luoghi che ispirano la sua scrittura. In uno di questi in particolare, l’Italia, vive “anni molto belli e prolifici, di cui ho dei bei ricordi soprattutto legati al vino e alla pasta”. A dirlo è lui stesso in una lectio magistralis tenuta l’anno scorso ad Alba, dove gli è stato conferito il premio Lattes Grinzane.

Alla fine degli anni '80, Murakami e la moglie Yoko si traferiscono per un po’ in Sicilia, e poi a Roma. “Facevo jogging lungo il Tevere tutte le mattine” racconta in un’intervista al Corriere della sera “e spesso venivo rincorso dai cani. E mi divertivo a guidare fino in Toscana per andare a comprare il vino. In Italia ho scritto Norwegian wood e Dance Dance Dance, e inoltre una mezza dozzina di racconti brevi”.

Murakami, Norwegian Wood
 

Norwegian Wood, Tokyo blues

“Ogni volta che penso a questo romanzo, ancora oggi alla mia mente affiorano i paesaggi dell’Italia degli anni ‘80”. Così Murakami parla di Norwegian Wood, scritto per lo più nella periferia della capitale italiana, in un “piccolo appartamento con cucina”.

Nell’introduzione al romanzo, da lui tradotto, Giorgio Amitrano scrive: “Norwegian Wood è la storia, raccontata in un lungo flashback da un narratore trentaquattrenne, della difficile educazione sentimentale di un giovane studente universitario al tempo delle rivolte studentesche in Giappone, dalla metà del 1968 all’ottobre 1970. […] Assalito dal dubbio di aver sbagliato o poter sbagliare, ma anche guidato da un ostinato e personale senso della morale […] che lo fa sentire diverso dai giovani rivoluzionari, e lo spinge piuttosto verso la solitudine”.

Forse il libro più intimo e introspettivo di Murakami, Norwegian Wood la “nostalgia struggente per un tempo perduto e lontano”, esplora il mondo in ombra dei sentimenti, oltre a essere un grande romanzo sull’adolescenza. Ma questi temi sono ricorrenti in tutta la sua opera. Ci sono libri più incentrati sull’aspetto magico e surreale, e altri che indagano concetti universali come la solitudine, la paura, l’affettività, tenendo sempre di fondo simbolismi e rivelazioni oniriche.

Abbandonare un gatto

Tutto questo, però, passa in secondo piano nella sua ultima opera in ordine cronologico, Abbandonare un gatto, in libreria da pochi giorni. Murakami parla qui per la prima volta della sua famiglia, in particolare di suo padre. Un ritratto sincero del “figlio qualunque di un uomo qualunque”. Un delicato racconto autobiografico tradotto in parole da Antonietta Pastore e in immagini da Emiliano Ponzi, uno dei più importanti illustratori contemporanei.

La curiosità verso questo libro è tanta, così come le parole che si potrebbero ancora scrivere su questo straordinario autore che da anni è tra i favoriti nella corsa al Premio Nobel per la Letteratura. Non sappiamo se lo vincerà mai, ma di una cosa siamo certi: ha già conquistato l’unico riconoscimento che ha dichiarato più volte di voler ricevere, la stima dei suoi lettori.

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