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Esteri
Obama in ritardo di un giro

 

Di Gianni Pardo

In contrapposizione al bieco guerrafondaio George W. Barack Obama è stato visto come il salvatore dei veri valori dell’America. Considerandolo un bravo figliolo, in Scandinavia, prima ancora che avesse potuto fare qualcosa, si sono affrettati a dargli il Premio Nobel per la pace. Il nuovo Presidente appariva buonista, aperto al dialogo, soprattutto di sinistra, insomma era una manna per le persone dal grande cuore. A causa di tutto ciò, anche se già i primi risultati sono stati disastrosi (per esempio con la famosa “Primavera Araba”) per parecchio tempo è stato impossibile criticarlo.

I sette anni che sono passati da allora hanno dimostrato quanto sia difficile che i fatti corrispondano alle speranze. Soprattutto quando queste sono fondate più sui buoni sentimenti che sul realismo. Oggi Obama è oggetto di infinite critiche ed ha completamente perduto l’aureola. Nessuno oserebbero dire che è stato un grande Presidente. Ed è perché finalmente quell’uomo eccessivamente sorridente è stato brutalmente ridimensionato che si può cominciare a difenderlo, anche se non come Presidente: come uomo in buona fede. Pur senza dimenticare che, quando i risultati negativi sono  prevedibili,  la buona fede è un’aggravante.

Vi sono incontestabili verità che sono dannose, se adottate al cento per cento. L’elegante senatore americano è convinto che la guerra va evitata ad ogni costo. E non avrebbe torto, se soltanto si potesse. Ad ogni notizia di stragi proclama che sarebbe necessario uno stretto controllo delle armi, ed effettivamente sarebbe certo bello se nessuno le usasse. Vorrebbe fornire una buona assistenza sanitaria gratuita anche a quelli che non si assicurano, ed è un bel progetto. Peccato che  gli altri americani  - quelli che dovrebbero pagargliela - gli fanno sapere che non sono d’accordo. Insomma Obama non tiene conto della prima regola della morale greca.

I greci non hanno mai sofferto di un eccesso di scrupoli. Uno dei loro miti fondanti è quello di Ulisse, capace di vincere una guerra con l’inganno piuttosto che con le spade. E tuttavia, contrariamente a quanto scriveva Machiavelli – che alla mancanza di scrupoli opponeva soltanto il limite dell’efficacia – i greci pensavano che non bisognasse esagerare in nessun campo. La hybris, l’eccesso, era un peccato che suscitava l’ira degli dei e la totale rovina dell’incauto. Obama dovrebbe dunque sapere che la guerra è un male orribile ma non va evitata quando ciò conduce ad un male maggiore. Poi è vero che le armi uccidono, ma dal momento che chi è disposto a pagarle riesce comunque a procurarsele, l’ideale è che ce ne siano molte in mano alle forze dell’ordine. Ed anche di qualche cittadino perbene, in modo da potere eventualmente rispondere al fuoco dei criminali. Quante vite di giovani sarebbero state risparmiate, in Norvegia, se qualcuno avesse abbattuto quella belva insipida di Breivik?

Invece, perdendo un’ennesima occasione di star zitto, ancora in occasione di questa strage di San Bernardino, il Presidente Obama ha detto che il controllo di pistole e fucili dovrebbe essere più stringente. Dimenticando che i colpevoli avevano un intero arsenale. Anche a non concedergli il porto d’armi per la rivoltella, erano capaci di auto-attribuirsi il permesso di andare in giro con un bazooka o un cannone.

Obama è in ritardo di un giro rispetto alla realtà. Questo provinciale della politica ad esempio non ha capito che un leader straniero si giudica soltanto pragmaticamente. Non sappiamo che cosa abbia contro Bashar el Assad, certo che la sua insistenza nel volerlo rovesciare – più esattamente, nel volere che sia rovesciato – ha condotto alla destabilizzazione della Siria, alla destabilizzazione dell’Iraq e alla nascita dello Stato Islamico. E tutto questo non gli ha insegnato niente.

Non si può essere tanto presuntuosi da essere sicuri che un più efficace intervento americano nel Medio Oriente avrebbe evitato i problemi di cui soffriamo – fra gli altri il terrorismo e il flusso migratorio – ma il pacifismo ad oltranza di Obama ha reso il più importante Paese del mondo una tigre di carta. Infatti passa per un grande leader Putin soltanto perché si dimostra capace di andare oltre i timidi proclami. Fra un anno a Washington il pendolo della storia andrà nella direzione opposta.

Obama è comunque involontariamente riuscito a mettere a nudo la decadenza dell’Europa. Quando c’è una grave crisi internazionale, coloro che non hanno la forza d’agire ma soltanto quella di lamentarsi, delegano ad altri la conduzione della storia. Divengono secondari, irrilevanti e in prospettiva persino schiavi. L’America, dopo tutto, è difesa da due oceani, l’Europa Occidentale è da sempre lo stadio preferito di tutte le partite a base di calci negli stinchi. E constatare che siamo passati da una storia imperiale ad un presente spaventato, popolato di parolai imbelli, è veramente triste.

pardonuovo.myblog.it
 

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