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Esteri
Siria, l'Occidente usa l'arma delle parole

Di Gianni Pardo

La situazione in Sira è abbastanza chiara nei fatti, ed estremamente confusa nelle parole. Nei fatti abbiamo una Russia che si è decisa ad intervenire pesantemente, con tutto ciò che può servire – soldati in divisa esclusi – per far vincere le truppe di Bashar al-Assad. I risultati non sono mancati e già non si comprende perché non sia annunciata la caduta di Aleppo.

Il fatto conferma un vecchio dato: nessun esercito della regione – forse con la sola eccezione di Israele e della Turchia – è in grado di competere con un moderno esercito di tipo “occidentale”. Non sono i successi russi, a sorprendere, sorprendente sarebbe stata la loro mancanza. Di questo passo il regime di Assad riprenderà il controllo dell’intero Paese. Ma la Siria interessa a parecchi altri soggetti internazionali, con la differenza che, mentre la Russia è stata disposta a metterci la faccia, gli altri sembrano credere di potere ottenere dei risultati con le parole.

Il Vicino Oriente è per sua natura problematico. La maggior parte degli Stati non esisteva prima della dissoluzione dell’Impero Ottomano e comunque non ha mai avuto confini naturali. Dunque le appartenenze più sentite sono state quelle tribali e soprattutto religiose e fra i tratti di territorio più importanti ci sono quelli che includono l’accesso al mare. La Siria, per queste ragioni, interessa a tutti. Dal punto di vista religioso ha una maggioranza sunnita (come la Turchia e l’Arabia Saudita) ma è dominata da una setta shiita, quella alawita, e questo l’affratella all’Iraq e soprattutto all’Iran, patria della Shia. Questi Stati vedono in una Siria amica una porta aperta sul Mediterraneo. Infatti la costa orientale di questo mare è chiusa a nord dalla Turchia, Stato con velleità di potenza regionale egemone. A sud dall’Egitto, il quale però, disponendo di una lunga costa ad ovest del Sinai, non ha ragione d’interessarsi alla Siria. Al centro c’è Israele che, oltre ad essere bene armata, è difesa da sud e da est dal deserto, a nord ha un Libano ben poco voglioso di imprese militari e lo stesso confine con la Siria è breve e facilmente difendibile, anche con l’artiglieria posta sul Golan. Comunque, trattandosi di uno Stato non musulmano, è fuori questione e Gerusalemme, per così dire, gioca in proprio. Tutto ciò che potrebbe chiedere è d’essere lasciata in pace.

La Russia s’interessa della Siria innanzi tutto per continuare ad usufruire del porto di Tartus. Si sa che uno degli eterni problemi di Mosca è quello dell’accesso della sua flotta al Mediterraneo, evitando di sottostare alla servitù dell’attraversamento del Bosforo. Questo è un fattore militare e politico di grande peso. Ecco perché è stata disposta ad impegnarsi seriamente, ponendo fine allo stallo siriano.

L’altro grande e lontano protagonista è Washington, i cui interessi, già tenui di per sé, sono resi ancor più evanescenti dalla guida idealistica ed incerta di un Presidente come Obama. Questi ha sempre manifestato un’acre ed inflessibile ostilità ideologica nei confronti del regime di Bashar al-Assad, al punto d’avere più volte posto come condizione per i negoziati che egli lasciasse il potere. Come se, caduto questo medico lì insediato per ragioni dinastiche e quasi di malavoglia, si potesse essere sicuri che colui che lo sostituirà sarà certamente un sincero e mite democratico. I Russi invece hanno ragionato realisticamente: se aiutiamo Assad, lui fornirà le truppe di terra necessarie, qualcosa invieranno anche gli iraniani, e noi rimarremo influenti nella zona. Le considerazioni morali, se necessarie, in altro momento.

Gli Stati Uniti tuttavia, mentre non vogliono impegnarsi militarmente in modo serio, amerebbero lo stesso essere determinanti. Allo scopo fanno un mare di dichiarazioni, mandano John Kerry a destra e a manca, ammoniscono e minacciano, ma in totale lasciano il tempo che trovano. Fino a quando a Washington non ci sarà un altro Presidente, non faranno niente di serio.

Più interessati ad un’azione concreta, se necessario, sono i sauditi. Essi sono spinti dall’esigenza di contenere l’ambizione iraniana di divenire la potenza egemone regionale, ma la minaccia d’intervento in Siria non suona molto credibile. A parte le risibili tradizioni militari dei Riyadh, se le sue truppe devono passare dalla Turchia, significa che la Turchia stessa è disposta ad intervenire. Ma – se così fosse – essa poi non avrebbe bisogno dei sauditi.

Non contando Israele, la Turchia - Paese di circa ottanta milioni di abitanti - ha l’esercito più forte della regione. Dunque un suo intervento sarebbe di notevole peso. Essa è ostile ad Assad, innanzi tutto per ragioni religiose. La maggioranza siriana è sunnita mentre il gruppo dominante è alawita, cioè shiita. Cosa che è uno dei motivi della rivolta. Inoltre, quanto più Ankara ha peso nei governi della regione, tanto più può contrapporsi all’Iran come potenza egemone, ed anche all’ingresso della Russia nello scacchiere.

Ma la Turchia ha commesso alcuni errori. Innanzi tutto a lungo si è preoccupata più dei curdi, all’interno e all’esterno dei suoi confini, che dei siriani e dello Stato Islamico. Poi, ammesso che sia disposta ad intervenire sul territorio siriano, lo farebbe dopo che i russi si sono già mossi, e rischiando dunque di scontrarsi con le loro armi. Infine ha commesso l’errore massimo di abbattere un cacciabombardiere russo, sicché ora non può sconfinare con i suoi aerei nei cieli siriani perché i russi non aspettano che l’occasione per restituirgli il favore. E infatti, volendo bombardare i curdi che hanno riconquistato la base di Menagh, l’hanno fatto dall’interno del loro territorio, con l’artiglieria.

Oggi si direbbe che la situazione si avvii verso una soluzione. Gli Stati Uniti e gli altri chiedono incontri, negoziati, tregue, ma probabilmente Damasco e Mosca prima vorranno conseguire risultati definitivi e poi concederanno la tregua. Che senso avrebbe, per i russi e per Assad, rinunciare alla conquista di Aleppo, attualmente una pera matura che si attende cada dall’albero?

Speriamo che questa tragedia si concluda al più presto. Una guerra civile impone sofferenze perfino peggiori di quelle di un governo autocratico. C’è soltanto da sperare che l’uomo solo al comando, comunque si chiami, sia un farabutto normale, e non un eccezionale farabutto come Saddam Hussein.

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