“Soldati europei in Groenlandia? È un messaggio per gli Usa”, l’esperto spiega il vero obiettivo dell’operazione - Affaritaliani.it

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Ultimo aggiornamento: 18:24

“Soldati europei in Groenlandia? È un messaggio per gli Usa”, l’esperto spiega il vero obiettivo dell’operazione

Intervista a Antonio Missiroli, Consigliere senior dell’ISPI, già Sottosegretario Generale della NATO per le Minacce alla Sicurezza Emergenti

di Federica Leccese

“Soldati europei in Groenlandia? È un messaggio per gli Usa: l’Europa si preoccupa della sicurezza dell’isola”

Le tensioni sulla Groenlandia e sul futuro dell’Artico riportano al centro del dibattito geopolitico il rapporto tra Stati Uniti, Europa e Nato: l’invio di militari europei sull’isola è un semplice esercizio programmato o un segnale politico più ampio?

L’Artico rischia davvero di diventare un nuovo fronte di competizione strategica globale?  A fare chiarezza è Antonio Missiroli, Consigliere senior dell’ISPI, già Sottosegretario Generale della NATO per le Minacce alla Sicurezza Emergenti, che ad Affaritaliani chiarisce il reale significato dell’operazione europea in Groenlandia e le ragioni dell’interesse strategico di Cina e Russia per l’isola.

Qual è l’obiettivo dell’Europa nell’inviare soldati in Groenlandia: si tratta di una missione di sicurezza, di deterrenza o di un segnale politico? Che messaggio vuole mandare?

“Alcuni Paesi europei non hanno inviato soldati in Groenlandia, quindi non si può parlare di deterrenza o di prevenzione nei confronti di un eventuale intervento da parte di altri attori. I militari presenti partecipano a un’esercitazione decisa tempo fa — queste cose non si improvvisano — che serve anche a segnalare, persino agli alleati americani, che gli europei si preoccupano della sicurezza della Groenlandia.

Personalmente non la vedo come un’operazione ostile o antiamericana, ma piuttosto come una risposta ad alcune delle critiche formulate da Trump sulla presunta mancanza di una protezione adeguata dell’isola. È in corso un’esercitazione che serve a mostrare ai groenlandesi, agli americani e ad eventuali altri attori internazionali che esiste una presenza e un’attenzione per il Paese.

All’interno dell’Alleanza atlantica si è persino discusso della possibilità di inviare una missione navale, chiamata “Sentinella artica”, sul modello di quelle già lanciate nel Baltico e nel Mare del Nord, vicino alle isole Svalbard e alla Norvegia, per sorvegliare e monitorare le coste della Groenlandia. Una delle osservazioni di Trump riguardava l’avvistamento di un numero crescente di navi russe e cinesi al largo dell’isola: valutazioni che l’intelligence europea avrebbe smentito. Tuttavia, dimostrare attenzione per la sicurezza della Groenlandia potrebbe contribuire a sdrammatizzare le tensioni emerse negli ultimi giorni”.

In che modo il disaccordo tra Stati Uniti e Danimarca sul futuro dell’isola potrebbe impattare le dinamiche della Nato nella regione?

“In questo momento sembra esserci stata una sorta di de-escalation della polemica. I negoziati e le discussioni tra Stati Uniti da un lato e Danimarca e Groenlandia dall’altro sono stati affidati a un gruppo di lavoro che dovrebbe iniziare le proprie attività la prossima settimana. Non c’è quindi più un’urgenza che imponga decisioni immediate — come un intervento militare o un’ipotesi di acquisto — ma si è aperto un canale di confronto diplomatico.

Resta da vedere se questo dialogo porterà a risultati accettabili per entrambe le parti: i punti di partenza sono molto distanti e poco conciliabili. Tuttavia, il compito della diplomazia è proprio quello di smussare gli angoli e trovare soluzioni pragmatiche.

Se l’obiettivo è garantire una maggiore presenza militare americana o della Nato in Groenlandia e aumentare gli investimenti, non solo in sicurezza ma anche nell’economia dell’isola, gli strumenti esistono già. Ci sono trattati bilaterali tra Stati Uniti e Danimarca e una presenza militare americana consolidata: gli Stati Uniti dispongono già della base di Pituffik, nel nord-ovest dell’isola, che possono ampliare senza dover chiedere autorizzazioni particolari. I mezzi per migliorare la situazione e trovare compromessi ragionevoli dunque ci sono; resta da capire se esista anche la volontà”.

Mosca parla di “militarizzazione accelerata del Nord” da parte della Nato: quanto sono fondate queste accuse e che tipo di equilibrio si sta creando oggi nell’Artico? Rischia davvero di diventare un nuovo fronte di competizione strategica globale?

“Paradossalmente l’Artico, sia durante la Guerra fredda sia nel periodo successivo, è stato una sorta di eccezione rispetto ad altri teatri di confronto e tensione tra i blocchi. Oggi, però, con la prospettiva dello scioglimento dei ghiacci e l’apertura di nuove rotte di comunicazione, oltre all’accesso alle risorse naturali, la competizione per il controllo di queste vie e di queste risorse è aumentata.

La Russia ha già una presenza molto forte nell’Artico: la penisola di Kola ospita la principale base navale russa, da cui partono anche i sottomarini nucleari che operano nell’Atlantico. Anche la Cina vede nello scioglimento dei ghiacci un’opportunità strategica, che potrebbe consentirle un accesso più diretto verso il continente americano, finora precluso.

L’importanza strategica del Nord è dunque cresciuta e l’amministrazione Trump ha enfatizzato questo aspetto. Come spesso accade, la propaganda di Mosca ribalta l’accusa, sostenendo che siano la Nato e l’Occidente a militarizzare l’Artico, quando in realtà è stata la Russia stessa — anche con iniziative simboliche come il posizionamento di bandiere nel Circolo polare — a segnalare negli anni una crescente competizione per il controllo e le risorse della regione”.

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