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Esteri
Minaccia terrorismo in Italia: quali contromisure?

Gli arresti dei giorni scorsi hanno riportato l’attenzione dell’opinione pubblica italiana sul fenomeno dei foreign fighters e sull’uso del web per l’indottrinamento di nuovi jihadisti. In due operazioni parallele, le forze dell’ordine italiane hanno arrestato una decina di persone in procinto di partire per la Siria e smantellato una cellula qaedista specializzata nel reclutamento online di nuovi terroristi. Le due operazioni dimostrano quanto questi fenomeni interessino ormai da vicino anche il nostro paese e quanto siano importanti i nuovi strumenti legislativi per far fronte a una minaccia di radicalizzazione che ha nel web, più che nelle moschee, il principale canale di diffusione, come ricordato dal direttore dell’ISPI Paolo Magri su Rai Tre.

Chi e quanti sono i foreign fighters italiani?

Sebbene il fenomeno dei cosiddetti foreign fighters, ovvero coloro che partono dall’estero per combattere nelle fila dello Stato Islamico, interessi ormai tutti i paesi occidentali, Lorenzo Vidino, ISPI e Georgetown University, sottolinea nel rapporto ISPI "Il jihadismo autoctono in Italia" come il nostro paese risulti meno esposto di altri. "La radicalizzazione d’ispirazione jihadista in Italia riguarda solo una frazione statisticamente insignificante della popolazione di fede musulmana. Infatti, nonostante un atteggiamento abbastanza aggressivo delle autorità e la presenza di strumenti giuridici che consentono agli inquirenti un’ampia latitudine operativa, solo pochi soggetti sono stati arrestati in Italia". Ciò è confermato anche dal fatto che, secondo le stime più diffuse, sarebbero circa un centinaio i foreign fighters partiti dall’Italia, contro i circa 700 partiti dalla Francia e i 500 dalla Gran Bretagna, senza considerare paesi come il Belgio e la Danimarca che, con circa 250 e 100 rispettivamente, sono i paesi europei con il più alto numero di foreign fighters in relazione alla popolazione. Sebbene sia difficile tracciare un profilo del foreign fighter occidentale, lo psicologo Marco Cannavicci, ne evidenzia alcuni elementi chiave all’interno del suo capitolo per il Rapporto ISPI "L’Italia e il terrorismo in casa: che fare?": il desiderio di farsi giustizia da soli e di esprimere in modo plateale la propria rabbia verso gli stili di vita europei, un bisogno psicologico d’identificazione assoluta con un gruppo estremista e una causa ritenuta giusta, il bisogno di trovare una propria identità e un nuovo status sociale.
 
Reclutamento via web: la risposta normativa

Negli ultimi anni uno dei dati più rilevanti riguardo al fenomeno jihadista è il preoccupante aumento di casi di estremisti che apprendono autonomamente le tecniche del jihad via web. Nel Rapporto ISPI "L’Italia e il terrorismo in casa: che fare?" il sostituto procuratore di Brescia Leonardo Lesti evidenziava le criticità che penalizzavano l’efficacia della legislazione italiana in questo ambito quali le difficoltà applicative degli strumenti di indagine classici e l’impossibilità di effettuare interventi in presenza di soli segnali di allarme. Molte di queste carenze sono ora superate grazie al decreto anti–terrorismo adottato lo scorso aprile che ha introdotto pene più severe per i reati di istigazione e apologia del terrorismo commessi via web e permesso di agire in maniera preventiva, per esempio attraverso l’istituzione di una "black list" dei siti internet utilizzati per promuovere attività terroristiche.

Le altre misure di contrasto

Oltre a una maggiore capacità di intervento sul web, il decreto anti–terrorismo dello scorso aprile ha introdotto nuovi strumenti legislativi per colpire i cosiddetti foreign figheters prevedendo pene per chi organizza, finanzia e propaganda viaggi per commettere atti terroristici, per i soggetti reclutati (e non solo per il reclutatore come avveniva prima) e anche per coloro che si auto–addestrano. Tra quanti hanno sostenuto negli ultimi anni la necessità dell’adozione di queste misure vi è anche il magistrato Stefano Dambruoso che, forte del ruolo svolto in alcune delle più importanti indagini contro il terrorismo internazionale, sosteneva nel Rapporto ISPI "L’Italia e il terrorismo in casa: che fare?" la limitatezza e l’obsolescenza degli strumenti normativi classici. "Le organizzazioni criminali moderne – scrive Dambruoso – presentano una struttura reticolare caratterizzata da alti livelli di flessibilità, mobilità e connettività. Si rende pertanto necessario l’adeguamento della struttura e degli istituti giudiziari tradizionali nelle indagini in materia di antiterrorismo, assicurando maggiore completezza e tempestività soprattutto nel corso delle indagini preliminari".
 
Oltre l’attività investigativa: tecniche di de–radicalizzazione

Se dal punto di vista legislativo l’Italia ha in parte adeguato il proprio corpus giuridico al nuovo tipo di minaccia, ciò su cui deve ancora intervenire è la predisposizione di programmi di de–radicalizzazione. Qualche segnale positivo sembra tuttavia giungere dalla politica come rileva Lorenzo Vidino che menziona peraltro l’intervento alla Camera dello scorso settembre del ministro dell’Interno Alfano che si è espresso a favore di queste misure. "Serve ricordare – precisa Vidino – che queste sono delle strategie tutt’altro che infallibili e, per questo, non possono sostituire la tradizionale attività investigativa, ma piuttosto affiancarla. Tuttavia, i tassi di successo riscontrati in altri paesi sono considerevoli e i loro costi relativamente contenuti".

da http://www.ispionline.it

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