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Esteri
Tigrai, presidio delle comunità di Eritrea ed Etiopia davanti alla Rai Milano

Sabato a Milano è un caldo pomeriggio di sole. In corso Sempione, davanti alla sede Rai, si sono dati appuntamento, per un presidio di protesta, eritrei ed etiopici milanesi e lombardi.

Le bandiere con i colori giallo, rosso, azzurro, verde, blu, sventolano nella via chiusa al traffico e piena di gente di ogni età.

Poche camionette della polizia, per garantire la sicurezza di una manifestazione pacifica.

I passanti si fermano incuriositi, chiedendo ai vigili che transennano, cosa stia succedendo.

Già perché questo è il motivo della manifestazione davanti alla Rai. Di cosa sta succedendo in Etiopia, dopo il 4 novembre 2020, si parla e scrive pochissimo. La Rai è assente non giustificata. Incredibile il poco spazio dato alla guerra prima, guerriglia poi, tra tigrini del tplf e governo centrale con a capo il premier Abiy Ahmed. Uno scontro che, rischiando di creare instabilità in Etiopia, paese con oltre 100 milioni di abitanti, diventerebbe una miccia per l’intero Corno d’Africa.

Intanto, notizia del 22 aprile, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è espresso favorevolmente sugli sforzi del governo dell’Etiopia per l’organizzazione degli aiuti, anche alimentari, inviati nella regione e per l’avvio del lavoro congiunto tra due commissioni, una interna e una esterna, per verificare le possibili violazioni dei diritti umani.

Cosa sta succedendo oggi in Etiopia e perché sia stata organizzata questa manifestazione milanese, lo spiega il portavoce della comunità etiopica in Lombardia, Romeo Spina. “Siamo qua per far sentire la voce dei nostri popoli, di Eritrea e di Etiopia, perché in questi mesi si sta strumentalizzando il conflitto nel Tigrai, tra tplf e governo, dando un’immagine diversa da quella reale”.

Il Tigrai è la regione a nord dell’Etiopia, nella quale vivono circa 6 milioni di persone. Il 4 novembre dello scorso anno il Tplf (Tigray People's Liberation Front) ha attaccato la Caserma Nord, il deposito federale di armi e munizioni più grande nel paese. Un attacco militare cui il governo  centrale del premer Abiy Ahmed ha risposto con la forza. L’esercito, è stato detto fin dai primi comunicati, non avrebbe però preso di mira i civili, cercando comunque di fermare quello che è stato definito un “attacco terroristico”.

In quella notte di novembre molti soldati dell’esercito nazionale sono stati uccisi dalle milizie tplf, proprio a causa della loro etnia. I sopravvissuti sono fuggiti verso il confine più vicino, trovando rifugio e cure in Eritrea.

L’Eritrea infatti è il paese confinante con il Tigrai. Per questo motivo l’esercito eritreo, dopo l’attacco delle milizie tigrine, è entrato in Etiopia, per presidiare una zona diventata nuovamente calda. È infatti la stessa area dove, dal 1998 al 2000, si è svolto il conflitto tra Eritrea ed Etiopia con al centro la zona della cittadina di Badme. Nel 2002 l’Accordo di Algeri avrebbe messo la parola fine alla contesa, stabilendo che la zona di Badme fosse eritrea. Un accordo però che l’allora premier Melles Zenawi non ha accettato. Né la comunità internazionale ha insistito perché lo facesse.

“Prima dell’attuale conflitto”, dice Spina, “per tre anni il premier Abiy ha mandato nella regione del Tigrai emissari per la pace. L’obiettivo del tplf e dell’ex governatore Debretsion Gebremichael però non era la pace. Volevano rovesciare il governo federale. Per questo avevano indetto le elezioni nella regione, senza il consenso del comitato elettorale governativo, trasgredendo così la Costituzione. Un fatto grave. Il tplf per ventisette anni ha depredato le casse dello Stato, per pagare le lobby in Occidente, perché buttassero fango sull’Etiopia e anche sull’Eritrea. Vogliamo che questo si sappia.

“Il Tigrai voleva maggiore autonomia?”, gli chiedo. “il Tigrai è già guidato dai suoi figli”, risponde. “Il governo centrale non ha ingerenza. Anzi è successo il contrario. Fino a quando il tplf è stato al potere ha preso, con la forza, sempre più spazio. Il loro motto era, se non ci siamo noi l’Etiopia unita non può esistere”, conclude.

Tra poco però in Etiopia ci saranno le elezioni.

“Si, a giugno. Il nostro governo sta lavorando per costruire la democrazia, per far votare tutti. E il vincitore sarà quello voluto dalle elezioni. E le elezioni non si vincono con il fucile”, dice. 

Lei pensa che la guerriglia in Tigrai andrà avanti a lungo?

“il tplf non è nella situazione di reggere uno scontro con l’esercito federale. La guerriglia non terminerà subito, però non potrà fermare il nostro cammino democratico. I sostenitori del tplf sono ormai pochi.

Qui nella via della Rai, sono in molti anche gli eritrei, quasi tutti sventolano la bandiera. “Siamo qua per manifestare con gli etiopici” dice Ghirmai Habtemichael. “Il nostro obiettivo”, prosegue “è far comprendere in Italia, come si è fatto anche all’estero, che molte delle informazioni che arrivano dai canali vicini al tplf, sono false. Per questo siamo qui, con le nostre bandiere che sventolano insieme a quelle dell’Etiopia”.

Molti dei manifestanti si chiedono se la Rai farà un servizio sulla manifestazione sotto le loro finestre. Se ascolterà la protesta, arrivata per così dire a domicilio, come il cibo d’asporto in tempo di Covid.

Tra la folla, c’è anche Enrico Marcora, attualmente consigliere del Comune di Milano. È qui per l’amicizia che lo lega alle due comunità milanesi, quella etiopica e quella eritrea. “Credo che il percorso di pace iniziato nel 2018 debba continuare, che quella sia la strada giusta. Sono qui per far sentire il mio sostegno alla pace”.

La parola pace ritorna spesso tra i manifestanti, soprattutto tra i più giovani. Nessuno tra loro pensa che il premier Abiy debba restituire il Nobel per la Pace ricevuto nel 2019, proprio per aver firmato il trattato d’amicizia con l’Eritrea, azzerando così quasi vent’anni di guerra fredda.

Molti rappresentanti eritrei ed etiopici si rivolgono in italiano ai milanesi. Chiedono pace per i loro paesi e per tutta l’Africa. Una pace che comincia anche con l’informazione, perché la gente sappia chi ha voluto la “guerra fratricida”, come la definisce una giovanissima manifestante, e chi invece combatte per la pace. 

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