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Usa, Biden verso la Convention dem. E Trump pensa al ritorno con il nucleare
Joe Biden - Donald Trump (Lapresse)

Usa, Biden al bivio verso la Convention dem. E Trump pensa a un suo ritorno con il nucleare

"Sleepy Joe" è arrivato al bivio: nei prossimi 7 giorni tra interviste, comizi e il vertice nato si deciderà se sarà ancora lui il candidato anti - Trump. La campagna di Biden risponde che i cambiamenti nei sondaggi dopo il disastroso dibattito di Atlanta non sono enormi, ed era successo anche ad Obama di andare sotto nella prima sfida e recuperare dopo. Il problema è che Biden era in svantaggio e aveva proposto il confronto del 27 giugno per risalire, pensando che Trump avrebbe ricordato agli spettatori i motivi caratteriali e politici per cui lo avevano licenziato nel 2020, preferendo la rassicurante competenza di Joe.

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Il tentativo di riscossa di Biden, per evitare questi scenari, è cominciato con l'incontro di mercoledì sera con i governatori, dove ha rivelato di essersi sottoposto a una visita medica dopo Atlanta: "Tutto bene, toccando ferro. La mia salute è ok. Il problema - ha scherzato - è il cervello…". Per rilanciare l'immagine del leader in controllo della situazione, poi, Biden ha parlato al telefono col premier israeliano Netanyahu, per discutere le opzioni della realizzazione del suo piano in tre punti sul cessate il fuoco a Gaza e la ricostruzione della regione, dopo la risposta di Hamas. Quindi in serata ha partecipato alle celebrazioni per la Festa dell'Indipendenza. La prossima settimana ospiterà il vertice Nato a Washington: mostrarsi alla guida del mondo libero dovrebbe aiutarlo. In questo spazio temporale si giocherà tutto. 

Che convention sarà, allora, l’adunata democratica che inizierà il 19 agosto a Chicago se Joe Biden, alla fine, deciderà di ritirarsi? Si parla - spiega il Corriere della Sera - di "open convention" quando nessun candidato arriva a destinazione avendo conquistato la maggioranza dei delegati. Ma Biden ha vinto il 99 per cento dei quasi 4.000 delegati democratici. Si avvicina più al caso attuale il modello della "brokered convention": si arriva a Chicago senza un candidato predefinito e tocca ai personaggi più influenti del partito scegliere, dopo estenuanti trattative notturne, chi proporre agli americani come candidato presidente. Ma è un modello verticistico ideato quando erano i dirigenti del partito, non gli elettori, a decidere. Non a caso l’ultima "brokered convention" risale al 1952, quando il sistema delle primarie non aveva peso.

Chi vuole avere le mani libere nella scelta del successore di Biden sostiene che il suo ritiro equivarrebbe all’azzeramento delle primarie: tutto tornerebbe, così, nelle mani del partito. Se alla prima votazione nessun candidato dovesse ottenere la maggioranza assoluta di 1.976 voti, dal secondo scrutinio in poi ai 3.937 delegati si aggiungerebbero 700 superdelegati (parlamentari, governatori e dirigenti del partito). E si andrebbe davanti a oltranza. È anche per questo, continua il Corriere della Sera, che la candidatura di Kamala Harris, fin qui poco considerata per la sua scarsa popolarità, risulta difficilmente eludibile. Biden ha già detto di considerarla il futuro dell’America: se si ritirerà, indicherà lei.

Bocciarla significherebbe dare uno schiaffo a tutto ciò che la ex senatrice della California incarna: il governo che ha condiviso con Biden, ora fuori gioco per motivi anagrafici ma autore di riforme importanti che sono il fiore all’occhiello col quale il partito democratico si presenta al voto ; e poi la prima donna arrivata alla Casa Bianca, sia pure da vice; e la prima nera con radici anche asiatiche.

E se il presidente non si ritira, è possibile una sommossa della convention? Tecnicamente una ribellione di massa dei delegati è una possibilità, ma sarebbe un suicidio politico per il fronte democratico. Ma chi vuole riaprire la partita e spera che un vero confronto a sinistra attiri l’attenzione e rivitalizzi un elettorato progressista fin qui apatico davanti alla candidatura Biden, sta pensando addirittura all’organizzazione di un ciclo di «mini primarie»: i politici, come i governatori di California e Michigan, che si candidano alla presidenza presentano i loro programmi e si confrontano in eventi organizzati in cinque o sei grandi città americane e teletrasmessi: elettori coinvolti, nuovi sondaggi, delegati che hanno nuovi elementi per decidere.

Mentre "Sleepy Joe" arranca, dall'altro lato gli alleati di Donald Trump spingono per la ripresa dei test delle armi nucleari con detonazioni sotterranee nel caso in cui l'ex presidente sarà eletto. Lo riporta il New York Times citando l'intervento dell'ex consigliere alla sicurezza nazionale di Trump Robert O'Brien. Gli Stati Uniti devono "testare l'affidabilità e la sicurezza delle nuove armi nucleari nel mondo reale per la prima volta dal 1992", ha scritto O'Brien sulla rivista Foreign Affairs, spiegando che i test aiuterebbero gli Usa a mantenere la "superiorità tecnica e numerica" rispetto alle armi cinesi e russe. Molti esperti ritengono non necessaria la ripresa dei test perché metterebbe a rischio la moratoria onorata da decenni dalle maggiori potenze.






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