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Bitcoin, 64000 tonnellate di rifiuti tossici all’anno

“Quasi 300 grammi di rifiuti elettronici per ogni transazione sulla rete Bitcoin” è il preoccupante pubblicato sulla rivista Resources, Conservation and Reycling.

Praticamente una spedizione di criptovaluta richiede movimenti (mining) generanti rifiuti che, in questo caso, hanno il peso di un cellulare e mezzo.

Il mining di Bitcoin, effettuato da centinaia di persone al mondo, è essenziale per garantire la sicurezza nelle transazioni.

Il gigantesco consumo di energia della rete ha provocato molte polemiche (prima fra tutti quella di Elon Musk)  ma più inosservata , al momento, è passata, l’enorme montagna di rifiuti prodotta.

Secondo lo studio nell'ultimo anno la lavorazione di questa criptovaluta ha generato quasi 31000 tonnellate di rifiuti elettronici. E il trend è in aumento con una previsione di oltre 64000 tonnellate di rifiuti all’anno.

Questo tipo di rifiuti è fortemente contaminante per l’ambiente perchè contiene minerali pesanti e sostanze chimiche che entrano nel suolo e nell'acqua.

Inoltre un altro problema è che questi rifiuti non vengono riciclati correttamente in quanto è necessaria una tecnologia avanzata per dividere i diversi componenti, e molti paesi non hanno nulla di tutto questo.

Rafael Serrano, direttore delle relazioni istituzionali della Fundación Ecolec, specializzata in riciclaggio elettronico, sostiene che “Ci sono impianti per la gestione di questi rifiuti che fanno investimenti vicini ai 10 milioni di euro. E poi devono fare un processo di ammortamento affinché alla fine risulti redditizio”.

Questo gap inoltre produce una perdita di risorse. In questi prodotti possiamo trovare rame, alluminio, ferro, piccole percentuali di argento o oro.

I dati dell’Onu indicano che i rifiuti elettronici hanno raggiunto 50 milioni di tonnellate, di cui solo il 20% riciclato. Tradotto in valore economico, questo equivale a più di 62,5 miliardi di dollari.

Il direttore Serrano indica poi che oggi c'è un traffico illegale di questa rifiuti, che finiscono in grandi discariche sulla costa dell'Africa occidentale, in zone del Ghana o della Costa d'Avorio.

E il problema, che solo adesso, comincia ad uscire allo scoperto ha due aspetti: primo è sicuramente in crescita, e secondo rappresenta un problema di soluzione complicata.

 

 

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