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Migranti climatici in fuga dall’Africa: la grande corsa contro siccità e fame

Migranti climatici in fuga: il quadro africano 

Nel Sahel, vasta area di terra che tocca Senegal, Gambia, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Sudan, Eritrea, compresa tra il deserto del Sahara a nord e la foresta tropicale a sud, i terreni fertili si degradano e le risorse idriche diminuiscono. In Kenya l’innalzamento delle acque della Rift Valley minaccia lo sfollamento di migliaia di persone. In Somalia, a causa della grave siccità, il 70% delle famiglie rischia di rimanere senza accesso all’acqua potabile; migliaia di bambini sopravvivono grazie alla distribuzione di cisterne mobili o attingendo acqua da pozzi non protetti. In Madagascar meridionale un terzo della popolazione non avrà cibo a sufficienza, a causa della combinazione di tre anni consecutivi di siccità e della grave recessione dovuta alla pandemia di Covid-19.

È questa la fotografia (parziale) di una terra che, nonostante sia contributrice netta del solo 5% delle emissioni globali, sta pagando maggiormente gli effetti di una crisi climatica sconvolgente. Ad essere colpite, secondo le stime Oxfam, sarebbero oltre 52 milioni di persone distribuite in diciotto paesi tra Africa centrale, orientale e meridionale. In particolar modo, l’ultimo report “Global climate index 2021”, pubblicato a gennaio da Germanwatch, classifica Mozambico, Zimbabwe, Malawi, Sud Sudan e Niger tra i dieci paesi al mondo più soggetti a eventi estremi.

migranti climatici 2
 

Migranti climatici in fuga: le aree più "fragili"

Fenomeni sempre più frequenti e intensi che rappresentano una minaccia su più fronti: dalla vita quotidiana alla salute, dalla biodiversità del territorio agli equilibri politici. Fotografando le aree nel dettaglio vediamo come in diverse regioni dello Zimbawe si registra il più basso livello di piogge dal 1981, con 5,5 milioni di persone colpite da grave insicurezza alimentare. La regione dello Zambia, solitamente molto ricca di mais, è a secco: le esportazioni sono a zero, con 2,3 milioni di persone che soffrono la fame. Situazione non migliore anche in Africa orientale e nel Corno d’Africa, nello specifico in Etiopia, Kenya e Somalia, colpite da numerosi alluvioni lungo i corsi fluviali, causati dall’innalzamento delle temperature record registrate nell’Oceano Indiano. In stato di emergenza anche il Sud Sudan, con oltre 900.000 persone colpite dalle piogge. Un quadro complesso che– dalle stime Oxfam– conta 7,6 milioni di sfollati in fuga da conflitti e 2,6 milioni di profughi climatici.

Migranti climatici in fuga: le prospettive

A pesare in questo quadro anche i bilanci futuri. Secondo il rapporto “Weathering the Storm– Extreme weather events and climate change” in Africa, pubblicato da Greenpeace Africa e dall’unità scientifica di Greenpeace, tutti i possibili scenari climatici prevedono temperature medie nel continente aumentare più velocemente rispetto al ritmo della media globale. Senza un’azione congiunta in grado di abbassare le emissioni, in gran parte dell’Africa la temperatura media raggiungerà un incremento di oltre due gradi. Con la conseguenza che entro la fine del secolo si avranno tra i tre e i sei gradi centigradi in più, ovvero quattro volte tanto rispetto ai target imposti dall’Accordo di Parigi. Ciò aggraverebbe un contesto già alquanto drammatico, causando espansioni dei fenomeni migratori, conflitti sociali, lotte idriche e impatti sul mondo agricolo. 

Per Melita Steeele, direttrice del programma di Greenpeace Africa, “la scienza ci dimostra che c’è ben poco di naturale nei disastri che colpiscono il nostro continente. Una crisi causata dal genere umano richiede soluzioni attuate dal genere umano. L’Africa è la culla dell’umanità e dovrà essere la culla dell’azione climatica per il nostro futuro. La salute, la sicurezza, la pace e la giustizia non si otterranno solo con le preghiere. I leader devono dichiarare l’emergenza climatica per preservare il nostro futuro collettivo”. Un domani quindi costruire attraverso sistemi di pianificazione e non improvvisazione, in grado di anticipare e non semplicemente inseguire eventi sempre più estremi. 

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