Osservatorio ANBI: il Nord Italia si avvicina all’emergenza idrica, crollano laghi e fiumi mentre calano le falde
Il Nord Italia si avvicina a una nuova emergenza idrica. A lanciare l’allarme è l’Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche, che evidenzia segnali sempre più preoccupanti: grandi laghi in rapido svuotamento, fiumi con portate drasticamente ridotte, falde in calo e rischio crescente di risalita del cuneo salino.
L’immagine simbolo della situazione arriva dal lago Maggiore, sceso di due centimetri sotto il livello registrato durante la grande siccità del 2022. Il Verbano, con afflussi inferiori dell’82% rispetto alla media, è passato in appena due settimane da un riempimento superiore al 61% all’attuale 30,3%. Non va meglio per il lago di Como, sceso dal 62,9% al 31,2%, mentre l’Iseo è crollato dal 71,4% al 22,9%. Più contenuto, ma comunque significativo, il calo del Garda, passato dal 75% al 66,4%.
“Purtroppo diventerà consapevolezza diffusa e non confinata a problema agricolo solo quando il veloce abbassamento delle falde e la risalita del cuneo salino intaccheranno l’utilizzo potabile”, avverte Francesco Vincenzi, presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue. Secondo Vincenzi, i segnali che stanno emergendo sono persino peggiori rispetto a quelli del 2022, e l’errore sarebbe considerarli solo una questione legata all’agricoltura.
Nuove preoccupazioni arrivano anche dal Friuli-Venezia Giulia, mentre in Veneto si sta già valutando il ricorso a dissalatori locali. Il quadro è aggravato dall’aumento delle temperature marine: le acque oceaniche globali risultano le più calde mai registrate in questo periodo, mentre il Mediterraneo si mantiene su valori fino a tre gradi sopra la media, con temperature che lungo le coste italiane raggiungono i 30 gradi.
La crisi climatica sta colpendo duramente tutto il bacino mediterraneo. In Francia, in una settimana, si è registrato un aumento della mortalità del 30%; in Spagna i decessi legati all’ondata di caldo di giugno sono stimati in 1.028, contro i 407 dello scorso anno. Intanto gli incendi boschivi che stanno interessando penisola iberica, Francia e Grecia avrebbero già mandato in fumo un’area pari a 190 chilometri quadrati. Nel Sud-Ovest della Francia sono stati evacuati 10mila abitanti minacciati dalle fiamme.
Anche in Italia l’aumento delle temperature sta producendo picchi di calore estremo, soprattutto nelle regioni alpine e nel distretto padano. In Valle d’Aosta, nel mese di giugno, si sono raggiunti valori mai registrati prima: nelle aree a bassa quota le massime hanno toccato i 35 gradi per 15 giorni consecutivi, con temperature superiori di 4,5 gradi alla media. A Prey, a 935 metri di altitudine, la colonnina di mercurio ha raggiunto i 41,6 gradi, il valore più alto di sempre nella regione. Le precipitazioni sono state mediamente inferiori del 25%, con punte di deficit del 69% ad Aosta.
In Piemonte, le scarse piogge di giugno, le temperature superiori alla media di 3,5 gradi e l’assenza di neve in quota hanno determinato condizioni di siccità severa nella parte meridionale e occidentale della regione. Nell’anno idrologico in corso, le precipitazioni risultano inferiori del 24% rispetto alla media. In Lombardia manca oltre il 36% della riserva idrica, pari a circa 709 milioni di metri cubi d’acqua.
Particolarmente delicata anche la situazione in Veneto, dove gli apporti meteorici di giugno sono stati mediamente più scarsi del 15%, con deficit superiori al 40% in alcuni bacini, come il Sile e le aree scolanti nella laguna veneziana. L’anno idrologico 2025-2026 registra finora un ammanco di piogge stimato in 3 miliardi di metri cubi. Sulle Dolomiti le temperature sono state superiori alla media di 3 gradi e il degrado dei ghiacciai procede a una velocità superiore rispetto al 2025. Sul distretto delle Alpi orientali il deficit di risorsa nivale è pari al 74%, peggio del 2022.
A preoccupare è soprattutto lo stato dei fiumi. La portata del Po a Pontelagoscuro, nonostante un lieve recupero dovuto ai rovesci di inizio luglio, resta estremamente scarsa: 323,22 metri cubi al secondo, oltre il 70% in meno rispetto alla media. Il valore è molto distante dai 450 metri cubi al secondo necessari per preservare il Grande Fiume dall’ingressione salina. In Valle d’Aosta i flussi della Dora Baltea sono inferiori del 32% rispetto alla norma. In Piemonte il Tanaro, a Montecastello, si presenta quasi come un ruscello: scorrono appena 2,6 metri cubi al secondo, contro i 40 tipici del periodo, con una riduzione del 93,5%. In sofferenza anche Stura di Demonte, Stura di Lanzo e Toce.
In Veneto, l’Adige si avvicina alla soglia critica dei 90 metri cubi al secondo, sotto la quale le barriere antisale diventano inefficaci. Il deficit idrico del secondo fiume italiano si attesta attorno al 58%. Situazione negativa anche per Bacchiglione, Brenta e Piave. In Emilia-Romagna sono Taro e Trebbia i corsi d’acqua maggiormente in crisi, con portate inferiori persino ai minimi storici. Anche gli invasi piacentini, complice il caldo torrido, hanno perso in un mese circa il 40% della risorsa stoccata.
Nel Centro Italia il quadro resta disomogeneo. In Toscana il Serchio registra un deficit di portata del 22%, mentre l’Arno è a -45% e l’Ombrone resta stabilmente sotto il Deflusso Minimo Vitale. Nelle Marche calano i livelli idrometrici di Potenza, Esino, Sentino e Nera, ma i bacini artificiali, con 48,71 milioni di metri cubi d’acqua, stanno garantendo volumi indispensabili per le campagne. In Umbria preoccupa soprattutto il lago Trasimeno, il cui livello idrometrico a Polvese si attesta a -1,79 metri, cioè 113 centimetri sotto la media. Nel Lazio le criticità maggiori riguardano i laghi dei Castelli Romani: in due settimane il livello del lago di Nemi è calato di 5 centimetri, mentre quello di Albano di 4. Resta invece stabile il lago di Bracciano.
Più favorevole, al momento, la situazione in parte del Sud. In Basilicata le riserve idriche sono ancora abbondanti: nei quattro principali bacini artificiali si registra un riempimento complessivo del 77%, pari a 323 milioni di metri cubi, oltre 127 milioni in più rispetto al 2025. In Puglia, nei bacini foggiani, sono disponibili quasi 135 milioni di metri cubi in più rispetto allo scorso anno, con 225 milioni di metri cubi d’acqua stoccata a disposizione della Capitanata.
Proprio il confronto tra Nord e Sud, secondo ANBI, conferma la necessità di investire in infrastrutture capaci di trattenere l’acqua quando arriva. “È la lettura dei dati pluviometrici, che quest’anno hanno premiato il Sud Italia permettendo di creare riserve idriche per i momenti di bisogno, a dimostrare l’importanza di realizzare bacini per trattenere sul territorio, riducendo anche il rischio idrogeologico, le acque di pioggia”, sottolinea Massimo Gargano, direttore generale di ANBI.
“I miliardi di metri cubi rilasciati a mare nei mesi scorsi nel Nord del Paese erano una ricchezza che oggi rimpiangiamo”, conclude Gargano. “Il Piano Invasi Multifunzionali, proposto da ANBI e Coldiretti, è a disposizione del Paese; i molti progetti già inseriti nel Piano Idrico Nazionale attendono che vengano concretizzate le condizioni per essere realizzati nel più breve tempo possibile, perché la crisi climatica condizionerà sempre più la vita quotidiana e la nostra economia”.

