di Alessandra Peluso
La ricerca di se stesso, della verità e del senso del proprio esistere nella totalizzante crisi dei valori sembrano essere delle condizioni esistenti della nostra epoca e invece, appartengono a François Villon, considerato universalmente uno dei più grandi poeti di tutti i tempi.
Uomo e poeta del medioevo, appunto, è stato di gran lunga criticato e attorno alla sua vita e opere sono state costruite diverse leggende.
Aurelio Principato, curatore, e Antonio Garibaldi, traduttore, portano in auge l’elevata poesia di Villon con “Il testamento e altre poesie”, pubblicato da Einaudi. Nel “Testamento” scritto nel 1461 sono contenute tutte le tempestose esperienze della medesima vita, trasformate in poesia. Ciò che si coglie nel testo e colpisce è la forte compresenza di contraddizioni che rispecchiano l’umano e nel quale Villon utilizza in modo arguto, trattando l’ironia, e facendo riferimento al “Travail”, il soffrire, proprio come un’improvvisa illuminazione che rischiara il senso del vivere.
Inoltre, François crea nell’opera una magica tensione dei contrasti e dei contrari tra la maschera dell’amante martire, il ghigno del buffone, la meditazione del peccatore, il sentimento della vecchiaia e della morte. Aspetti essenziali, senza dubbio, per comprendere la complicata anima di François Villon, per i quali si resta incantati e rapiti, come è accaduto a Emma Stojkovic Mazzariol, traduttrice delle opere del poeta francese e allo scrittore Attilio Carminati nel 1971. Amante quest’ultimo dell’essere indecifrabile del poeta, poliedrico, controverso, sarcastico, meditativo e profondamente umano, con i suoi temi dominanti: la condizione umana, l’amore, la giustizia, la morte.
Sebbene appartenesse all’epoca medievale, sembra molto vicino alla contemporaneità, non solo per i temi trattati, ma perché è analizzato ancora oggi nel terzo millennio. Miracolo della poesia o della critica letteraria?
Sta di fatto che “Il Testamento e altre poesie” è un libro nel quale Aurelio Principato ci fa vivere suggestioni magnifiche che garantiscono al lettore una trascendenza di sé, necessariamente occorre trasbordare il reale nell’immaginario e viceversa, l’amore nel dolore, la vita nella morte e immergersi nella passione, nel travolgente pathos poetico.
François Villon dimostra di giocare molto con i versi, ma non scherza con la vita; per lui l’uomo e il poeta si conciliano perfettamente e non possono essere scissi. È opposto ad ogni convenzione e questo si coglie immediatamente sia nei versi sia nella sua esistenza, non a caso è stato annoverato tra i poeti “maledetto”, proprio come Verlaine, Rimbaud e Baudelaire.
Tuttavia, ciò che affascina è il volto umano, senza maschera di Villon, disarmato, in cui, a parte le sue tracce patibolari, potremo riconoscerci noi, uomini appunto della “crisi dei valori”. (Mario Luzi). Non solo. Esemplari sono le parole del cantautore Fabrizio De Andrè nei confronti del poeta francese: «Ti lascio con la convinzione, caro François, che quel Dio che tanto teneramente hai saputo invocare tra una rissa, una taverna e un bordello, si sia comportato meglio degli accademici compilatori del catalogo della Pléiade: e se proprio come loro non ha voluto ricordare i tuoi versi, sicuramente non ha dimenticato il tuo volto».
E dunque, entrambi uomini, poeti, autori della parola cantata in musica e poesia, accomunati da un senso nobile di “pietas” come unica possibilità di salvezza dell’uomo sulla terra. Si legge in Villon: «Pietà di me, amici miei, pietà, / almeno questo, vi prego, pietà! / Non sotto verdi fronde, ma in una fossa io giaccio, / in quest’esilio dove mala Sorte, / come permise Dio, mi ha rinserrato». (p. 249).
Ecco allora, che le avventure di un’esistenza e la buona sorte della poesia si incontrano, l’una a sostegno dell’altra, certo ciò che traluce ne “Il testamento e altre poesie”, è a ragion veduta il sublime linguaggio poetico.

