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Big Tech, trimestrali da incubo: è finita l'era dell'ipercrescita

Apple, Alphabet, Amazon, quanti problemi: la frenata preoccupa Wall Street

E' finita l'età dell'oro di Apple, Amazon e Alphabet? Sicuramente i conti di queste tre big del tech non sono stati brillanti nel quarto trimestre. E, per motivi diversi, questi tre giganti tecnologici, per i quali gli anni delle 'vacche grasse' sembravano non finire mai, ora sono entrati nell'era delle 'vacche magre'.  Oggi il Sole 24 Ore dedica la sua prima pagina a questo tema (spiegando che la frenata sui conti fa tremare anche Wall Street), a cui Agi ha dedicato un ampio approfondimento.

Apple ha annunciato il suo primo calo dei ricavi trimestrali in quasi quattro anni, poiché le interruzioni nelle catene di forniture in Cina hanno frenato la sua capacità di fornire iPhone premium, cioè i suoi cellulari più costosi e di punta. Amazon, deve invece smaltire i postumi di un dopo sbornia postpandemica, con una brusca frenata delle venite online e sta sperimentando una crescita troppo ‘soft’ del cloud, il suo fiore all'occhiello, cresciuto nel quarto trimestre solo del 20%, sotto le attese. Alphabet, la holding che controlla Google e YouTube, è stata colpita al cuore, registrando un calo del 3,6% del suo core business: le entrate pubblicitarie, scese per la seconda volta da quando Google è diventata una società quotata in Borsa nel 2004.

Insomma, è proprio vero: anche le 'big' piangono. Lo dimostrano i dati di queste deludenti trimestrali, che impattano sul mondo dorato delle Big Tech, ma sono il risultato di una crisi 'reale', perchè riguardano la gestione e la conduzione aziendale. In altre parole riguardano la vita di tutti i giorni delle aziende e quindi il modo con cui i giganti della tecnologia devono lottare con la traballante domanda dei consumatori, colpiti dall'inflazione che ne ha ridotto il potere d'acquisto.

L'età dell'oro dei grandi colossi della Silicon Valley è finita

Una crisi che costringe tutti, grandi e piccoli, a introdurre drastiche misure di riduzione dei costi e altre misure per migliorare l'efficienza e per stabilizzare l'attività aziendale, compresa la necessità di tagliare la spesa in aree come la pubblicità digitale, o il cloud computing. E ancora una crisi che costringe le imprese a ridurre il personale, che poi è quello che nei giorni scorsi hanno fatto Alphabet e Amazon, la prima annunciando un taglio di 12.000 posti e la seconda programmando il licenziamento di più di 18.000 dipendenti dopo che la sua forza lavoro si era gonfiata di 800.000 unità durante gli anni di picco della pandemia. Su questo fronte l'unica a salvarsi è stata Apple, che è rimasta l'unico gigante tecnologico che non ha ancora indicato massicci licenziamenti, per la semplice regione che durante il periodo della pandemia il gruppo ha assunto con moderazione e quindi ora non deve dimagrire.      

Dunque la crisi dei big del tech non è solo una crisi aziendale, ma è una crisi strettamente legata alle incertezze che sta attraversando l'economia e la società americana, e più in generale l'economia globale. Lo dimostra l'impatto della Cina sulla produzione dei nuovi iPhone di lusso di Apple, lo dimostrano il calo dei consumi e degli investimenti, strettamente legati all'aumento dell'inflazione, che riduce il potere d'acquisto di europei e americani e cioè del grosso degli acquirenti mondiali. Lo dimostrano anche le difficoltà che attraversano le economie dei Paesi più avanzati ad assorbire gli aumenti dei tassi di interesse della Fed, della Bce e della Boe e ad evitare di finire in recessione.

Si tratta di una crisi che eufemisticamente viene definita "di transizione" ma che probabilmente è molto di più e riguarda un insieme di fattori: l'aumento dei tassi, la fine dell'era del denaro facile, l'aumento dei prezzi, ma anche la guerra in Ucraina, il riarmo, la globalizzazione così come l'abbiamo vissuta finora, l'uscita dalla pandemia, il lavoro da remoto. Il flop delle trimestrali di Apple, Google e Amazon ha coinciso con l'impennata di Meta, la società che controlla Facebook, il cui titolo ieri è salito del 23%, in controtendenza rispetto a quelli delle altre big del tech. A spingere gli investitori all'ottimismo nel caso di Meta è stato l'annuncio di un buyback da 40 miliardi di dollari e il messaggio lanciato dalla società sulla riduzione dei costi. Tuttavia quello di Meta è un titolo che è stato martellato lo scorso anno e anche Facebook ha recentemente ha annunciato drastici tagli dei posti di lavoro.   

Tutte le grandi aziende tecnologiche stanno in mezzo al guado, tutte stanno cercando nuove forme di business. Mark Zuckerberg, il numero uno e fondatore di Facebook, ha detto che sta progettando di distribuire nuovi strumenti di intelligenza artificiale per aiutare gli ingegneri a diventare più produttivi e a tagliare quei progetti che non sono più cruciali per le priorità della società. E lo stesso sta facendo Google, che sta esplorando l'intelligenza artificiale, con la quale sta cercando si potenziare le soluzioni che già oggi miliardi di utenti utilizzano, dalle ricerche alle Mappe, dalle traduzioni agli assistenti virtuali, alla guida autonoma, alla diagnostica, alla robotica, alla ricerca farmaceutica.   

In conclusione quello che i big del tech chiamano 'transizione' è molto di più, è il futuro di un settore che rappresenta ormai il 'cuore' dell'industria americana e di quella globale e per il quale queste deludenti trimestrali rappresentano probabilmente solo la punta dell'iceberg di una crisi più profonda e più duratura. 

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