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MediaTech
Fleischner: "Giornalisti senza lavoro? La colpa è degli editori incapaci"
Edoardo Fleischner

Fleischner sul futuro dell’informazione: “La tecnologia non fa perdere occupazione, bensì cambia il modo di lavorare”

Per il prossimo triennio, Mediaset ha annunciato l’assunzione di 15 giovani giornalisti, a fronte di 45 prepensionamenti incentivati su base volontaria. Nonostante la smentita della chiusura di alcuni telegiornali del gruppo, che aveva creato una forse apprensione, la scelta del più importante network privato italiano è tale da stimolare la riflessione sullo stato dell’informazione televisiva a 360°, astraendosi dal caso specifico e considerando anche segnali che provengono da altri canali. Dopo il confronto con il massmediologo Carlo Freccero, affaritaliani.it ha ulteriormente approfondito il tema grazie al contributo di Edoardo Fleischner, docente di crossmedialità all’Università Statale di Milano, conduttore di “Media e dintorni” su Radio Radicale e firma de “La Ragione”.

Tra tagli annunciati o solo paventati, il settore delle news televisive in genere sembra vivere un costante precariato. Dobbiamo forse concludere che l’informazione è diventata un costo troppo oneroso da sostenere?

“Non direi. Ormai ciascuno di noi ha in mano una stazione televisiva, che sia a 4k o a 8k. Bastano circa 200/300 euro per acquistare uno smartphone che trasmette in UltraHD, quindi con una qualità di alto livello, che non tutti gli studi televisivi possono vantare. Questo è avvenuto grazie al paradigma del downsizing/downpricing: gli oggetti elettronici diventano sempre più piccoli e il loro prezzo sempre più basso. E poi c’è il tema dell’intelligenza artificiale”

A cosa si riferisce?

“Oggi con un investimento contenuto e ricorrendo a semplici computer laptop, che stanno nella borsa di uno studente, si può attrezzare uno studio televisivo con telecamere governate da remoto, da parte della regia. Sono attrezzature di altissimo livello professionale, ma che dietro non hanno l’umano che le manovra. Non è più necessario, quindi i cameramen tendono a scomparire, ormai da tempo. Ciò vale soprattutto per le news, perché sono fatte in modo molto preciso, mentre in uno show che viene realizzato in modo più dinamico ancora resiste il cameraman. Ma non resisterà ancora per molto: l’intelligenza artificiale è già in grado di seguire le persone e metterle a fuoco come un umano. E costa meno”. 

E quindi non è un problema di soldi?

“Certo che è un problema di soldi, perché ogni tv fa i conti con il numero degli spettatori, secondo un modello di business ormai vecchio”. 

Perché lo definisce “vecchio”?

“Sono docente da vent’anni e da dieci insegno comunicazione crossmediale. La parola si spiega da sola, ma bisogna distinguere tra crossmedialità orizzontale e verticale. Qui stiamo parlando di quella verticale che, in poche parole, significa che una signora per puro caso assiste a un evento tipo il crollo del Ponte Morandi e lo riprende col cellulare, quindi quel video (come altri milioni ogni giorno) viene trasmesso a un amico, il quale lo gira a un amico giornalista e quindi approda ad un media classico. Quello stesso identico file gira su tutti i media, persino in radio se l’audio da solo regge la notizia: questa è la crossmedialità, un fenomeno di grande importanza. Infatti si parla di proliferazione degli schermi, con miliardi di telecamere che riprendono (è quella che io chiamo “pantelevision”) e migliaia che ricevono”. 

Questo che cambiamenti comporta?

“Basta guardare nelle nostre case: se una volta le famiglie si riunivano davanti al televisore, oggi ognuno guarda qualcosa di diverso dal proprio device, magari nella stessa stanza. Chi fa televisione, tg o news in senso lato ha in genere un’impostazione circolare: una fonte trasmette e tutti ricevono. Qui invece siamo alla trasmissione reticolare: ognuno riceve da fonti diverse. In questo scenario, per i broadcaster gli spettatori diminuiscono, certo, ma lì, in quel momento e con quel mezzo. Netflix e le piattaforme Rai e Mediaset offrono la possibilità di rivedere i programmi quando si vuole, senza essere più legati al palinsesto. Il conteggio degli spettatori quindi cambia molto, perché prevale la fruizione da scaffale”.

Le news però non sono prodotti “da scaffale”, non crede?

“Beh, i canali all-news come CNN, Al Jazeera e Sky Tg 24 hanno ancora un pubblico consistente. La media giornaliera di fruizione della tv è di tre ore a testa, ma la popolazione anziana sta aumentando numericamente e per queste persone la media sale tra le 7 e le 15 ore al giorno, perché il televisore è sempre acceso. Su che cosa? Spesso sulle news, però molti di noi sono abituati agli alert sul telefonino da parte dei giornali che seguono. Poi ci sono i social giornalistici: Twitter è un media giornalistico quasi puro, perché è frequentato da tutti i giornali, dai giornalisti, dai politici, dagli uomini di spettacolo, dagli sportivi e così via. E ognuno di questi personaggi, va specificato, è egli stesso un editore che costantemente manda notizie. Gli utenti nel mondo sono oltre i 5 miliardi e crescono costantemente. I possessori di un cellulare sono circa 4 miliardi. Sono tutti broadcaster di news, che siano notizie personale o notizie in senso propriamente detto. La concorrenza è diventata terribile e non si ferma mai!”.

I tg invece hanno un orario e quindi faticano a reggere il confronto, perché appena sono finiti le loro notizie non sono più attuali: è questo il problema di fondo?

“Sarò cattivo, ma propositivo: se si fatica a reggere il confronto, ovvero se si perde audience, si deve provvedere, si deve essere su tutti gli schermi! Si deve fare un’operazione crossmediale, come già ben noto, ma il passaggio da un modello all’altro non è facile. Io quasi mai riesco a seguire un tg all’ora canonica, quindi usufruisco del servizio catch-up television, cioè guardo il tg delle 20.30 quando più mi fa comodo. Il problema dell’attualità della notizia c’è, ma a prescindere: raramente le ultime notizie del tg sono davvero tali, perché ci arrivano tramite Internet già ore prima! Anche per via del Covid-19, ci sono anche tanti anziani che ormai non guardano più il televisore, essendosi abituati allo schermo del proprio device personale. Sarebbe un errore da parte dei broadcaster pensare che il fenomeno riguardi solo i giovani. Una volta l’espressione ‘grande schermo’ era sinonimo di cinema, adesso sempre più spesso indica il televisore, che viene utilizzato soprattutto per le partite di calcio (l’ultimo vero baluardo delle dirette), i film, le serie-tv e pochi altri prodotti che richiedono una grande qualità di definizione”.

Invece per le notizie…

“Non ce n’è bisogno, perché le trovo già ovunque! Diventare crossmediali è quindi una necessità e bisogna farlo in tutto, dal modello pubblicitario a quello giornalistico, adeguando i linguaggi ai vari media. Queste sono cose che gli addetti ai lavori già conoscono e quindi immagino che, quando ad esempio si ipotizzano asciugamenti della struttura giornalistica di Mediaset, tutti questi ragionamenti vengano fatti. In Italia solo il 3-4% delle persone non ha un cellulare. Ciò significa che tutti riceviamo informazioni da ogni parte del mondo, in qualsiasi momento: per questo è inevitabile che giornalisti ed editori diventino crossmediali”. 

Però questo richiede investimenti specifici…

“Ogni canale va presidiato con attenzione e modalità specifiche, ma se togliamo dagli studi televisivi una serie di operatori che la tecnologia ha reso superflui, li possiamo spostare sulla crossmedialità. Se i giornalisti perdono il posto di lavoro è perché i loro editori sono proprio incapaci! I posti di lavoro nel giornalismo aumentano in tutto il mondo, perché bisogna presidiare decine di nuovi media. Fa impressione pensare che un certo numero di giornalisti venga eliminati dalla squadra di un canale o di un tg, ma se l’editore è bravo li sposta a lavorare nell’enorme spazio creato dal crossmediale”.

Quindi la tecnologia non fa perdere occupazione, come molti sostengono?

“Oggi molto presidio giornalistico all’interno delle redazioni è fatto grazie alla tecnologia, che scrive splendidi articoli brevi, di quelli tipici di agenzia. Un’intelligenza artificiale può persino sostituire persino il modo specifico di scrivere di un determinato giornalista, se bene impostata. Ma il giornalista non deve temere il progresso, perché spesso ha troppe cose da fare e l’intelligenza artificiale può fornirgli un sostegno formidabile. Si perderanno posti di lavoro tra chi oggi segue la cronaca e le agenzie? Certo, queste persone ma faranno altro! Magari alimenteranno l’intelligenza artificiale, diventando giornalisti 4.0. In qualsiasi campo, la tecnologia non fa perdere posti di lavoro: li fa cambiare. Come dico spesso ai colleghi giornalisti durante i corsi di formazione che conduco, bisogna imparare ad usare l’intelligenza artificiale, ma vi assicuro che è semplicissimo”.

Sul tema leggi anche:

Carlo Freccero e la crisi dei tg: "Per il mainstream, ne basta solo uno"

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