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Medicina
Alzheimer, alluminio nel mirino. Promossa invece la sauna. Novità Alzheimer
Lea Michele

Dopo le lusci stroboscopiche, i benefici della sauna contro l'Alzheimer

Fare una sauna 4-7 volte a settimana potrebbe aiutare contro Alzheimer e demenza. Secondo un gruppo di ricercatori dell’Università della Finlandia Orientale, infatti, praticare la sauna quasi tutti i giorni della settimana potrebbe ridurre il rischio di demenza e Alzheimer del 60 – 65%. Lo studio, pubblicato su Age and Ageing, è stato condotto su 2.315 individui di 42-60 anni sani. E’ emerso che il rischio di ammalarsi di Alzheimer e altre demenze si riduce al crescere della frequenza con cui si fa la sauna settimanalmente. Resta da capire il motivo per cui la sauna sia protettiva contro le demenze.

Alzheimer: medico britannico sostiene legame con alluminio

Il timore di un possibile collegamento tra alluminio e Alzheimer esiste da tempo. Ma la questione e' stata quasi sempre liquidata per via della scarsita' di prove, insufficienti per accusare un metallo usato tantissimo in tutto il mondo, sia per cucinare che per conservare il cibo. Ora pero' Chris Exley, ricercatore della Keele University (Regno Unito), sostiene che la sua ultima ricerca conferma che l'alluminio puo' effettivamente svolgere un ruolo nel declino cognitivo. I risultati del suo lavoro sono stati riportato su un sito di "medical-blogging", chiamato The Hippocratic Post. "Per mezzo secolo o piu' c'e' stato un forte legame tra l'esposizione dell'uomo alluminio e l'incidenza della malattia d'Alzheimer", scrive Exley. "Tuttavia, senza una prova definitiva, non c'e' ancora consenso nella comunita' scientifica - ha continuato - sul ruolo di questa nota neurotossina in questa malattia cerebrale devastante. L'ultima ricerca del mio gruppo, pubblicata sul Journal of Trace Elements in Medicine and Biology, rende questo legame ancora piu' interessante". Per Exley i suoi risultati "sono inequivocabili" nel confermare il ruolo dell'alluminio in alcuni se non tutti i casi di Alzheimer. "Per lo meno - ha detto - questi nuovi risultati dovrebbero convincere tutti, anche quelli che hanno sostenuto fermamente che l'alluminio non ha alcun ruolo nella malattia". Per il ricercatore britannico, l'alluminio non sarebbe certamente l'unico fattore, ma e' convinto che sia importante e che debba essere seriamente preso in considerazione. "Sappiamo gia' che nei casi di morbo d'Alzheimer sporadico e in quelli a tarda insorgenza il contenuto di alluminio - ha detto Exley - e' significativamente superiore rispetto ai controlli di pari eta'. Cosi' le persone che sviluppano la malattia d'Alzheimer alla fine dei loro 60 anni d'eta' e piu' accumulano anche piu' alluminio nel loro tessuto cerebrale rispetto agli individui della stessa eta' senza la malattia". Secondo il ricercatore britannico, livelli ancora piu' elevati sono stati travati nel cervello di individui con diagnosi di una forma ad esordio precoce della malattia d'Alzheimer sporadica, che hanno sperimentato insolitamente un'elevata esposizione all'alluminio attraverso l'ambiente o sul posto di lavoro. "Ora abbiamo mostrato che alcuni dei livelli piu' elevati di alluminio mai misurai nel tessuto cerebrale umano si trovano proprio negli individui che sono morti con una diagnosi di Alzheimer familiare", ha riferito Exley. "I livelli di alluminio nel tessuto cerebrale di persone con malattia di Alzheimer familiare sono simili a quelli registrati negli individui che sono morti a causa di una encefalopatia indotta dall'alluminio, mentre erano sottoposti a dialisi renale", ha aggiunto. Accanto ai dati quantitativi, Exley e il suo team avrebbero raccolto immagini inequivocabili della presenza di alluminio nel tessuto cerebrale delle persone decedute per Alzheimer, grazie a un nuovo metodo di microscopia a fluorescenza. Secondo i ricercatori, e' possibile che la predisposizione genetica all'Alzheimer predisporrebbe anche gli individui ad accumulare alluminio nel cervello in eta' molto giovane. "Dovremmo prendere tutte le precauzioni possibili per ridurre l'accumulo di alluminio nel nostro tessuto cerebrale attraverso le nostre attivita' quotidiane e dovremmo iniziare a farlo il piu' prestopossibile nella nostra vita", ha concluso Exley.

Alzheimer, la luce stroboscopica elimina le proteine che si accumulano nel cervello

Dalla discoteca al laboratorio medico. La nuova vita delle luci stroboscopiche. Un nuovo trattamento, basato sull'utilizzo di una luce lampeggiante, potrebbe aiutare a scongiurare il morbo di Alzheimer. Almeno nei topi sui quali e' stato testato. Questo e' quanto emerso da uno studio del Massachusetts Institute of Technology (Usa), pubblicato sulla rivista Nature. I ricercatori hanno scoperto che far lampeggiare una luce stroboscopica negli occhi dei topi puo' incoraggiare le cellule protettive ad eliminare le proteine dannose che si accumulano nel cervello di chi soffre di Alzheimer. In particolare, la luce deve essere fatta lampeggiare 40 volte al secondo, 4 volte piu' veloce di uno stroboscopio da discoteca. I ricercatori dicono che questo approccio dovrebbe essere testato sugli esseri umani. Per questo hanno gia' fatto domanda d'autorizzazione all'agenzia regolatrice statunitense, la Food and drugs administration, e hanno creato una societa' per sviluppare a tecnologia. 

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Alzheimer, la scoperta: ecco chi fu la prima malata di Alzheimer

La prima malata di Alzheimer non fu la paziente curata dal dottor Alzheimer, in Germania, ma una donna di Nicastro (Cz), Angela R. di 38 anni, che gia' nel 1904, quindi 3 anni prima che la malattia venisse scientificamente descritta da Alzheimer, era affetta da questa patologia, cosi' come risulta dalla cartella clinica presente nell'ospedale psichiatrico di Girifalco (Cz). La scoperta e' stata fatta dal Centro Regionale di Neurogenetica di Lamezia Terme, diretto dalla professoressa Amalia Cecilia Bruni, grazie al recupero di oltre 5.000 cartelle, delle 16.000 presenti nell'ex manicomio di Girifalco, tra le quali e' stata individuata anche quella della donna di Nicastro, che presenta tutte le caratteristiche della malattia di Alzheimer. Un nuovo importante risultato scientifico, quello del Centro Regionale di Neurogenetica lametino - spiega una nota dell'asp di Catanzaro - tanto che e' stato anche pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale "Journal of Neurology".

Alzheimer, in Italia il primo vero caso

Il lavoro dello staff diretto dalla prof.ssa Amalia Cecilia Bruni ha permesso infatti per la prima volta, prima che la stessa malattia venisse descritta, l'identificazione di una ammalata di Alzheimer. E questo e' stato possibile grazie al lavoro certosino dell'e'quipe del CRN dell'Asp di Catanzaro, che e' a ritroso di ben 6 generazioni fino al 1809. "Angela R. e' il primo vero caso di malattia di Alzheimer ed e' nata qui e non in Germania - ha affermato Amalia Bruni - lo sappiamo con certezza poiche' questa donna e' l'antenato dei nostri pazienti con la mutazione di presenilina. Un omaggio alla nostra storia di Calabria, all'avanzamento delle conoscenze che questa famiglia continua a regalare alla collettivita' scientifica, un riconoscimento al nostro metodo di lavoro, un riconoscimento alla raccolta della storia clinica e all'osservazione che i nostri antenati neurologi sviluppavano in assenza di qualsiasi indagine, un omaggio a una delle tante donne colpite dalla malattia".

Alzheimer, ecco come comportarsi con i malati

Tutto questo dimostra quanto sia importante l'approccio utilizzato dal Centro lametino nello studio della patologia, che non riguarda solo l'aspetto medico, ma tutto cio' che circonda il malato. Bisogna accogliere i malati di Alzheimer non segregarli. "Bisogna combattere lo stigma a livello sociale - ha spiegato Amalia Bruni - uno stigma che arriva dal passato, quando questi malati venivano ricoverati negli ospedali psichiatrici, per tenerli lontani dalla societa'. Il nostro lavoro e' quello di abbattere questo stigma: un'azione che si puo' portare avanti con l'aiuto di tutti, per creare cosi' una comunita' capace di accogliere il paziente con demenza. Bisogna insegnare a tutti cosa significa avere l'Alzheimer, in modo da attuare un processo di accompagnamento e non di segregazione sociale".

Alzheimer, obesità in adolescenza compromette funzione cognitiva da adulti

Essere obesi durante l'adolescenza puo' compromettere il funzionamento del cervello in eta' avanzata, anche se si perde peso tra i 20 e i 30 anni d'eta'. Queste sono, in estrema sintesi, le conclusioni di uno studio della della Hebrew University-Hadassah Braun School of Public Health and Community Medicine. I risultati sono stati pubblicati sul Journal of Alzheimer's Disease. I ricercatori hanno studiato a lungo quanto un alto indice di massa corporea puo' colpire la cognizione degli adulti, cosi' come aumentare il rischio di sviluppare diabete, ipertensione, Alzheimer e cancro. Ma questo nuovo studio israeliano e' il primo a trovare un legame tra obesita' nell'infanzia e nell'adolescenza e ripercussioni mentali nella mezza eta'. E questo legame sembra esser ancora piu' forte e grave nei gruppi socioeconomici piu' bassi. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno utilizzato i dati su altezza e peso di 507 individui monitorati da oltre 33 anni a partire dai 17 anni d'eta'. I partecipanti sono stati sottoposti a una valutazione cognitiva all'eta' compresa tra i 48 e i 52 anni. E' inoltre stata valutata la loro posizione socio-economica. Ebbene, dai risultati e' emerso che il peso da piccoli puo' influenzare le capacita' cognitive da adulti. "E' importante sottolineare che questo studio dimostra che l'obesita' ha l'impatto dell'obesita' sulla funzione cognitiva durante la mezza eta' puo' gia' cominciare nell'adolescenza, indipendentemente dalle variazioni dell'indice di massa corporea nel corso della vita adulta", ha detto Jeremy Kark, autore principale dello studio. 

Alzheimer, tre caffe' al di' riducono il rischio demenza

Il consumo moderato di caffeina, l'equivalente di massimo 3 caffe' al giorno, potrebbe aiutare a diminuire il rischio d sviluppare demenza. Secondo uno studio finanziato da sei grandi produttori di caffe' in Europa, il consumo di caffeina prolungato nel tempo permette all'organismo di fare il pieno di potenti antiossidanti che stimolano la funzione cognitiva. Questo significa che i bevitori moderati potrebbero essere meno a rischio Alzheimer, Parkinson e altri disturbi neurologici. I risultato di questa metanalisi, riportata dal Daily Mail, confuta i risultati di precedenti ricerche, le quali hanno suggerito che il consumo di caffe' puo' essere un male per la salute. Alcuni studi, infatti, lo hanno associato al rischio di aborto spontaneo, altri all'infarto e altri ancora a problemi di stomaco, vampate di calore e ansia. Il nuovo report, invece, ha messo insieme una serie di ricerche precedenti che delineano un quadro di comprovati effetti benefici del caffe' sul rischio demenza. "L'assunzione abituale di caffe' sembra influire beneficamente sulla cognizione, probabilmente attenuando il normale declino cognitivo"; si legge nel report. "Dal momento che questo effetto non e' stato riscontrato con il caffe' decaffeinato e' probabile che la caffeina sia la chiave dell'associazione", ha aggiunto. 

 

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