Auto e Motori
Gino Munaron e Peugeot 203: la Mille Miglia che fece scuola
Nel 1953 Gino Munaron portò una Peugeot 203 quasi di serie al trionfo di classe alla Mille Miglia: una storia di tecnica e rinascita






Ci sono piloti che restano nella memoria per le vittorie assolute, e poi ci sono quelli che lasciano un segno più sottile ma duraturo:
quello della versatilità, dell’intelligenza di gara, della capacità di far rendere al massimo una vettura che, sulla carta, sembrava avere tutto da perdere. Virginio Achille Munaron Lugli per tutti Gino Munaron nasce a Torino il 2 aprile 1928 e diventa uno dei talenti più duttili del dopoguerra, capace di passare dalle competizioni nazionali alle sfide internazionali con la stessa naturalezza con cui si cambia marcia in uscita da un tornante. La sua scomparsa nel 2009 non ha smussato quell’aura: semmai l’ha trasformata in un racconto da tramandare, fatto di notti insonni, partenze all’alba e di un’auto che sembrava costruita apposta per resistere.
Il dopoguerra e la Mille Miglia come banco di prova
Nei primi anni Cinquanta l’automobilismo europeo riparte piano, come un motore che deve scaldarsi dopo una lunga sosta. In Italia la Mille Miglia torna a essere più di una corsa: diventa una prova generale di normalità ritrovata, una linea continua che attraversa città e paesi e misura, chilometro dopo chilometro, quanto si è capaci di ricominciare.
In questo contesto, nel 1952 si rivede al via anche una Peugeot. È una 203 berlina dell’equipaggio francese Gay-Mercier, iscritta nella categoria Sport di serie fino a 1500 cc. Arrivare 81esimi su 629 partenti oggi sembra un dettaglio statistico, ma allora aveva il peso di un messaggio: Peugeot era tornata sulle strade italiane, e ci era tornata con una macchina “da tutti i giorni”, non con un prototipo inavvicinabile.
Odoardo Pagani e l’asse tra Francia e Piemonte
Dietro a certe storie di pista, spesso, c’è una storia di scrivanie, magazzini e intuizioni commerciali. Il legame tra Peugeot e Torino si rinforza grazie a Odoardo Pagani, importatore che già prima della guerra aveva rapporti con gli acciai francesi. Nel 1947, in piena ricostruzione, viene riattivato l’accordo con la A. Pagani & Figli: inizialmente si parla di utensili, biciclette e motociclette, cioè di mobilità concreta, quotidiana, quella che rimette in moto un Paese.
Le automobili arrivano dopo, ma quando arrivano lo fanno con un soprannome che dice molto di come certe vetture entrino nell’affetto popolare: la Peugeot 203 viene chiamata “Oca di latta”. È il segno che non è solo un oggetto tecnico: è qualcosa che si riconosce per strada, che diventa familiare. L’importazione regolare inizierà nel 1954, ma la 203 è già pronta a farsi notare anche prima, proprio grazie alle corse.
Peugeot 203: moderna, robusta e più brillante di quanto sembri
Presentata al Salone di Parigi del 1948, la 203 per Peugeot è una svolta netta. È un’auto che unisce scelte moderne e buon senso meccanico: carrozzeria monoscocca, architettura classica con motore anteriore e trazione posteriore, e una testata emisferica che regala vivacità in un’epoca in cui non bastava “andare forte”, bisognava soprattutto arrivare.
C’è un dettaglio che racconta bene l’attenzione al viaggio: il cambio a quattro marce con quarta surmoltiplicata, pensata per macinare chilometri nei trasferimenti lunghi. E poi la linea firmata da Henri Thomas, con quei richiami alle forme morbide americane: parafanghi arrotondati, proporzioni eleganti, una presenza su strada che non è mai aggressiva, ma sicura di sé.
La 203 vive in tante declinazioni berlina, coupé, cabriolet, familiari e commerciali e diventa un pezzo importante della motorizzazione francese, con quasi 700.000 esemplari prodotti tra il 1948 e il 1960. Numeri che, letti oggi, spiegano perché quell’auto fosse ovunque: e perché avesse senso portarla in gara per farla parlare davanti a un pubblico che cominciava a sognare la propria macchina.
Mille Miglia 1953: la notte della numero 100
L’incrocio definitivo tra la storia della Peugeot 203 e quella di Gino Munaron arriva nel 1953. L’obiettivo è semplice e ambizioso insieme: promuovere la vettura presso il pubblico italiano, senza filtri, nel modo più diretto possibile. Pagani iscrive cinque Peugeot 203 alla Mille Miglia e una di queste finisce nelle mani giuste: Munaron, con Lucio Finucci al suo fianco.
La loro 203 è una macchina di serie, verniciata nel classico blu Francia. È un dettaglio cromatico che sembra minore, ma in una corsa dove le livree diventano memoria, quel blu è una firma. E poi c’è il rituale della gara: targa Pesaro 10000, numero 100, partenza all’una di notte. Un orario che non perdona, perché costringe a guidare nel buio, nella stanchezza, con la strada che cambia faccia e con la concentrazione che si misura in secondi.
Una 203 quasi di serie, con ritocchi mirati e tanta testa
Il punto più affascinante, a distanza di anni, è che quella Peugeot non era stata trasformata in qualcosa di irriconoscibile. Le modifiche restano ridotte e intelligenti: lucidatura dei condotti di aspirazione e scarico, e un abbassamento delle sospensioni di pochi centimetri. Niente trucchi, niente scorciatoie: solo il tentativo di far respirare meglio il motore e rendere la vettura più composta.
Eppure basta così per costruire un’impresa che resterà incollata al nome di Munaron: primo posto nella classe Turismo fino a 1300 cc. È il tipo di risultato che non vive solo nella cronaca sportiva, ma cambia la percezione di un’auto. Perché se una berlina “normale” regge la Mille Miglia e vince la sua categoria, allora non è più solo una scelta razionale: diventa desiderio, fiducia, reputazione.
I risultati che consolidano la reputazione della 203 in Italia
Il 1953 non resta un episodio isolato, e qui si capisce davvero il peso del binomio Munaron-203. Arrivano piazzamenti che continuano a dare credibilità alla vettura nelle competizioni italiane: terzo posto nella classe 1300 cc alla Coppa della Toscana, secondo di classe al Giro dell’Umbria, quarto al Volante d’Argento nella categoria fino a 1500 cc.
Sono risultati che, messi uno accanto all’altro, raccontano una costanza rara: non la “giornata perfetta”, ma una competitività ripetibile. E infatti la Peugeot 203 continuerà a prendere parte alla Mille Miglia fino al 1957, come a dire che quella macchina – e quel modo di farla correre – avevano trovato un loro spazio naturale tra le strade più dure e simboliche d’Italia.
2008: lo stesso volante, la stessa fedeltà, un cerchio che si chiude
Le storie migliori non finiscono con un taglio netto: sfumano, si ripresentano, tornano a bussare anni dopo. Nel 2008, a ottant’anni, Gino Munaron partecipa alla rievocazione della Mille Miglia ancora una volta al volante di una Peugeot 203, accompagnato dal rallista Del Zoppo.
L’immagine è potente proprio perché non ha bisogno di essere spiegata: un uomo, una vettura, un percorso che è diventato memoria collettiva. E dentro c’è tutto: la giovinezza del dopoguerra, la notte della partenza all’una, la “quasi serie” che sorprende, la tenacia che non si spegne.
Perché quella storia parla ancora agli appassionati di oggi
Dall’intuizione commerciale di Pagani ai risultati costruiti con pazienza da Munaron, la Peugeot 203 in Italia è stata più di un’automobile importata: è diventata un simbolo di rinascita e di tecnica intelligente. Un’auto robusta, moderna per il suo tempo, capace di farsi rispettare in gara senza perdere la propria identità.
E forse è proprio questo il motivo per cui, ancora oggi, quel binomio continua a intrigare: perché racconta un automobilismo fatto di sostanza, di scelte precise e di coraggio misurato. Non l’eroismo urlato, ma quello che passa per i dettagli: un condotto lucidato, una sospensione abbassata di poco, una partenza nel cuore della notte. E una Peugeot 203 che, da “Oca di latta”, diventa un pezzo di storia.
