Fake news, via alla commissione che smonta le "bugie". Ma il vero nodo è la chiarezza nella comunicazione istituzionale  - Affaritaliani.it

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Ultimo aggiornamento: 11:17

Fake news, via alla commissione che smonta le "bugie". Ma il vero nodo è la chiarezza nella comunicazione istituzionale 

Dalle notizie "false" agli annunci senza esecuzione: la nascita di una commissione sulle fake news riapre il tema della responsabilità politica

di Antonio Mastrapasqua

Commissione sulle fake news, il commento

Potremmo contare presto sull’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sulle bugie. Ovviamente l’uso dell’inglese aiuta a conferire al proposito una dimensione più onorevole (anche se l’idea parte dal Senato): la Commissione si occuperà delle “fake news”. Prima di entrare nel vivo del tema, merita fare una premessa sul vocabolario. L’uso e l’abuso di parole inglesi nel linguaggio istituzionale italiano ha raggiunto livelli di guardia. I francesi da anni hanno cancellato anche il personal computer chiamandolo “ordinateur”, noi invece ci siamo arresi, fino a introdurre nell’intitolazione di un ministero – quello per le attività produttive – la locuzione “made in Italy”, nonostante che proprio dalla forza politica che guida il Governo, Fratelli d’Italia, fosse venuto, già nel novembre 2022 un disegno di legge, firmato dal senatore Menia, con l’obiettivo di istituzionalizzare l’italiano come lingua ufficiale della Repubblica Italiana.

C’è chi ha stimato il numero di parole inglesi integrate nella lingua italiana scritta: sarebbe aumentato del 773% dal 2000 ad oggi. Attualmente, circa 9.000 anglicismi sono presenti nel dizionario della Treccani, su un totale di circa 800.000 vocaboli in italiano. Questo incremento preoccupante aveva suggerito di lanciare l’allarme sul degrado della lingua italiana. Ma “stalking” e “mobbing” sono diventati persino due argomenti per definire reati e il “whistleblowing” è un capitolo non trascurabile del cammino per la trasparenza (sic!) amministrativa e l’anti-corruzione.

Le “fake news” sarebbero “notizie false”. Insomma, bugie. Bugie diffuse pubblicamente, nei nuovi bar del terzo millennio (i social media e non solo) dove gli avventori non sono una decina di consumatori di caffè o spritz, ma qualche centinaio di migliaia (talvolta) milioni di chiacchieroni senza responsabilità.

La piaga viene da lontano, dai sogni libertari di una Rete dove tutti diventano giornalisti ed editori, senza dover esibire titoli e credibilità, e soprattutto senza dover pagare per i danni perpetrati dalle chiacchiere in libertà, dando corpo a uno dei più citati aforismi di Voltaire: “Calunniate, calunniate, qualche cosa resterà”.

Ma c’è un’aggravante istituzionale. Da anni una delle figure essenziali arruolate da qualunque soggetto voglia o debba fare attività pubblica – che siano partiti o Istituzioni, Ministeri o Sindaci, che siano imprese o associazioni – è il “social media manager” (anglicismo obbligatorio?), con tutti i suoi derivati di specializzazione comunicativa. Il suo obiettivo, nel privato, è quello di moltiplicare like (e ci risiamo con gli anglicismi) e interazioni, per conquistare le teste e contarle (come da sempre ha fatto la pubblicità: preferite advertising?) per venderle a chi ha obiettivi commerciali. Peccato che il suo tic professionale si sia trasferito anche quando lavora per le Istituzioni. Non sono “bugie” gli annunci senza esecuzione? Non sono “bugie” i dati comunicati senza contesto? Non sono “bugie” le informazioni parziali diffuse per conquistare simpatia e consenso?

C’è chi si occupa di dare un colore alle bugie, da quelle bianche (“a fin di bene”: ci sono bugie istituzionali a fin di bene?) a quelle nere, ma sempre di falsità si tratta. Se un giornalista scrive una sciocchezza ne risponde, prima ancora che all’autorità giudiziaria, al suo Ordine professionale. O almeno dovrebbe. Se un “social media manager” mente, ma produce consenso per il suo “capo” (politico, ministro, sindaco che dir si voglia), chi lo censura? Chi lo sancisce? E con quali sanzioni?

La comunicazione istituzionale, così come quella commerciale, sembra ormai sciolta da qualunque impegno rivolto al rispetto della verità sostanziale dei fatti che si comunicano. Sarebbe utile ripassare gli undici principi della propaganda fissati da uno che se intendeva: Joseph Goebbels. Eccone un paio: “Qualsiasi propaganda deve essere popolare e adattare il suo livello al meno intelligente degli individui a cui è diretta”. E ancora: “La propaganda deve limitarsi a un numero piccolo di idee e ripeterle instancabilmente, presentandole ogni volta da un punto di vista diverso, che però riporti sempre allo stesso concetto. Non ci devono essere ambiguità né dubbi”. Proprio per questo motivo, come si suol dire, “se una menzogna viene ripetuta a sufficienza, alla fine diventa una verità”.

Buon lavoro alla Commissione sulle bugie e ai commissari. E soprattutto ai politici per evitare di essere considerati dei sepolcri imbiancati.

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