“Da semplice osservatore non di parte, ho sempre più la sensazione che Giuseppe Conte si senta politicamente in bilico. Questi suoi continui attacchi sull’Ucraina dimostrano che in realtà stia soffrendo, e parecchio, non solo e non tanto la Schlein, quanto le insidie interne che vengono da Grillo, da Di Maio e da tutto quel mondo che, nel Movimento, ha conti in sospeso con l’avvocato pugliese”, dice un senatore di lungo corso dei riformisti del Pd. Ed in effetti negli ultimi mesi, dalla vittoria del referendum in poi, Conte sembra sempre più impegnato a giocare più parti in commedia. Da un lato cerca di essere il più incisivo nell’opposizione al governo, dall’altro prova a minare, sottotraccia, la leadership della segretaria del Pd.
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La lotta per la guida del campo largo segue le stesse logiche ma approcci differenti. “La Schlein, malgrado i tanti contestatori interni al Pd, parte certamente da una posizione favorevole rispetto a Conte. Non tanto perché la leadership del Movimento 5 Stelle sia oggi seriamente in discussione, quanto perché l’ex presidente del Consiglio si trova stretto in una posizione assai scomoda. Da una parte deve impedire che il M5S venga percepito come una semplice appendice del Partito democratico; dall’altra sa perfettamente che senza il Pd non esiste per lui alcuna possibilità concreta di tornare a Palazzo Chigi”, dice sempre il senatore Pd, che certo non si può definire un sostenitore della segretaria. È dentro questa contraddizione che va letta forse anche l’ennesima polemica sugli aiuti militari all’Ucraina.
Ogni volta che Conte torna sulle armi a Kiev non parla soltanto di politica estera. Sta marcando una distanza. Sta dicendo ai propri elettori che il Movimento non è il Pd. E soprattutto sta ricordando a Elly Schlein che l’alleanza non può significare accettazione automatica della linea del principale partito della coalizione. Ma questo, a lungo andare, rischia di fiaccare l’alleanza, mentre con una tenacia davvero incredibile la segretaria del Pd non risponde alle provocazioni e continua sulla strada dell’unità del campo largo, costi quel che costi. Ma qui sta il paradosso: dire, come ha fatto la segretaria dal palco di Reggio Emilia, “prima il programma e poi gli alleati” è un argomento assai scivoloso, viste le tante discordanze, soprattutto in politica estera, tra gli alleati.
La situazione è diventata ancora più delicata dopo che sulla scena politica è riapparso il fondatore del Movimento, Beppe Grillo, che due giorni fa è stato ospite del podcast di Fedez. Grillo ha accusato il Movimento di avere perso la propria diversità e di essersi trasformato proprio in ciò che voleva combattere. Il suo ritorno mediatico, al di là di quanto possa tradursi in una nuova iniziativa politica, rappresenta comunque un problema per Conte. Perché ogni volta che Grillo richiama l’identità originaria dei Cinque Stelle, Conte deve dimostrare di non avere consegnato il Movimento al centrosinistra tradizionale. Ed ecco allora le bandierine identitarie che servono a fare squadra. È una situazione speculare a quella che sta accadendo nella Lega di Salvini, nel campo avverso, ma lì non esiste un problema di compattezza della coalizione, che dal 1994 appare, al di là delle scaramucce e delle tensioni naturali, comunque solida intorno ad alcuni capisaldi del programma politico. Le armi all’Ucraina. Il no a Matteo Renzi. Il giudizio sul riarmo europeo. La diffidenza verso una leadership automaticamente affidata al Pd. Sul palco della Festa dell’Unità di Reggio Emilia, parlando proprio di Renzi, Conte ha domandato agli alleati: “Volete andare oltre o vi volete fermare a Renzi?”.
Una frase che dice molto del problema: mentre Schlein cerca almeno formalmente di allargare il perimetro dell’opposizione, Conte continua a rivendicare il diritto di decidere chi possa farne parte. Ed a proposito della Festa dell’Unità di Reggio Emilia, non pochi hanno notato come Conte sia sembrato muoversi quasi come un candidato alle primarie già in campagna elettorale dentro il campo avversario. Un senatore Cinque Stelle presente alla manifestazione, Marco Croatti, lo ha sintetizzato con una frase rivelatrice: “È qua che bisogna venire a parlare, mica ai nostri”. E quando a Conte è stato fatto notare che molti militanti ed elettori democratici presenti potrebbero persino votarlo alle primarie, l’ex premier si è guardato bene dal respingere l’ipotesi: “Non ipotecherei il futuro”. Ed è qui che il problema individuale di Conte diventa il problema collettivo del campo largo. Perché ciò che può essere utile al leader del M5S rischia di essere dannoso per la coalizione. Conte ha bisogno di differenziarsi da Schlein.
Schlein deve dimostrare che il Pd, essendo la principale forza del centrosinistra, non può essere sottoposto ai veti del Movimento. Avs deve difendere il proprio spazio a sinistra. Renzi deve ricordare a tutti che senza il centro difficilmente si vince. Ognuno ha una ragione politica per alzare la propria bandiera. “Il problema è che la somma di queste ragioni sta producendo una coalizione che appare sempre meno coalizione”. Lo ha spiegato molto bene il politologo Marco Valbruzzi: ciò che conviene al centrosinistra nel suo complesso non coincide necessariamente con ciò che conviene ai singoli partiti. I partiti hanno infatti interesse a enfatizzare le proprie differenze per arrivare più forti al tavolo della trattativa. “Per vincere servirebbe attenuare le differenze. Per contare dentro la coalizione, invece, ciascuno deve accentuarle. Può una coalizione che aspira a governare una delle principali nazioni europee arrivare alla campagna elettorale senza avere chiarito fino in fondo cosa farà su Ucraina, Nato, difesa europea e invio di armi? Ed è esattamente ciò che sta accadendo”, commentava un senatore di FdI assai vicino alla premier. Ed è per questi motivi che Giorgia Meloni sembra aver deciso di giocare sulla data del voto, anche per accrescere queste difficoltà insite nel campo largo. Il tempo, sia per le primarie sia per il successivo probabile logoramento di chi dovesse spuntarla, potrebbe essere un fattore decisivo in vista delle elezioni.
Dentro il Pd starebbe crescendo molto più di quanto appaia pubblicamente il fronte di coloro che considerano pericolosissima una sfida diretta Conte-Schlein. Roberto Speranza le ha definite un possibile “clamoroso autogol” e nell’area vicina a Dario Franceschini si ragiona anche sull’eventualità di un terzo nome capace di evitare lo scontro frontale. Non è un dettaglio. Perché significa che la leadership di Schlein non deve soltanto fronteggiare Conte all’esterno. Deve fare i conti con pezzi del proprio partito che temono che la battaglia con l’ex premier finisca per logorare entrambi. Massimo D’Alema è stato ancora più esplicito: una primaria tra i due leader sarebbe una «follia», perché una sfida tra capi di partito rischierebbe di produrre una crisi proprio nella forza politica dello sconfitto. Secondo i retroscena, al Nazareno sarebbero diversi coloro che lavorano per evitare il duello. Bettini, D’Alema, Franceschini, lo stesso Renzi: tutti stanno cercando in qualche modo di evitare una contesa che potrebbe costare moltissimo all’unità della coalizione.
A molti, per esempio, non è sfuggita neppure l’ultima dichiarazione assai polemica del sindaco di Napoli, uno dei tanti indicati come possibile candidato premier, che ha detto due giorni fa: “Sono un esercizio di democrazia, ma non devono diventare uno scontro fra persone”, per poi aggiungere ancora più chiaramente: “È fondamentale che le primarie non siano uno scontro tra persone, perché altrimenti diventano un elemento di divisione, non un elemento di unione”. Una settimana fa, alla buvette di Montecitorio, un deputato di Forza Italia scherzava con un collega della Lega, tra il serio e il faceto: Meloni, in fondo, non ha neppure bisogno di dividere il campo largo. Per ora ci stanno riuscendo benissimo da soli.


