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Politica
Dal caso Palamara alla nuova trattativa StatoMafia. Che fine fa la democrazia?

Maurizio Tortorella è un esperto di inchieste giudiziarie che ha seguito Mani Pulite negli anni ’90. Dal 2009 al 2016 è stato vicedirettore del settimanale Panorama, per cui scrive, oltre che per il quotidiano La Verità.

 

Hai sollevato l'ipotesi di una nuova trattativa Stato-mafia delineatasi prima dello scontro Bonafede Di Matteo. Molti dei fatti che racconti, anche noti, non sarebbero stati compresi per la gravità: strane rivolte carcerarie, misteriose circolari ministeriali… ci spiegheresti meglio?

“Ci siamo fatti passare sotto gli occhi le rivolte carcerarie più sconvolgenti e strane degli ultimi 60 anni, e alla fine sono stati spediti alla detenzione domiciliare centinaia di detenuti pericolosi e alcuni importanti boss mafiosi. Ai primi di marzo, 26 carceri venivano devastate in contemporanea. Tra i detenuti ci sono stati 14 morti, sono stati fatti danni per oltre 35 milioni di euro. Sono evasi in 77 e uno non è mai stato ripreso. Ma basterebbero i 14 morti in due giorni. È stata una follia collettiva, un massacro. Eppure i giornali avrebbero dato più attenzione se fossero morti 14 gatti”.

 

Spiegaci dall’inizio.

“Premetto che sono sempre stato più che perplesso sul processo della presunta trattativa Stato-mafia, che credo verrà smontato nei successivi gradi di giudizio. Mi domando, però: se in Italia la politica ha trattato con il terrorismo rosso negli anni di piombo, perché non poteva trattare con la mafia nel 1992-93? Quando Cosa nostra ammazzava magistrati, agenti e cittadini inermi, mettendo bombe in più città? Di fronte a un potere nemico che compie continue stragi, il potere politico ha tutto il diritto di mettere in atto qualsiasi contromisura, anche una trattativa. Dopo tutto, si trattò con le Br ai tempi del rapimento di Aldo Moro. E abbiamo avuto un ministro delle finanze, Rino Formica, che nel 1992 negoziava con i contrabbandieri e addirittura offriva loro un condono e posti di lavoro.Di fronte alle bombe di Cosa nostra, o si riesce a fermare i mafiosi e li si arresta, oppure si deve provare qualsiasi strada pur di impedirne l’azione: compito della politica, in casi tanto drammatici, è impedire che lo Stato rischi il collasso. Qualcuno s’indignerà per quel che dico, si appellerà all’etica statuale. Francamente, non mi pare che il nostro sia un Paese dove l'etica politica o di governo sia mai stata tale da giustificare categorici rifiuti morali solo nei confronti di Cosa nostra”.

 

La questione è capire se chi sta trattando per lo Stato fa gli interessi di quello Stato e della collettività o quelli della mafia...“

Naturale. Ovvio. Ma la politica ha preminenza su tutto, è l’unico potere rappresentativo della volontà popolare e l’unico che trae legittimazione dal voto democratico. Quindi può anche compiere atti in cui la giurisdizione non deve entrare”.

 

Che è successo di nuovo in questi mesi?

“Molte garanzie costituzionali sono state compresse perché c'era un'emergenza superiore: la pandemia. Il 31 gennaio il governo dichiara lo stato di emergenza. Ma proprio in quel momento le nostre carceri esplodono: ci sono 61.000 detenuti contro una capienza regolamentare di 51.000 e posti effettivi per 47.000. La polizia penitenziaria denuncia che non ha mascherine, disinfettanti, guanti e termometri. Ma il ministero della Giustizia non fa nulla. E invece di aumentare i permessi-premio o di provvedere a corrette misure sanitarie dotando le prigioni di mascherine e paratie di plexiglas per distanziare familiari e detenuti in visita, chiude tutti i rapporti con le famiglie e blocca le uscite. Così nelle celle il terrore aumenta. E scoppia il pandemonio, con le rivolte del 7-9 marzo e i 14 morti. E ancora, tre mesi dopo, non sappiamo davvero perché. La versione ufficiale è che siano tutti morti per overdose. Ma qualcuno ha indagato? La cosa più strana è che le carceri siciliane e calabresi, là dove la criminalità organizzata è più forte, non hanno dato vita a rivolte. E nemmeno le carceri speciali sarde, dove sono più numerosi i detenuti al 41 bis. Sappiamo poi che ci sono stati incontri e negoziati con i detenuti in rivolta, abbiamo visto le immagini di dialoghi tra reclusi sui tetti e magistrati. Non conosciamo il contenuto di quelle mediazioni, ma ecco che appena 10 giorni dopo, il 21 marzo, esce una circolare: non è firmata dal capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, il Dap, o da un suo direttore generale, ma dall'addetta stampa. Quella circolare in un certo senso dà il via a tutto quel che poi è successo, con l’uscita di centinaia di detenuti pericolosi e di alcuni boss mafiosi dalle carceri”.

 

Cosa diceva la circolare?

“Il Dap chiedeva ai direttori delle carceri di indicare il nome di tutti i detenuti oltre i settant'anni, affetti da patologie che li potessero porre a rischio di un contagio da Covid-19. In più, la circolare chiedeva se quei detenuti avessero un domicilio dove poter essere trasferiti. Il monitoraggio sarebbe stato poi segnalato ai giudici di sorveglianza, per le opportune decisioni… Pochi giorni dopo esce il decreto ‘Cura Italia’, che stabilisce di trasferire alla detenzione domiciliare tutti i condannati cui resti un residuo di pena inferiore a 18 mesi. Ovviamente con l'esclusione dei detenuti pericolosi. Ma c’è un fatto strano. Perché il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, non prende minimamente in considerazione i 15.000 detenuti in quel momento in attesa di giudizio? Perché non ha fatto uscire prima loro, che sono innocenti fino a prova contraria? Perché sono stati completamente dimenticati e si è pensato solo ai condannati?. Da quel momento, poi, parte lo stillicidio delle scarcerazioni di circa 400 detenuti pericolosi e di alcuni importanti boss mafiosi”.

 

È un po' singolare come intervento...

“Appunto. Poi arriva la denuncia televisiva del magistrato Nino Di Matteo, il quale rivela che Bonafede nel giugno 2018, appena divenuto ministro, gli propone la direzione del Dap e in poche ore cambia idea. Rivela anche che in quei giorni i mafiosi in carcere protestavano alla sola idea di avere proprio lui al Dap, e fa intendere che il ministro forse ha cambiato idea per quello. Ora, Di Matteo è un noto magistrato antimafia, ed è anche il pm che una decina d’anni fa ha istruito proprio il processo di Palermo sulla trattativa Stato-mafia. Pochi giorni dopo le sue rivelazioni, il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo dichiara che anche le scarcerazioni dell’aprile 2020 fanno parte della trattativa Stato-mafia e che si sta continuando a negoziare. Vedo troppe anomalie. Ripeto: il processo sulla presunta trattativa non mi convince affatto. Ma se si è indagato per oltre dieci anni sulla trattava Stato-mafia del 1992-93, perché oggi nessuno indaga sullo scandalo della gestione carceraria del 2020?”

 

Perché?

“Non lo so ma se davvero la giustizia italiana fosse… giusta, qualche magistrato starebbe analizzando sui fatti accaduti in questi strani mesi, e sull’assurda gestione delle carceri”.

 

C’è il ‘caso Palamara’ un ciclone che la sta attraversando...

“Si finge di scandalizzarsi. Ricordo però che nel 2011, su Panorama, uscirono gli scambi di una mailing-list aperta di magistrati sindacalizzati, che scrivevano che lo ‘zietto Berlusconi’ doveva togliere il disturbo nel senso peggiore della frase. Era il tempo in cui il centrodestra cercava di impostare l'ennesima riforma della giustizia. I magistrati scrivevano che la loro associazione doveva opporsi alla politica con una risposta politica: più o meno è la stessa logica che compare oggi con l'aggressione a Matteo Salvini, che un anno fa il Pm Palamara diceva fosse ‘da attaccare’. Nel 2011 non si scandalizzò nessuno per le email dei magistrati, se non il centrodestra: più o meno è quel che succede oggi con le intercettazioni che maltrattano Salvini”.

 

Ma non vedi una sovrapposizione di ruoli che va al di là del singolo? Voglio dire quando senti magistrati che pensano solo alla politica, giornalisti che cercano di fare gli amici, politici che sembrano anchorman qualcosa è saltato o no?

“Temo proprio siano ‘saltate’ le basi del meccanismo democratico. Non c'è nulla di nuovo nelle intercettazioni di Palamara, nulla che già non conoscessimo: emerge però un meccanismo che coinvolge decine di magistrati di tutti i colori politici. Non è neanche una guerra tra bande, perché sono tutti d'accordo nello scambio fine a sé stesso. Vale unicamente l'interesse personale, la carriera, il potere. Mi chiedo come ci sia chi ancora difende le correnti come ‘ambiti culturali’. Dalle intercettazioni si capisce che pm e giudici, a ogni livello, pensano alla promozione, a far prevalere l'amico e a bloccare il nemico. È un sistema marcio, che fa paura”.

 

Con uno scenario del genere è possibile che la magistratura si autoriformi? E’ come un imputato che si autoprocessa o un malato che si cura da solo...“

(Sghignazza) L’autoriforma è pura ipocrisia, tant’è vero che a proporla sono soprattutto magistrati che nelle correnti hanno sempre sguazzato. Il problema è che la politica non è in grado di fare la riforma perché non ne ha il coraggio. Non ha neanche gli strumenti tecnici. E poi è in gran parte  ricattata a livello giudiziario”.

 

Cosa mostra il ‘caso Palamara’?

“Il trojan che ha spiato Palamara e i magistrati offre lo spettacolo di un potere incontrollabile, irresponsabile, onnivoro. Una Procura della Repubblica, si dice, vale un ministero. Credo sia una valutazione minimalista. Una Procura vale molto di più: può fare e disfare governi, giunte regionali, sindaci, partiti...”

 

A tua conoscenza quanti casi di responsabilità civile e provvedimenti disciplinari negli ultimi anni sono stati inflitti ai magistrati e da loro stessi ai colleghi?

“Meno di una decina. E i provvedimenti disciplinari del CSM fanno ridere”

 

Quindi resterà tutto così com'è nella gestione della giustizia e nel funzionamento del Csm?

“L'unica soluzione per riformare davvero il Csm è introdurre il sistema dell’elezione su sorteggio. Anni fa credevo fosse un’idea bizzarra. Oggi temo non ci siano alternative. Si potrebbe fare una preselezione qualitativa, tra magistrati di Cassazione, docenti universitari di particolare rilievo, e poi condurre il sorteggio tra di loro”.

 

Perché le carte escono dalle procure? Perché i magistrati fanno uscire carte? I magistrati raggiungono la fama tramite i media. Si è parlato in passato di una soluzione tecnica per evitare questa commistione tra giornalisti e procure...

“Perché ci sono pubblici ministeri che cercano notorietà e giornalisti che si prestano a fare da megafono. È umano. Una soluzione - difficile per motivi di libertà d’espressione - potrebbe essere il divieto di pubblicare il nome dei magistrati che seguono le inchieste, limitandosi a indicare la procura della città. Con questo tipo di intervento si risolverebbe il 95% dei problemi. Perché la notorietà porta benefici indiretti anche alla carriera: essere descritti sui giornali come magistrati ‘sugli scudi’, in prima linea, aiuta. Basterebbe stabilire che il nome del magistrato non deve comparire. Credo sarebbe l'unico metodo: i magistrati otterrebbero un trattamento equanime da parte della stampa e dalle procure uscirebbero meno carte”. 

 

Emerge un ‘do ut des’, un dare-avere. Questo farebbe sì che i magistrati siano concentrati solo sulla giustizia e il diritto e non a usare la notorietà come strumento di visibilità e potere?

“È una speranza. Immagino che l’idea della cancellazione del nome dei pm possa avere problemi di tipo costituzionale, ma non vedo altra soluzione per evitare che un magistrato consegni o faccia consegnare l'ordine di custodia cautelare o l’intercettazione al cronista amico. Hai mai letto di un giornalista che critica l'ordine di custodia cautelare che gli è stato generosamente donato? Mi pare impossibile. Quella tra giornalisti e magistrati è probabilmente la più sovversiva tra le alleanze”.

 

Tu mi dai le carte di uno scoop e io che faccio? Ti critico? Mi sembra improbabile...

“Come si dice: a intercettazione donata non si guarda in bocca (ride). Ma tornando al suk delle correnti, tre anni fa ho scritto sulla Verità di un giudice che mi aveva raccontato di quando si era trovato a giudicare un politico. Immaginati la scena. Quel giudice è lì che sta leggendo le carte, quando i colleghi della sua corrente X bussano alla sua porta e gli chiedono un aiutino. Gli spiegano che stanno trattando per piazzare un loro candidato al vertice della procura di una certa città. Per riuscirci, però, al Csm servono anche i voti della corrente Zeta. E il pubblico ministero che conduce l'accusa nel processo al politico del nostro giudice è proprio un magistrato importante della corrente Zeta. Così gli amici del giudice gli spiegano che, se la sua sentenza non si allontanerà troppo dalla richiesta del pm, questi sarebbe ‘molto contento’ e li aiuterebbe a convincere la corrente Zeta a votare per il loro candidato. Insomma, anche una sentenza può fare parte del suk e dei giochi tra correnti! Ma ti rendi conto?! Non è sconvolgente? Ho scritto questa storia sulla Verità nel 2017. Nessuno ha detto nulla: né il Csm, né nessuno altro”.

 

E come è andata?

“Quel giudice mi ha raccontato di essere andato dritto per la sua strada, infischiandosene delle pressioni. Ma quante volte sarà accaduto un fatto simile? Il magistrato che rifiuta di seguire i ‘consigli’ o le richieste della sua corrente è finito: viene abbandonato e non fa più un passo avanti nella carriera. Chi tradisce la corrente è un reietto, non ha più protezione e sostegno”.

 

Ma i magistrati senza corrente esistono...

“Vero. Ne ho conosciuti. È gente che lavora tanto, a volte si candida a un ufficio direttivo, ma nessuno li considera. Sono gli eroi del nostro tempo. Prendiamo il caso di Cuno Trafusser, già procuratore capo a Bolzano una quindicina d’anni fa. Sotto la sua gestione quella procura diventa un modello di efficienza a livello europeo. Introduce meccanismi manageriali nella gestione. I costi delle intercettazioni crollano, e a Bolzano tra l’altro tutto è più costoso perché serve la traduzione in due lingue. Gli arretrati scompaiono. La giustizia penale funziona. Forte di questi risultati, Tarfusser va al tribunale penale internazionale dell'Aja, ne diventa vicepresidente. Ma poi vuole tornare in Italia e nel 2019 era uno di 13 candidati alla procura di Roma. Non l'hanno neanche preso in considerazione, né ascoltato. Lo stesso era accaduto anni prima, quando s’era candidato alla procura di Milano. Ma Tarfusser è un magistrato senza corrente, quindi…”.

 

Le persone comuni leggono gli accadimentidi questi giorni come uno scontro tra politica e magistrati e alla fin fine parteggiano per i magistrati perché pensano che la politica sia solo corruzione. Non immaginano che una gestione così ‘politica’ della giustizia possa poi ricadere e avere effetti sulle loro vite...

“Io trovo che il cittadino comune, come dici tu, sbaglia di grosso. La politicizzazione della magistratura è un veleno sottile. Quel cittadino dovrebbe indignarsi per la gravità di quanto si sta scoprendo. Dovrebbe essere consapevole che quel sistema marcio, che emerge dalle intercettazioni, un giorno potrebbe abbattersi anche su di lui. Dovrebbe anche  scandalizzarsi all’idea che la democrazia in questo Paese sia minata alle basi: bastano 10 magistrati delle principali procure che si mettono d’accordo con 10 giornalisti dei principali quotidiani. I primi indagano un politico basandosi sul nulla, spinti solo da un’ideologia comune, e i secondi parteggiano per loro sbattendo in pagina i risultati delle loro indagini falsate. Assieme, possono davvero sovvertire l'ordine democratico”. 

 

E che pensi dei colleghi giornalisti che organizzavano campagne e manifestazioni contro Berlusconi perché eravamo in un regime! Ora sembra tanto un regime ma nessuno fiata?

“Sono sepolcri imbiancati. Meriterebbero di essere seppelliti dalla loro stessa ipocrisia. Il regime sono loro”.

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