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Politica
Di Maio, dall'Europa una scelta obbligata. E il governo non poteva opporsi

Di Maio, non c'erano alternative: e il governo non poteva opporsi

Emerge un ulteriore punto di vista sulla vicenda della nomina di Luigi Di Maio a inviato dell’Unione europea per il Golfo Persico. Nonostante le reazioni forti da parte del centro-destra, infatti, la scelta dell’ex ministro degli Esteri è stata fatta sulla base di una valutazione di curriculum e non politica. E qui la cosa si fa interessante: è corretto dire che Mario Draghi abbia fatto “endorsement” per Giggino? Lo è. Ma è altresì vero che il governo italiano avrebbe voluto spalleggiare – come anticipato da Affaritaliani.it – il greco Dimitri Avramopoulos, insieme a tutto il Ppe.

Era stato Antonio Tajani ad indicarlo come figura ideale. Ma il politico ellenico era stato toccato – seppur in modo del tutto marginale – dalla vicenda Qatargate e si era quindi deciso di non insistere troppo. Sarebbe stato poco opportuno coinvolgere nell’area del Golfo qualcuno che era stato anche solo sussurrato avesse avuto a che fare con il sistema di tangenti dell’Emirato. A quanto risulta ad Affari, tra Avramopoulos e Di Maio era in atto un autentico testa a testa e qualcuno nel governo ha provato inizialmente a spostare su di lui la scelta.

Dopo il (ribadiamo) labilissimo coinvolgimento nel Qatargate, l’Europa non aveva più un testa a testa, ma una fuga solitaria. A quel punto il governo italiano era con le armi spuntate. Non poteva sostenere il candidato che avrebbe voluto supportare. Non poteva schierarsi apertamente contro l’Europa, a meno di non mettersi apertamente di traverso. Mossa poco opportuna perché non è il momento di una guerra tra bande a Bruxelles. L’esecutivo ha potuto, al più, rallentare l’iter. Ma poi si è dovuto arrendere all’evidenza di una scelta obbligata. 
 

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