"Ecco perché bisogna votare sì al referendum sulla giustizia": al Senato un convegno sulla separazione delle carriere - Affaritaliani.it

Politica

Ultimo aggiornamento: 15:42

"Ecco perché bisogna votare sì al referendum sulla giustizia": al Senato un convegno sulla separazione delle carriere

A Palazzo Giustiniani si è svolto questa mattina un panel di confronto organizzato dal senatore di FdI Marcello Pera. Il resoconto di Affaritaliani

di Chiara Feleppa

Referendum, al Senato un "dialogo" sulla separazione delle carriere. Da Baldassarre a Barbera: ecco gli ospiti a sostegno del sì 

La Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, sede del Senato della Repubblica, ha fatto da cornice al convegno “Le ragioni del sì”, organizzato su iniziativa del senatore di FdI Marcello Pera per discutere del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. “Più che convegno, un dialogo", ha detto il senatore in apertura, rivendicando poi  di essere "figlio del ’99", richiamando esplicitamente la stagione delle riforme che portò alla modifica dell’articolo 111 della Costituzione e all’introduzione del principio del giusto processo. Una svolta che segnò il passaggio formale dell’Italia a un modello accusatorio, fondato sulla parità tra accusa e difesa, sul contraddittorio e sulla terzietà del giudice.

"Questo spirito riformatore è stato progressivamente tradito. Dopo il 1999, la giurisprudenza e l’assetto del sistema giudiziario hanno preso una direzione opposta rispetto a quanto previsto dal nuovo impianto costituzionale. Da qui la necessità di una riforma che intervenisse in modo strutturale, a partire dalla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, ritenuta una conseguenza naturale del processo accusatorio", ha spiegato il senatore, tra i primi a presentare un disegno di legge in tal senso, seguito poi da iniziative parlamentari trasversali, provenienti da diverse aree politiche, dal centrodestra alla sinistra.

Il punto centrale resta, per l’ex presidente del Senato, la fiducia dei cittadini: un giudice che condivide il percorso professionale con il pubblico ministero rischia di non apparire realmente imparziale. "È come avere un arbitro nominato dal capitano di una delle due squadre", ha detto. Poi la critica all’Associazione nazionale magistrati, accusata di assumere una posizione apertamente politica. "In questo modo - sostiene Pera - l’Anm finisce per trasformarsi in un soggetto partitico: o diventa egemone, influenzando il dibattito pubblico, oppure resta minoritaria e irrilevante. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: agli occhi dei cittadini, giudici e pubblici ministeri appaiono come un unico blocco, indistinto, nonostante svolgano funzioni profondamente diverse". 

Da qui l’appello a recuperare lo spirito del ’99 attraverso il dialogo e una maggiore chiarezza istituzionale, anche grazie al ruolo dell’informazione. La stampa, conclude Pera, ha una funzione “illuminante” e deve aiutare l’opinione pubblica a comprendere temi complessi come quelli legati alla giustizia e alle sue riforme.

Cesare Salvi: "Il giudice sia libero dalle pressioni politiche o di parte"

A fare eco le parole di Cesare Salvi, giurista ed ex senatore d'Italia, che ha rivendicato con forza il principio costituzionale dell’autonomia della magistratura. "La magistratura è un organo autonomo e l’indipendenza non è un privilegio dei giudici, ma una garanzia per i cittadini. Non una tutela corporativa, ma una condizione necessaria perché chi giudica sia libero da pressioni politiche o di parte", ha detto. 

Il nodo, secondo l’ex magistrato, riguarda le modalità di selezione degli organi interni e in particolare il tema del sorteggio per la scelta dei componenti. Una proposta che spesso viene liquidata come eccentrica, ma che si colloca dentro una tradizione teorica solida. Nel suo intervento Salvi ha richiamato Rousseau, che considerava il sorteggio uno dei sistemi più democratici, e Montesquieu, il quale citava Aristotele: nella Politica il filosofo greco sosteneva che l’estrazione a sorte garantisce a ogni cittadino una “ragionevole speranza” di partecipazione e non crea frustrazioni o favoritismi.

Il referendum, in ogni caso, non è affatto una battaglia ideologica, e non c'entra con gli schieramenti politici. "Questa è una riforma garantista, perchè il cittadino, soprattutto il più debole, ha diritto a un processo imparziale. Non a caso, l'articolo 24 indica il diritto alla difesa come suo diritto fondamentale", ha spiegato l'ex senatore. Il tema della separazione delle carriere, dunque, non è un tema né di destra né di sinistra. "Dovrebbe essere un confronto imparziale. Si può legittimamente non essere d’accordo, ma bisogna farlo con argomenti seri, non con obiezioni pretestuose", ha concluso.

 

Antonio Baldassarre: "La storia è dalla parte del sì"

Di tono più apertamente politico l’intervento di Antonio Baldassarre, presidente emerito della Corte Costituzionale, che ha attaccato la qualità della campagna referendaria, definendola "una delle peggiori viste finora". Si punta solo alla "pancia dell'elettore" e manca "l’equilibrio e la moderazione che ci si aspetterebbe da chi opera nel mondo della giustizia, e il fronte del sì si è limitato finora a una strategia difensiva, fatta di repliche alle fake news", ha detto. 

"Serve una campagna più attiva, più forte sui principi, perchè la storia sta dalla parte del sì", ha detto. Il riferimento è al modello accusatorio, che non mette al centro lo Stato ma i diritti dell’imputato, la cui libertà personale è in gioco nel processo. "Un’impostazione che nasce dalla tradizione liberale e costituzionale: il processo come garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo. Sostenere che il sì sia autoritario è un rovesciamento della realtà. La storia degli Stati moderni dimostra il contrario: i sistemi inquisitori sono stati tipici dei regimi autoritari", ha affermato. 

Poi il tema del sondaggio, replicando alle critiche, ricordando che il principio di uguaglianza impone trattamenti omogenei per situazioni uguali. "Non si può invocare l’eccezione quando conviene", è il senso della stoccata rivolta anche al procuratore Gratteri.

 

Augusto Barbera: "Liberare la magistratura dalle correnti"

Ha preso poi parola Augusto Barbera, giurista e ex Ministro per i rapporti con il Parlamento della Repubblica italiana. "L'obiettivo centrale della campagna referendaria è la mobilitazione dell’elettorato già orientato per il sì. In particolare dobbiamo puntare su quella fascia moderata che rischia di restare lontana dalle urne. Perché il sì prevalga è necessario portare a votare la maggior parte delle persone che già ne condividono le ragioni", ha detto. 

Il cuore della proposta è la liberazione della magistratura e del Consiglio superiore della magistratura dal controllo delle correnti, un passaggio indispensabile per restituire serenità e autonomia ai singoli magistrati. Un messaggio che, sottolinea, può risultare convincente anche per un elettorato non ideologizzato, sensibile ai temi dell’equilibrio istituzionale e del buon funzionamento dello Stato. La riforma mira a "costruire una giustizia disciplinare realmente terza, efficace e credibile, capace di intervenire nei confronti di chi sbaglia in modo serio. Non una riforma contro la magistratura, ma a suo favore, per liberarla dal peso delle correnti e per rafforzarla, chiarendo funzioni, ruoli e responsabilità". 

Una riforma, insomma, che non altera gli equilibri democratici ma li rende più trasparenti e coerenti. 

Ferdinando Adornato: "Basta con l'Italia dei no"

L'ex segretario della Camera ha poi allargato lo sguardo oltre il merito tecnico del referendum. "Basta con l’Italia dei no", un atteggiamento che negli ultimi anni ha frenato il Paese: "i no alle infrastrutture, allo sviluppo economico, alle riforme, a ogni tentativo di modernizzazione. Un riflesso difensivo che finisce per bloccare qualsiasi cambiamento", ha detto. La vittoria del sì rappresenterebbe un segnale di svolta, la scelta di superare le contrapposizioni permanenti e rimettere in moto il sistema.

"Se vincesse il sì si chiuderebbe la guerra dei trent’anni tra magistratura e politica. Un conflitto che ha avvelenato la vita pubblica italiana dagli anni di Tangentopoli in poi, producendo uno scontro continuo tra poteri dello Stato e indebolendo sia la credibilità della giustizia sia quella della politica", le parole di Adornato. 

Giovanni Orsina: "La Magistratura agisce da soggetto politico"

Ha preso poi parola Giovanni Orsina, politologo e docente Luiss. "Nella storia d’Italia c’è un fenomeno antico: la tendenza a cercare nel sistema istituzionale la soluzione a tutti i problemi del Paese- Negli ultimi trent’anni, da Tangentopoli in poi, questa aspettativa si sarebbe concentrata soprattutto sulla magistratura. Si è diffusa l’idea che il sistema giudiziario potesse essere la risposta a tutto", ha spiegato. 

Secondo Orsina, però, questo processo ha prodotto un effetto distorsivo. "Per come si sta sviluppando la campagna elettorale intorno a questo referendum, abbiamo l’ennesima dimostrazione di come la magistratura si stia definendo, o comportando, come un soggetto politico, entrando nella sfera pubblica e pretendendo di partecipare da protagonista alla definizione degli equilibri politici che poi si traducono in legislazione, alla quale la magistratura dovrebbe essere sottoposta", ha detto Orsina. 

Da qui quello che definisce un vero e proprio "cortocircuito istituzionale": "Più che un contropotere, la magistratura finisce per essere un potere. E questo rischia di scoraggiare la democrazia liberale". 

Gaetano Quagliarello: "Ecco perchè è necessario votare sì"

L'ex Ministro per le riforme costituzionali d'Italia Gaetano Quagliarello ha ribadito le motivazioni per votare sì, richiamando il primato della politica e mettendo in guardia da quello che considera uno squilibrio crescente tra i poteri dello Stato. "La vittoria del no al referendum rischierebbe di rafforzare dinamiche populiste e di accentuare lo scontro permanente tra giustizia e politica. In nessuna democrazia occidentale esistono compartimenti stagni, ma sistemi di pesi e contrappesi", ha detto Quagliarello. 

In Italia, invece, all’ordine giudiziario è stata riconosciuta un’autonomia particolarmente ampia, accompagnata dalla scelta di unificare giudici e pubblici ministeri in un unico corpo, con una forte dimensione corporativa. "Una garanzia pensata per proteggere l’indipendenza delle toghe che nel tempo si è trasformata in un fattore di squilibrio istituzionale e rende oggi necessario rimettere mano all’assetto complessivo del sistema", ha concluso.

Al panel hanno partecipato, tra gli altri, esponenti di spicco del mondo della politica e delle istituzioni, come Zanon, Ortensio Zeechino, Giovanni Pellegrino, Ferdinando Adornato, Stefano Ceccanti, Roberto Centaro, Fabio Cintioli, Giuseppe De Vergottini, Francesco Di Donato, Nicola Latorre, Antonio Malaschini, Claudia Mancina, Enrico Morando, Giovanni Orsina, Andrea Pastore, Claudio Petruccioli, Gaetano Quaglierello, Umberto Ranieri, Giorgio Spangher, Giorgio Tonini, Peppino Valentino e Claudio Velardi. 

LEGGI LE NEWS DI POLITICA