Il primo tempo della partita “Capitale” si è chiuso ieri: a Roma, Pd e Cinque stelle correranno separati, almeno al primo turno. Con buona pace del segretario dem Enrico Letta e del leader in pectore del M5s Giuseppe Conte, che puntavano a uno scenario diverso. Sebbene oggi, l’inquilino del Nazareno sostenga “con forza” che “Roberto Gualtieri sarà il prossimo sindaco di Roma”, che lui ne è convinto e che “il Pd ha fatto questa scelta convintamente”.
E’ stato proprio Conte ieri a imprimere un’accelerazione alla vicenda romana, dichiarando il suo appoggio alla sindaca uscente e ricandidata Virginia Raggi. Di qui a cascata, anche il Nazareno si è messo in moto e, a distanza di qualche ora, l’ex ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, fermo ai box da un po’ di tempo, ha rotto gli indugi. Sfumata ormai ogni chance di vedere in campo il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, infatti, ha annunciato la sua candidatura alle primarie. Fin qui la cronaca dei fatti.
Resta da capire a questo punto che lettura se ne dà tra le fila del Pd. Letta si è messo troppo in scia del M5s, subendone le decisioni? Ha ragione Carlo Calenda, altro aspirante sindaco di Roma, nel sostenere che “il candidato del Pd lo hanno scelto i Cinque stelle”, dopo il sostegno di Conte a Raggi e dopo le minacce degli assessori M5s in giunta Lazio “di far cadere la Regione”?
A dire subito la sua oggi è stata l’esponente dem di Base riformista e sottosegretaria al Mibact nel Conte due, Lorenza Bonaccorsi, con un tweet tranchant: “Quelli che si fanno scegliere il candidato sindaco da quelli che esprimono la peggiore sindaca degli ultimi anni”, con tanto di hashtag: #quandodiciunalineavincente.
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In realtà, dalle parti della minoranza Pd sono in molti a sostenere, parlando con Affaritaliani, che “Letta ha fatto bene ad aspettare e a sperare fino all’ultimo che Conte alla fine l’avesse vinta. Il segretario non poteva fare altro”. Respingono al mittente pure la tesi di un Partito democratico troppo in scia del Movimento: “Non la pensiamo così. Non è realistico credere che il Pd possa fare tutto da solo. In prospettiva, quindi – racconta una fonte autorevole di minoranza – parlerei non di un’alleanza strategica, ma di un’alleanza necessaria. Ecco perché è giusto che si provi a costruirla sul piano nazionale e pure nelle città”.
Nella minoranza però non tutti la pensano allo stesso modo. Ci sono esponenti, infatti, che non lesinano critiche all’intera gestione del capitolo amministrative e col nostro giornale non nascondono “un certo malumore per il modo in cui è stata condotta l’intera partita. Con la ricerca di un accordo nazionale a tutti i costi che, poi, ha portato al naufragio di tutte le possibili alleanze nelle città che andranno al voto”.
“Parliamoci chiaro – rincara un’altra fonte –, c’è stata una sopravvalutazione delle possibilità di Conte, nonostante fosse sotto gli occhi di tutti che il processo di trasformazione del Movimento era ancora tutto di là da venire”. La stessa fonte, quindi, commentando le parole di Calenda conviene che “di fatto è andata proprio come dice lui”.
C’è da dire, tuttavia, che nel corpaccione dem sono in tanti, invece, a non dare credito alle parole dell’ex ministro dello Sviluppo economico: “Calenda? Non è attendibile – argomentano con Affari -. Parla pro domo sua. Non siamo di fronte a una impostazione politica, ma personale. E poi, è Inconcepibile che ritenga le primarie sbagliate. Non solo sono nel Dna del Pd, ma poi sono uno strumento importante per incoronare e, quindi, rafforzare il candidato che vince”.
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Se c’è un aspetto, invece, sul quale le posizioni convergono, questo è sicuramente la scarsa presenza femminile nelle sfide elettorali di ottobre. Fatta accezione per Monica Cirinnà che parteciperà alle primarie a Roma e per la sindaca di Iv Isabella Conti, in campo per le consultazioni di coalizione a Bologna, infatti, che fine ha fatto la cifra distintiva della segreteria Letta? “Questa è una domanda da fare al segretario – risponde un parlamentare dem -. Una cosa è certa: imporre candidature femminili non è la strada giusta, non avendo certezza che poi effettivamente si candidino delle donne”.
Nel Pd, infine, si concorda sul fatto che senza dubbio “Gualtieri è un candidato più debole di Zingaretti. Ha dalla sua una lunga militanza romana, ma poi bisogna vedere la presa sulle periferie. Su questo, ad esempio, il governatore del Lazio aveva qualche vantaggio in più, potendosi giocare la buona gestione della pandemia e della campagna vaccinale”. Anzi, c’è chi azzarda: “Ci voleva Zingaretti con un po’ di coraggio in più”. Salvo, però, poi, aggiungere: “E’ anche vero, tuttavia, che dagli alleati non sono arrivate le garanzie richieste”.
Il muro eretto dai rappresentanti M5s in giunta, gli assessori Roberta Lombardi e Valentina Corrado, d’altronde, non ha lasciato ampi spazi di manovra al quartier generale del Pd. Alla fine, dunque, hanno vinto i Cinque stelle? Qui le opinioni tornano a divergere. C’è chi, infatti, sostiene: “Diciamo che nel Movimento, per come sono andate le cose, ha vinto Casaleggio”. Ma c’è anche chi fa autocritica in casa propria e afferma: “E’ presto per parlare di vincitori e vinti. Lo capiremo in seguito. Nel linguaggio cinematografico si dice: ‘buona la prima’. Ecco, in questo caso, non è stata buona…”.

