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Legge elettorale, via libera dal Senato: addio ai collegi uninominali, ritornano le preferenze. Ecco come funziona il nuovo sistema di voto

Il testo torna ora alla Camera, attesa in Aula il 28 settembre.

Legge elettorale, via libera dal Senato: addio ai collegi uninominali, ritornano le preferenze. Ecco come funziona il nuovo sistema di voto
Foto Lapresse

Legge elettorale, sì del Senato con 113 voti a favore, 71 contrari e 2 astenuti. Ora tocca alla Camera

Il Senato ha approvato oggi, 15 settembre, la riforma della legge elettorale, con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astenuti. Il testo, già modificato rispetto a quello uscito dalla Camera lo scorso luglio, dovrà ora tornare a Montecitorio per la terza lettura, prevista in Aula a partire dal 28 settembre. Con il via libera del Senato, prende così forma definitivamente il nuovo sistema elettorale che sostituisce il Rosatellum: scompaiono i collegi uninominali e si torna a un impianto proporzionale, corretto però da un consistente premio di maggioranza. Ecco tutte le novità.

Come funziona il premio di maggioranza

Il meccanismo centrale della riforma è il premio assegnato alla lista o coalizione che raggiunge almeno il 42% dei voti: si traduce in 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, sottratti al totale dei seggi da ripartire proporzionalmente. La condizione è però stringente: il premio scatta solo se la stessa forza politica supera quella soglia in entrambi i rami del Parlamento. Se nessuno raggiunge il 42%, oppure se Camera e Senato restituiscono due maggioranze diverse, il premio non viene assegnato e i seggi si distribuiscono con il proporzionale puro, senza che scattino le elezioni delle liste circoscrizionali collegate al premio stesso. È previsto anche un tetto: se sommando i seggi del proporzionale e quelli del premio una coalizione superasse i 220 deputati o i 113 senatori, i seggi in eccesso verrebbero recuperati togliendoli dalla quota proporzionale.

Ritornano le preferenze, ma con paletti

Una delle modifiche più discusse introdotte a Palazzo Madama riguarda le preferenze, respinte in prima lettura alla Camera con voto segreto e poi recuperate al Senato. Non si tratta però di preferenze piene: il capolista di ogni lista resta bloccato e non è soggetto alle regole di alternanza di genere, mentre l’elettore può esprimere fino a tre preferenze, ma solo a partire dal secondo nome della lista (che in totale conta sei candidati). Se si esprime più di una preferenza, scatta invece l’obbligo di alternanza tra uomini e donne. Per le liste della coalizione che concorrono al premio resta comunque fissata una proporzione di genere del 60-40.

Soglie di sbarramento e liste

Le coalizioni dovranno superare il 10% dei consensi per accedere alla ripartizione dei seggi, le liste singole o coalizzate il 3%, con un meccanismo di ripescaggio per il “miglior perdente” di ciascuna coalizione. Al Senato le soglie restano calcolate a livello nazionale, con una deroga per le liste che superino il 20% in almeno una regione. Il Senato ha inoltre eliminato la cosiddetta norma “anti-cespugli”, introdotta alla Camera per contenere la frammentazione: era stata pensata per escludere dal computo della cifra elettorale di coalizione i voti delle liste minori sotto il 3%. Con la sua cancellazione, quei voti torneranno a contare ai fini dell’assegnazione del premio. Resta invece il tetto delle pluricandidature: lo stesso candidato potrà presentarsi in un massimo di cinque collegi plurinominali, oltre che nelle liste circoscrizionali collegate al premio, con l’obbligo — per chi corre per il premio — di candidarsi anche in una lista di partito.

Il candidato premier e il voto fuori sede

La riforma introduce l’obbligo per i partiti di indicare, al momento del deposito dei programmi elettorali, un nome per la carica di presidente del Consiglio: pena, la non ammissione delle liste. Il nome, però, non comparirà sulla scheda elettorale, e la norma fa salve le prerogative costituzionali del capo dello Stato e il divieto di vincolo di mandato parlamentare. Novità anche per gli elettori temporaneamente domiciliati fuori dal proprio comune di residenza: potranno votare dove si trovano, a condizione di risiedervi da almeno nove mesi. La possibilità, introdotta per le elezioni di Camera, Senato, Parlamento europeo e referendum, è stata estesa durante l’esame al Senato anche ai caregiver familiari. Cambia infine la geografia del voto degli italiani all’estero: le attuali otto circoscrizioni si riducono a due per la Camera (Europa ed extra-Unione europea) e a una sola per il Senato.

Più firme per le liste non parlamentari

Uno dei punti più contestati riguarda la raccolta firme. I partiti già presenti in Parlamento con un gruppo costituito entro il 31 dicembre 2025 restano esonerati dalla raccolta. Ne restano invece esclusi i partiti con una componente nel gruppo Misto, come Futuro Nazionale e +Europa, che dovranno comunque raccogliere almeno 1.500 firme. Per le forze politiche non rappresentate in Parlamento, come i centristi di Progetto civico, la soglia sale invece in modo netto: da 1.500 a 6.000 sottoscrizioni per ogni collegio, con numeri dimezzati in caso di fine anticipata della legislatura.

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