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Massimiliano Romeo, il leghista che sfida Salvini senza alzare la voce

Romeo respinge la lettura personalistica e continua a ripetere che non gli interessano le sfide tra leader. Il ritratto

Massimiliano Romeo, il leghista che sfida Salvini senza alzare la voce
Massimiliano Romeo

Massimiliano Romeo, il leghista che sfida Salvini senza alzare la voce

Massimiliano Romeo non ha il tono del tribuno, non cerca lo scontro frontale e non sembra interessato a imitare Matteo Salvini sul terreno della comunicazione. Eppure è proprio lui, capogruppo della Lega al Senato e segretario del partito in Lombardia, a essere diventato il volto più riconoscibile della contestazione interna alla leadership del Capitano.

Nel suo intervento a Pontida ha scelto parole quasi dimesse per descrivere una frattura politica: «squadra», «collegialità», «federalismo», «territori». È questo il lessico con cui prova a rimettere in discussione, senza trasformarlo in un duello personale, il modello costruito da Salvini.

Romeo, classe 1971, appartiene alla generazione cresciuta nella Lega delle origini, quella delle sezioni, degli amministratori locali e delle battaglie per il federalismo. La sua non è una conversione dell’ultima ora al «nordismo», ma una storia politica iniziata molto prima della trasformazione salviniana del movimento in partito nazionale. È partito dal basso: nel 1997 è diventato consigliere di circoscrizione nella natia Monza, nella Lega di Bossi.

Chi lo conosce lo descrive come ironico, concreto e capace di sdrammatizzare anche i passaggi più tesi. «Ha una pazienza proverbiale e una capacità di mediazione fuori dal comune. Ma sui suoi principi di fondo non transige ed è fermo e deciso nel portarli avanti», afferma un senatore leghista a lui assai vicino. La stessa fonte aggiunge: «Non possiede la potenza mediatica di Salvini, il profilo istituzionale di Luca Zaia o l’immagine amministrativa di Massimiliano Fedriga. Ha però una caratteristica decisiva: conosce la macchina del partito e parla la lingua della sua classe dirigente più antica».

La sua timidezza caratteriale viene spesso interpretata come eccessiva prudenza o addirittura debolezza. Il fatto è che Romeo tende a esporsi soltanto quando ritiene che una posizione sia ormai sufficientemente condivisa. Prima ascolta, verifica gli umori e cerca alleanze; poi rende pubblica la linea. È quanto sarebbe accaduto anche nella sfida a Salvini: prima i colloqui con Attilio Fontana e con diversi rappresentanti del Nord, poi la denuncia dello «scollamento» tra vertice e base, infine la richiesta di una guida collegiale.

Romeo scherza spesso dicendo che la sua capacità di mediazione deriva anche dall’esperienza familiare, dove vive una situazione per certi versi simile a quella politica. La moglie, Laura Ferrari, avvocata e sindaca di Lentate sul Seveso, proviene politicamente da Forza Italia. La coppia ha un figlio, Tommaso.

Ferrari ha raccontato pubblicamente che, quando diventò sindaca nel 2017, il figlio aveva sei anni e che riuscì a conciliare amministrazione, professione forense e maternità anche grazie al sostegno del marito, che aveva condiviso la sua scelta di candidarsi. È un particolare che mostra un Romeo familiare, molto meno visibile del dirigente parlamentare.

Ha sempre sostenuto di non essere interessato alla candidatura a segretario e di voler fare soltanto il bene della Lega, ma è ben consapevole di essere diventato il frontman della «fronda del Nord». Tra i salviniani c’è chi ritiene che il capogruppo stia bluffando, confidando di ottenere una gestione più collegiale senza affrontare una votazione che oggi lo vedrebbe sfavorito. Nel fronte settentrionale, invece, qualcuno sostiene che Romeo non debba necessariamente vincere: una candidatura capace di raccogliere una quota consistente di delegati basterebbe a dimostrare che la leadership di Salvini non è più incontestabile.

Secondo i bene informati, la proposta di celebrare un congresso straordinario a ottobre, avanzata da Claudio Durigon, che con Romeo non ha mai avuto un grande feeling, sarebbe nata proprio per costringere il capogruppo al Senato a uscire allo scoperto e tarpargli le ali. Romeo ha reagito con cautela, definendo il congresso «un’occasione di confronto».

Subito dopo, però, ha aggiunto che la sua convocazione dimostra la necessità di «rilanciare il partito e riguadagnare la fiducia degli elettori». In altre parole, Salvini può usare il congresso per blindarsi, ma la semplice decisione di convocarlo certifica che il problema esiste.

D’altra parte Romeo, come spiega un dirigente del partito della sua Monza, «el gh’ha el dree d’un mül» — letteralmente, ha la schiena di un mulo: non si piega sotto il peso della fatica e resiste a tutto. Non è quindi il tipo da farsi spaventare, anche perché sente la responsabilità del suo Nord, che sembra aver trovato in lui il leader capace di riportare la Lega alle origini.

Romeo ha scelto di muoversi insieme a Fontana e in sintonia con una parte dei governatori settentrionali. Attorno a questa linea si riconoscono sensibilità differenti: chi vorrebbe recuperare il federalismo, chi chiede maggiore autonomia per le articolazioni regionali e chi ritiene semplicemente conclusa la stagione del partito costruito intorno alla figura del Capitano.

La parola d’ordine ripetuta anche a Pontida è «squadra»: vuole unire, non dividere. Al tempo stesso, non appare pienamente convinto dalla linea sovranista e nazionalista che ha avvicinato la Lega a formazioni della destra radicale europea; già due anni fa si fece notare per l’assenza alla prima assise dei partiti di destra organizzata a Roma dalla Lega.

Ad agosto dichiarò al Foglio che la Lega deve tornare a essere «un movimento post-ideologico» ed evitare di «inseguire teorie che non hanno mai fatto parte della nostra storia». La sua iniziativa contiene così una critica politica precisa: rivendicare la collegialità significa contestare una gestione troppo personale; rilanciare il federalismo vuol dire mettere in discussione la trasformazione della Lega Nord in una forza nazionale indistinta; riportare al centro i territori equivale a denunciare la distanza tra la segreteria e una parte consistente degli amministratori.

Romeo, però, è troppo accorto per presentare l’iniziativa come una battaglia per ottenere incarichi. «Vogliamo una Lega più forte, non posticini», ha chiarito, respingendo l’accusa, circolata tra i salviniani, secondo cui dietro la fronda si nasconderebbe soltanto una trattativa sulla distribuzione del potere.

«Romeo potrebbe essere spinto in campo proprio perché è l’unico ad aver già messo la faccia sulla contestazione. Ma il suo obiettivo potrebbe anche non essere la conquista immediata della segreteria. Potrebbe puntare a imporre un nuovo assetto: maggiore autonomia alle leghe regionali, una vera cabina di regia con i governatori e il ritorno del federalismo al centro del programma», dice una fonte leghista vicina a Salvini.

Un altro retroscena significativo riguarda il libro pubblicato da Romeo, Fare la Lega. Agenda per il rinnovamento. Non è soltanto un volume autobiografico o una riflessione culturale: negli ambienti leghisti è stato interpretato come un vero manifesto politico. Il libro è arrivato prima dell’apertura pubblica dello scontro con Salvini, una coincidenza che ha alimentato tra i fedelissimi del segretario il sospetto che l’operazione fosse preparata da tempo.

Romeo respinge la lettura personalistica e continua a ripetere che non gli interessano le sfide tra leader. Nel partito, tuttavia, molti hanno letto quel testo come la piattaforma sulla quale costruire una possibile candidatura congressuale o, almeno, imporre a Salvini una profonda revisione della linea. Romeo non ha ancora deciso se diventare il nuovo segretario della Lega.

Ha però già deciso che la Lega non può continuare a essere soltanto il partito di Salvini. È questa la sua forza e insieme la sua debolezza: parla come il custode di una comunità, non ancora come l’uomo che vuole conquistarne il comando. Ma spesso le leadership nascono proprio così, quando chi chiede di cambiare il metodo finisce per essere chiamato a sostituire chi quel metodo lo ha imposto.