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Meloni alza la voce: l’Europa ora deve scegliere se difendere la sua industria

Competitività, semplificazione e costo dell’energia occupano ormai il centro dell’agenda della Commissione

Meloni alza la voce: l’Europa ora deve scegliere se difendere la sua industria

L’analisi

Giorgia Meloni ha scelto la platea degli industriali per mandare a Bruxelles un messaggio chiaro: “L’Italia non siede al tavolo europeo per dire sempre sì”. Energia, flessibilità di bilancio, investimenti: la presidente del Consiglio vuole spostare la discussione europea sulle condizioni che consentono alle imprese di restare aperte, produrre e competere. “Io credo che questa volta ci siano davvero tutte le condizioni per potere finalmente infrangere quel muro di gomma che Bruxelles ha eretto sulle regole di bilancio. E Giorgia Meloni in questo caso può davvero diventare la capofila europea di questa sorta di ‘fronda’ che aspira ad una maggiore considerazione europea di fronte ad una situazione internazionale oggettivamente straordinaria”, afferma sicuro un diplomatico di stanza a Chigi, che sta lavorando al prossimo Consiglio europeo.

Le risposte di Bruxelles sembrano di chiusura, ma un alto funzionario della Commissione spiega che al Berlaymont si valutano con attenzione le richieste italiane. Anzi, secondo fonti di Palazzo Chigi, la stessa von der Leyen a Spalato avrebbe già concesso qualche rassicurazione nel suo colloquio con la premier italiana. Aiutano i rapporti tra le due e la presenza di Raffaele Fitto nel collegio dei commissari. C’è poi una convergenza con la Germania, tradizionalmente rigorosa sul bilancio. E quella frase lanciata all’assise di Assolombarda “l’Italia non siede ai tavoli della Ue per dire sempre di sì” deriva certamente dal periodo elettorale ormai incombente, ma dimostra anche come sia arrivato il momento di alzare la voce, dopo quattro anni di atteggiamento basato sulla moderazione e il dialogo.

“Se ha detto queste parole è perché evidentemente ha avuto alcune rassicurazioni dai vertici Ue, altrimenti non sarebbe un azzardo in un momento politico delicato come questo”, dice un deputato di vecchio corso di FdI. Avvicinandosi alla fine della legislatura, infatti, Meloni ha interesse a mostrare che la credibilità conquistata all’estero produce benefici riconoscibili in Italia. Agli imprenditori deve offrire prospettive; alle famiglie, risposte sul costo della vita. E al proprio elettorato vuole dimostrare che stare dentro le istituzioni europee permette anche di modificarne le scelte. Sarebbe però riduttivo archiviare tutto come propaganda. Questa volta il terreno della trattativa sembra più favorevole.

La novità politica è la convergenza con Friedrich Merz. La lettera sulla competitività firmata dalla premier, dal cancelliere tedesco e dal primo ministro belga Bart De Wever porta la richiesta di accelerare gli investimenti e frenare nuovi oneri burocratici dentro un’iniziativa comune. La lettura è chiara: quando Roma e Berlino pongono insieme il problema della produzione europea, diventa più difficile liquidarlo come una richiesta italiana di indulgenza sui conti. La difesa dell’industria può costruire alleanze che attraversano le tradizionali divisioni sul rigore. “Meloni vuole sfruttare la convergenza con Berlino per spostare progressivamente il confronto dal terreno delle regole a quello delle necessità economiche”, spiega una fonte della Commissione. Perché il ragionamento italiano è semplice: non si può chiedere alle imprese europee di competere con quelle americane e asiatiche, gravate da costi energetici superiori e da vincoli normativi sempre più complessi, senza consentire ai governi di intervenire con strumenti adeguati.

Anche Bruxelles ha cominciato a cambiare linguaggio. Competitività, semplificazione e costo dell’energia occupano ormai il centro dell’agenda della Commissione. Il rapporto Draghi ha contribuito a rendere evidente quanto pesino sulla prosperità europea la produttività debole, l’energia cara e la concorrenza internazionale. Questa maggiore attenzione non equivale ancora all’accoglimento delle richieste italiane, ma apre uno spazio politico che Meloni intende utilizzare. Il problema, adesso, è la distanza tra diagnosi e decisioni. André Loesekrug-Pietri, direttore scientifico della Joint European Disruptive Initiative, ha osservato che “un terzo dell’agenda non richiederebbe altro che coraggio politico”. Il riferimento è alle raccomandazioni di Draghi. Le analisi si accumulano, mentre le imprese devono decidere oggi dove investire. Ogni rinvio ha un costo industriale, anche quando non compare nei bilanci pubblici. Qui la richiesta di flessibilità acquista sostanza. Se uno choc energetico aumenta la spesa e restringe i margini dei governi, applicare le regole senza considerare quel cambiamento rischia di comprimere proprio gli interventi necessari a sostenere produzione e investimenti.

Meloni porta questo argomento al Consiglio europeo. La sua forza negoziale dipenderà dalla capacità di ottenere margini mirati, utilizzabili e compatibili con la sostenibilità dei conti. Una battaglia seria si misura sulle risorse che libera e sui risultati che produce. Nel frattempo, il quadro italiano è meno fosco di quanto lasciassero immaginare le previsioni precedenti. Il Fondo monetario internazionale ha appena portato la crescita attesa per il 2026 dallo 0,5 allo 0,8%, migliorando anche la stima per il 2027 allo 0,6%. A settembre l’OCSE aveva già corretto la previsione per quest’anno dallo 0,5 allo 0,9%. L’Istat aveva invece alzato dallo 0,6 allo 0,8% la crescita acquisita: un indicatore diverso dalla previsione annuale, ma coerente con una prima parte dell’anno migliore delle attese. Stefano Scarpetta, capo economista dell’OCSE, ha parlato di “una maggiore resilienza di quella che ci potevamo aspettare a giugno”, indicando il contributo dei consumi e degli investimenti, compresi quelli pubblici legati al Pnrr. Ha anche invitato a proseguire le riforme strutturali: la conclusione del Piano rende ancora più urgente rafforzare produttività e crescita.

Per Meloni questi numeri rappresentano un argomento in più al tavolo europeo. Un’economia che regge meglio del previsto può chiedere condizioni migliori per crescere con maggiore autorevolezza. E il governo ha interesse a trasformare quella tenuta in una prospettiva duratura, prima che si esaurisca la spinta degli investimenti straordinari.

Dietro l’annuncio di Meloni c’è un lavoro diplomatico che precede l’intervento davanti agli industriali. Secondo fonti di Palazzo Chigi, la lettera con Merz e De Wever nasce dalla riunione della scorsa settimana degli “Amici della competitività”, il gruppo informale attraverso cui alcuni governi cercano di orientare l’agenda europea. Le richieste sono operative: accelerare gli investimenti in energia e digitalizzazione, frenare nuovi adempimenti e ridurre gli obblighi di rendicontazione, soprattutto per le piccole imprese.

La scelta di rivolgersi ad António Costa, alla vigilia del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, suggerisce una strategia precisa: ottenere dai leader un impulso politico capace di far avanzare i dossier a Bruxelles. Nella partita potrebbe rivelarsi decisivo anche Raffaele Fitto. Il vicepresidente esecutivo della Commissione europea, responsabile delle politiche di coesione e delle riforme, è direttamente coinvolto nella definizione di uno dei dossier più delicati dei prossimi mesi, il nuovo bilancio comunitario 2028-2034. “Il ruolo di Fitto potrebbe assumere un peso particolare proprio nel tentativo di conciliare il tradizionale rigore tedesco con la richiesta italiana di maggiore flessibilità. Non si tratta soltanto di aumentare le risorse a disposizione degli Stati, ma di cambiare il modo in cui vengono impiegate, semplificando le procedure e consentendo agli investimenti di adattarsi più rapidamente alle emergenze economiche e industriali.” Dice un fonte diplomatica italiana a Bruxelles.

Una filosofia che il vicepresidente della Commissione ha anche in effetti ribadito il 12 ottobre, aprendo a Bruxelles la Settimana europea delle Regioni: “La competitività è l’altra faccia della coesione: l’Europa non può essere competitiva se una parte del suo territorio rimane indietro”. La partita, naturalmente, è tutt’altro che chiusa. Ma per Meloni il prossimo Consiglio europeo potrebbe segnare un passaggio politico significativo: trasformare richieste finora accolte con prudenza, quando non con aperta diffidenza, in un’agenda condivisa anche dalla Germania. E se l’intesa con Merz rappresenta la leva diplomatica per scardinare alcune resistenze, il lavoro di Fitto sul nuovo bilancio comunitario può contribuire a tradurre quella spinta politica in strumenti concreti. È una combinazione che potrebbe rafforzare il peso italiano nei nuovi equilibri europei. Perché la vera sfida di Meloni non è ottenere qualche concessione in più da Bruxelles, ma convincere l’Unione che difendere le proprie regole non può significare sacrificare la crescita, l’industria e la capacità di competere. E questa volta, almeno sulla competitività, a chiedere di cambiare passo non c’è soltanto Roma. C’è anche Berlino. Ed è una differenza che nei palazzi europei difficilmente potrà essere ignorata.

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