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Trump, crisi energetica e politica interna: così Meloni ci mette la faccia mentre il campo largo litiga

La visita di Rubio a Roma, i viaggi internazionali per rafforzare le intese energetiche e i recenti decreti su lavoro e casa: Meloni sempre più protagonista per evidenziare, tra le altre cose, la mancanza di un vero competitor sull’altro fronte

Trump, crisi energetica e politica interna: così Meloni ci mette la faccia mentre il campo largo litiga

L’analisi

È una settimana da circoletto rosso per la premier Giorgia Meloni. La sua agenda è infatti fitta di appuntamenti internazionali. Si comincia con l’ottava riunione della Comunità Politica Europea, nella capitale armena, Yerevan, prima tappa di una missione che la porterà poi a Baku, Azerbaigian, snodo cruciale della strategia energetica italiana in un contesto internazionale sempre più instabile.

Poi Giorgia Meloni tornerà a Roma per incontrare giovedì il leader Polacco Donald Tusk, e poi venerdì (alle 11.30 a Palazzo Chigi) avrà un incontro con Marco Rubio, segretario di Stato americano, in missione nella capitale per ripristinare i rapporti con il Vaticano e con il governo Meloni (vedrà anche i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto). Ma da Chigi trapela che Giorgia Meloni, soprattutto dopo la nuova minaccia di Trump di ritirare contingenti Usa dal nostro Paese e la decisione di aumentare i dazi sulle auto al 25%, sia intenzionata a fare valere le proprie ragioni e anche quelle dell’Europa (avrebbe ricevuto mandato in questo senso in colloqui riservati con Macron, Merz e Starmer).

Le sue parole in Armenia sono state chiare in tal senso “Ma una cosa ci tengo a dirla – ribadisce Meloni – l’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni. L’Italia ha mantenuto tutti gli impegni che ha sottoscritto, lo ha sempre fatto – ha aggiunto -. Lo abbiamo fatto particolarmente in ambito NATO, anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti. Lo abbiamo fatto in Afghanistan, in Iraq”. Ed è proprio questo passaggio che ha fatto ripensare alle parole di Trump sulla scarsa partecipazione delle forze europee in quei luoghi. Ma non si tratta, fanno sapere da Palazzo Chigi, di un discorso di mero interesse elettorale, come vorrebbe far credere qualcuno a sinistra, definendo il presidente americano come un Re Mida al contrario, e che quindi come si è visto con Orban in Ungheria, a livello elettorale potrebbe essere dannoso più che utile.

Ma si tratta di un discorso più articolato, che parte dalla consapevolezza che occorra agire con decisione ed autorevolezza, mettendoci la faccia sui provvedimenti più importanti, sia a livello internazionale che su quello interno. Non è passata inosservata la sua doppia presenza a distanza di pochi giorni, in conferenza stampa, per presentare gli importanti decreti sul lavoro e sul piano casa. Non si tratta solo di voler evidenziare l’importanza dei due decreti, che hanno ricevuto un apprezzamento quasi unanime, ma è anche il segnale che ora occorre assumersi in prima persona la responsabilità del cambio di passo, che il governo vuole imprimere in questo ultimo scorcio di legislatura.

“Sia Schlein che Conte sono davvero terrorizzati dalle elezioni anticipate, altro che pronti come diceva la segretaria del Pd dopo il voto al referendum. Sono i primi a tifare affinché la premier vada avanti fino a fine legislatura. e io credo che alla fine la Schlein speri che si arrivi anche ad una nuova legge elettorale, che lei non appoggerà mai apertamente, ma che alla fine vedrà di buon occhio perché potrebbe restringere il campo tra lei e Conte”, dice un senatore della maggioranza. Il suo iperattivismo contrasta con le continue liti e discussioni che nel campo largo si susseguono sulla necessità o meno di fare le primarie e sui criteri con cui decidere chi debba guidare la coalizione. Questo è un punto che tutta la maggioranza vuole sottolineare, da una parte una leader autorevole e stabile, nel campo avverso ancora una sorta di nebulosa, che sembra unirsi davvero solo nel contrasto contro il governo.

Perché il ragionamento che sta facendo Palazzo Chigi è quello di mostrarsi sul pezzo sui temi che contano, come sicurezza, economia e migranti. In Armenia, infatti, Meloni ha subito voluto tracciare la rotta proprio sul tema immigrazione. Il suo è parso come un monito ad un’Europa che ancora stenta a trovare l’unità sull’azione da mettere in campo per contrastare il fenomeno. Forte del via libera da parte dell’avvocatura della Corte Ue sui centri migranti in Albania, Meloni ha deciso di provare a dare una scossa.

Perché in ballo c’è il tema della sicurezza, che mai forse come ora diventa uno dei temi prioritari della sua azione di governo. ma anche Meloni sa che senza intervento congiunto di tutta l’Europa, i suoi sforzi in patria rischiano di essere vani  “Sappiamo che flussi migratori incontrollati mettono sotto pressione la sicurezza dei cittadini. E, quando vengono sfruttati come minaccia ibrida, anche la stabilità degli Stati”, ha avvertito la premier ben sapendo che la questione migranti, tema cruciale per la sicurezza interna, deve essere affrontata a livello europeo. Emma allo stesso tempo ha voluto col suo monito fare presa anche sull’aspetto economico delle code affermando che  i flussi incontrollati “Indeboliscono la competitività, aumentando l’incertezza e le tensioni sociali. Sono anche legati all’energia, perché molti flussi provengono da regioni instabili che sono cruciali per i nostri approvvigionamenti energetici. In definitiva, tutto questo incide sulla qualità delle nostre democrazie”.

E il riferimento all’energia non è casuale considerando come il caro energia sia un’altra delle priorità del governo. E dopo il suo viaggio in Algeria a fine marzo e quello a sorpresa nel Golfo un mese fa, ora è la volta dell‘Azerbaijan, in quello sforzo che sta compiendo per aprire nuove vie per gli approvvigionamenti di gas e petrolio. E dopo un incontro con Donald Tusk, il leader polacco, con il quale i rapporti sono tornati ottimi, dopo qualche screzio iniziale, giovedì, venerdì la premier accoglierà Rubio, con la ferma intenzione di ricomporre gli screzi con Trump, ma senza perdere di vista quello che sono gli interessi della nazione e il rispetto dei ruoli.

Ma anche qui per lei diventa importante evidenziare come le posizioni dei due principali leader delle opposizioni che sembrano convergere, considerando che Conte ha incontrato Paolo Zampolli, considerato come l’uomo di Trump in Italia, e che proprio a seguito di ciò, la Schlein ebbe a dire che con lei al governo Trump non sarebbe stato un alleato. Una cosa assolutamente impensabile per lei e per la maggioranza. Ma non per questo vuole mostrare sudditanza verso gli americani, come spesso le viene addebitato dalle opposizioni. Ed è anche per questo che la premier ha lasciato la diplomazia americana, che aveva chiesto espressamente il bilaterale con Rubio, per qualche giorno a bagnomaria.

Perché il fatto che Rubio (le cui quotazioni tra i repubblicani e tra la amministrazione Trump stanno via via aumentando) abbia voluto espressamente incontrarla, dimostrano che il suo ruolo di raccordo tra Usa e Ue, almeno in una parte del fronte conservatore americano, viene ancora considerato importante e da ristabilire quanto prima. “Meloni non si è mai voluta considerare ponte ma ha solo portato avanti la politica della mediazione tra le due sponde dell’atlantico, almeno fino a quando le è stato possibile. Forse come spesso accade, questo suo atteggiamento è stato scambiato per sottomissione. Ma lei aveva un preciso mandato da tutta Europa. E non è lei ad averlo tradito, ma Trump. E non è un caso se dopo lo screzio con lei, Trump sia diventato ancora più aggressivo contro l’Europa”, dice una fonte diplomatica di Palazzo Chigi. Quello che pare evidente è che da qui alle elezioni, Giorgia Meloni sarà il più possibile al centro della scena (anche concedendosi di più ai giornalisti) non solo per evidenziare in prima persona il lavoro fatto, ma anche per evidenziare la mancanza di un vero e proprio competitor sull’altro fronte, almeno per ora.

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