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Palazzi & potere
Draghi non vuole diventare premier. E Conte non ce la farà a salire il Colle

Non so chi è che inventa le più importanti bufale politiche italiane, scrive Pierluigi Magnaschi su Italia Oggi. Ma so che, se sono appetibili, esse diventano subito virali e vengono rapidamente diffuse, commentate, analizzate, discusse come se fossero vere. Spesso vivono per un anno. Più a lungo del Covid, quindi. Altre volte, come il mostro di Loch Ness, scompaiono per qualche mese o anno, e dopo ricompaiono come se niente fosse, più «vive di pria» direbbe Petrolini.

Lo stupefacente è che di queste balle, tutti gli addetti ai lavori che le propalano o le commentano con supposto approccio scientifico, sanno perfettamente che sono balle. Se non lo sapessero (siano essi analisti politici o politici tout court) andrebbero accantonati per chiara incompetenza. Ma se lo sanno, essi sono colpevoli di voler imbrogliare l'opinione pubblica, narcotizzandola o aizzandola con delle notizie destituite di fondamento, da loro usate per secondi fini. Ad esempio come armi di distrazione di massa per abbindolare la gente e alimentare narrazioni che non stanno in piedi.

Le ultime due balle politiche stratosferiche, impunemente spacciate come buone e sulle quali sono stati scritti centinaia di articoli impettiti sui quotidiani che contano o interventi appassionati nei talk show più seguiti, sono innanzitutto il desiderio dell'ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi di diventare presidente del consiglio al posto dell'attuale premier Conte. E l'altra bufala è la motivata e concreta possibilità per il presidente del consiglio del governo giallo-verde (Conte, appunto) di diventare il prossimo presidente della repubblica al posto di Mattarella una volta che quest'ultimo sia arrivato, fra 18 mesi, a fine mandato.

Ora chi, per mestiere o esperienza, conosce i personaggi di punta della vita pubblica dovrebbe sapere che Draghi non può essere mai stato tentato di coprire il posto che, con tanto affanno e in modo assolutamente precario, sta coprendo Conte. La figura di quest'ultimo è spesso diventata patetica, un po' per colpa del Conte stesso, un po' per i dissidi permanenti fra i due partiti che lo sostengono ma soprattutto perché il premier in Italia (per sciagurata scelta costituzionale, mai corretta da nessuna successiva riforma) è stato concettualmente e strutturalmente concepito come re travicello, esposto agli spifferi e alle volte anche ai tornado di tutte le possibili contestazioni politico-parlamentari.

Per capire le intrinseche e strutturali fragilità di un presidente del consiglio italiano basti pensare che un premier non può liberarsi di un ministro con il quale fosse venuta meno la sua fiducia mentre un sindaco può espellere dalla sua giunta, immediatamente e a suo insindacabile giudizio, qualsiasi assessore che non sia più di suo gradimento. Due pesi e due misure tra l'altro incomprensibili perché chi avrebbe più bisogno di stabilità (il premier), dispone di meno poteri di chi ha minori problemi di sopravvivenza e di gestione (il sindaco).

Ora Draghi, per carisma, per curriculum professionale, per pedigree formativo, per risultati ottenuti è un uomo naturalmente istituzionale. Egli ha sinora espresso il meglio della sua straordinaria professionalità ai massimi livelli nella pubblica amministrazione italiana, nella Banca d'Italia, alla Banca centrale europea. Tutti posti, questi, che sono occupati da veri competenti. In essi non ci sono risse del tipo di quelle che vediamo ogni giorno dentro e fuori il parlamento italiano ma, anche quando ci sono delle contrapposizioni, esse si svolgono tra pari, che non usano le invettive o i guantoni ma mobilitano i loro argomenti e le loro relazioni.

In ogni caso essi, operando tra pari, usano lo stesso linguaggio e adottano le medesime procedure per raggiungere gli obiettivi che si sono prefissi e che ovviamente possono anche essere diversi. La loro attività inoltre si sviluppa in maniera ovattata, in ambienti riservati ed educati e non al Colosseo, sotto le sgangherate invettive o gli sguaiati incoraggiamenti delle opposte tifoserie.

Draghi poi è un vero leader. Uno cioè che, prima di impegnarsi, studia il terreno, conosce le forze in gioco, analizza gli strumenti di potere disponibili, valuta i concorrenti. Draghi inoltre sa perfettamente che se la sua oppositrice è una giovane contabile aggressiva di Saluzzo che non sapendo niente di niente, di fronte alle cifre o alle considerazioni incontrovertibili dell'ex presidente della Bce, gli strilla in faccia: «Ma questo lo dice lei!». E questo è già capitato con altri in un contesto da suburra. Ma è l'aggressiva contabile che ha la partita vinta in base alla legge di Grisham che non vale solo nel settore monetario e che dice che «la moneta cattiva scaccia la moneta buona».

Ecco perché Draghi sarebbe uno spreco come premier (basti vedere come è stato ridotto Vittorio Colao). Draghi, nel ruolo di premier, sarebbe uno scialo anche per se stesso, scialo di cui lui è perfettamente cosciente.

Per concludere, Draghi sarebbe utilissimo per il paese ma solo nel ruolo di presidente della repubblica che gli si attaglierebbe come un abito su misura di cui l'Italia avrebbe bisogno in un momento molto delicato nel quale, dopo troppe dissennatezze, deve cercare una nuova credibilità e affidabilità a livello economico internazionale.

E veniamo al caso di Conte come probabile presidente della repubblica. Anche quest'ipotesi è una bufala, meno assolutamente certa della precedente bufala di Draghi premier ma altamente probabile come balla. E ciò, non per l'esistenza di un branco di agguerriti concorrenti al Quirinale, che pure ci sono e sono già attivissimi, ma perché il prossimo presidente della repubblica (anche se tutti gli analisti fanno finta di non saperlo) sarà lo stesso Sergio Mattarella che infatti non ha mai detto che si ritirerà dal Colle alla fine del suo primo mandato. Non solo, Mattarella ha, dalla sua, non solo una buona salute e un'intelligenza politica di primo piano ma anche un largo credito parlamentare e sociale avendo egli saputo tenere con efficacia la barra del Paese in mano in una navigazione quirinalizia tutt'altro che facile. Da qui la sensazione comune è che, alla fine del suo primo mandato, non ci saranno per lui, antagonisti temibili o anche solo credibili.

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