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Palazzi & potere
IL CORONAVIRUS E COM’ERAVAMO, IL CROLLO DEL PETROLIO E LA COSTITUZIONE

Gli Scacchi e l’Intelligenza Artificiale

Nello Xiangqi l’antico gioco cinese, ancora oggi praticato in Cina, quando l'imperatore è minacciato di cattura da parte di un pezzo avversario si dice che è sotto scacco e, alla mossa seguente, il giocatore che lo controlla è obbligato a rimuovere la condizione di scacco spostando l'imperatore oppure muovendo un altro pezzo per catturare la pedina che dà scacco o per interporsi tra questa e l'imperatore. Quando ciò non è possibile è scacco matto e la partita termina con la sconfitta del giocatore il cui imperatore risulta indifendibile e la vittoria del suo avversario.

Lo Xiangqi è considerato da molti il gioco origine degli scacchi, ma è diverso in alcune regole ma soprattutto nella forma della scacchiera.

Nel 1996 il calcolatore Ibm Deep Blue batté per la prima volta il Campione del Mondo di scacchi in carica, Garry Kasparov. Da allora molti algoritmi si svilupparono seguendo la logica di istruirli su tutto lo scibile, di oltre 16 secoli di partite giocate dagli esseri umani e un algoritmo in particolare Stockfish8 si distinse per la capacità di vincere più degli altri.

Nel 2010, fondata da Shane Legg, Demis Hassabis e Mustafa Suleyman, nasce a Londra Deep Mind Technologies, i cui primi lavori si focalizzavano sul far sì che una AI imparasse a vincere nei videogiochi degli anni 70-80, come Pong, Breakout e Space Invaders. L’AI non conosceva le regole di questi giochi ma le imparava giocando moltissime partite e man mano scopriva i modi per vincere, tutto grazie al machine learning l’apprendimento automatico. La società si mise in evidenza quando l’AI vinse contro il campione del mondo di Go.

Così nel 2014 Google comprò la società Deep Mind e l’algoritmo AlphaGo e lo despecializzò rendendolo capace di giocare qualsiasi gioco. AlphaGo che fu rinominato AlphaZero e così riprogrammato conoscendo solo le poche semplici regole degli scacchi ma non la saggezza accumulata nei millenni, giocò senza pregiudizi 44 milioni di partite contro se stesso in 9 ore, circa 1400 al secondo, e poi nel 2018 sfidò Stochfish 8.

Lo scontro cambiò il modo di vedere gli scacchi, non avendo pregiudizi AlphaZero usò i pezzi degli scacchi in maniera innovativa, il Re non era solo da difendere ma entro nella tattica del gioco e maestri e gran maestri ed anche io che frequentai il gioco da ragazzo, feci uauh davanti a mosse inaspettate e fino ad allora impensate.

Un algoritmo di intelligenza artificiale progettato da un'altra AI senza pregiudizi fece scoprire a noi umani che il gioco degli scacchi era ancora tutto da scoprire, non era soltanto lo scontro di meccaniche elaborazioni di scenari e di probabilità.

Il Coronavirus e com’eravamo

Il Mondo che conosciamo dopo la caduta del muro di Berlino (saluto Giulietto Chiesa oggi deceduto di cui ho letto il suo ultimo libro “Chi ha costruito il Muro di Berlino” nel trentennale della caduta), nel suo apparente caos aveva regole semplici, si produce dove costa meno, così si riducono i diritti dei lavoratori dove costano di più, il tutto con regole finanziarie di margini crescenti e un costo dell’energia governato da pochi paesi che stabilivano i margini di profitto.

Alla gente e ai giovani si diceva che questo è l’unico mondo possibile e si lasciavano protestare per l’ambiente e per la scuola, dopotutto da qualche parte devono pur sfogare. La forza lavoro doveva essere sempre più produttiva, competitiva e creativa.

Le parole società e capitalismo erano diventate un sinonimo. Il “sovranismo” era solo un altro modo per il capitalismo di avere una opposizione certa e governabile, facile da mettere nell’angolo perché non ne metteva in discussione le semplici regole prima elencate.

Ad un certo punto qualcosa che alcuni avevano paventato, ma che la velocità della finanza algoritmica non aveva avuto tempo di valutare, qualcosa di più globale della globalizzazione, ci ha fatto scoprire che tutti viviamo e moriamo allo stesso modo, di coronavirus. Le minacce globali di terrorismo, immigrazione, cyberwar, debito pubblico, sono sparite andate nello sfondo dei nostri media e dei nostri social.

Dalla Cina abbiamo imparato un nuovo termine inglese “lockdown” che significa “confinamento”, abbiamo imparato quindi che esistono nuovi confini, quando su un autobus il confine era la pelle perché eravamo uno addosso agli altri, ora il confine è il nostro appartamento.

Il mondo che conosciamo è cancellato, la supply chain mondiale è morta, più di quando il sovranismo avrebbe voluto e non riprenderà subito, nessuno vorrà più rischiare di rimanere senza rifornimenti, i consumi si sono abbattuti e non potranno riprendere allo stesso livello almeno finché non saremo tutti vaccinati.

Se il PIL come prevede il Fondo Monetario Internazionale cadrà del 9,1% nel 2020, ci saranno almeno un milione di disoccupati in più e nessuna Cassa Integrazione o welfare state potrà reggere a quest’urto.

Senza considerare il crollo del prezzo del petrolio, anzi il prezzo negativo che mette in crisi gli utili delle aziende del settore e le banche che le hanno sostenute. L’Eni ha tagliato i profitti del primo trimestre del 94%, perché non si consuma energia.

Il crollo del prezzo del petrolio e la Costituzione

Il 20 Aprile tutte le principali banche del Texas, esposte verso il settore estrattivo, hanno subito pesanti cali: la Texas Capital Bank di Dallas ha perso il 60%, Comerica il 58%, Prosperity Bank di Houston il 28%. Il Brent che a Maggio 2019 stava a 71 dollari al barile oggi quota 20 e solo due mesi fa 60. La verità che di petrolio ogni giorno se ne comprano e se ne vendono una 80ina di milioni di barili, mentre nel mondo finanziario se ne scambiano circa un miliardo, più di dieci volte quelli reali. Lo scambio è di contratti e si gioca sulla variazione istantanea del prezzo per provarci a guadagnare. Ora che le riserve strategiche sono stracolme, a causa del fermo dell’economia per il lockdown e non si sa dove mettere il petrolio, i produttori pagano i distributori affinché lo ritirino. Nell’ultimo rapporto sull’ambiente si scriveva che era impossibile ridurre le emissioni del 7,6% entro il 2030, oggi possiamo vedere che il mondo è andato ben oltre in meno di due mesi.

In questo mondo, in cui alcune bugie sono state scoperte e sono sotto gli occhi di tutti, quali sono le scelte che un Paese deve fare?

Tutti dicono che dobbiamo far ripartire l’economia, ma dobbiamo far ripartire il lavoro o il consumo? La domanda non è peregrina perché non sono la stessa cosa.

Il PIL di 1700 miliardi dell’Italia è formato da oltre 1300 miliardi di servizi e poco meno di 400 dalla produzione. Nel 1990 anno in cui la deindustrializzazione del paese ha accelerato, la produzione era uguale ed i servizi erano poco meno di 1000.

Bisogna chiedersi quante persone nei prossimi 10 mesi andranno a prenotare un pacchetto di vacanze nelle agenzie turistiche? Quanti invece andranno in vacanza prenotando un pacchetto via internet?

Quante persone andranno al ristorante nei prossimi 6 mesi? Sicuramente la metà degli stessi del 2019 semplicemente per motivi di distanziamento sociale, forse saranno addirittura di meno per i timori del contagio. Probabilmente l’incertezza porterà gli italiani, che avranno una retribuzione, ad aumentare la propensione al risparmio e questa preoccupazione è così forte che un AD della distribuzione delle automobili ingenuamente afferma: “Noi possiamo aprire, ma c’è bisogno che il cliente torni ad acquistare”.

Viene chiesto allo Stato di usare i soldi di tutti (le tasse) per incentivare il consumo e l’uso del risparmio privato verso attività che non è detto che facciamo aumentare il PIL e restituire il debito che stiamo contraendo.

Per memoria secondo l’ISTAT dopo il miracolo dei primi anni Sessanta il quadro dell’economia italiana si mantiene espansivo: fra il 1970 e il 1979 il Pil cresce intorno al 40%. Nel decennio che segue la crescita rallenta ma sfiora comunque il 25%. La frenata è più decisa negli anni Novanta: l’aumento del Pil non va oltre il 13%, ma è negli anni Duemila che subisce una seria battuta d’arresto, fra il 2000 e il 2009 è dieci volte più basso rispetto al decennio precedente, appena l’1,2%. E in questo decennio non molto è cambiato.

Sempre secondo l’ISTAT nel 1970 ogni italiano produceva in un anno 655 euro (valore delle lire 1970 ricondotto in euro) e ne consumava 483. Gli anni Ottanta sono ricordati per un’inflazione a due cifre: nel 1989 il Pil pro capite a prezzi correnti raggiunge 11.188 euro, i consumi finali per abitante 8.693 euro. In termini reali l’aumento nel periodo 1980-89 è del 23,8% per il Pil per abitante, del 26,6% per i consumi finali. Nel 1999 il Pil pro capite sale a 19.803 euro, i consumi per abitante a 15.462 euro, con un aumento reale negli anni 1990-1999 pari a 12,5 e 10,8%. Nel 2009 il Pil si attesta a 25.237 e i consumi a 20.565 (valori pro capite) e, per la prima volta, il primo si contrae del 4,2% rispetto all’inizio del decennio, tornando ai livelli precedenti al 1999, mentre i consumi per abitante fanno registrare una crescita molto contenuta in termini reali, +0,7%.

Non è necessario tornare ad essere superconsumatori, non sono necessari stimoli alla domanda o almeno vanno affiancati da stimoli alla produzione di beni, perché abbiamo visto che una società di servizi non ha aiutato e non aiuta il Paese e le famiglie ad uscire dalla stagnazione dell’economia.

Bisogna incentivare gli italiani a investire su se stessi per produrre beni che aumentino la nostra capacità di restituire il debito che abbiamo contratto e che stiamo contraendo per non far morire il sistema economico, bisogna investire sui giovani che affinché tornino a credere che vale la pena aprire una propria impresa in Italia, bisogna investire sul sistema formativo scuola ed università che a causa di una femminilizzazione dei ruoli è stato considerato il territorio dove fare devastazioni.

Investire significa togliere iniziare a cancellare tutte le norme burocratiche che assillano le imprese e piuttosto aumentare di 10 volte i controlli per capire se non evadano, significa uno Stato che fa seed money per qualunque giovane voglia costruire un’impresa, investire significa rendere le scuole belle e attrezzate, pagare bene gli insegnati. Dei 150 miliardi se ne destinino 50 a tutto questo e non solo fare in modo che si riprenda a comprare l’ennesimo cellulare di grido a prezzo scontato.

Abbiamo visto che gli scacchi, un gioco a regole fisse da 1600 anni è possibile reinventarlo se si prova ad uscire dagli schemi che da sempre si sono creduti i migliori, dobbiamo comprendere questo, uscire dagli schemi e la Costituzione ce lo consente.

La piena applicazione della Costituzione ci consente di impedire che si vada in senso diverso da quello necessario, si ritorni ad un attivismo civico anche quando usciremo dalle nostre quattromura e facciamo valere la nostra determinazione, cogliamo quest’occasione per uscire dalla società del debito e indirizzarsi verso quella della produzione riequilibrando il nostro PIL e ricostruendo il nostro futuro.

*Direttore Generale Link Campus University

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