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Palazzi & potere
Recovery Fund e digitalizzazione, come procedere?
(fonte Lapresse)

Quella che è oramai la più grande crisi socio-economica dal secondo dopoguerra ha fatto emergere, oltre ai punti di forza, i limiti e i ritardi strutturali del "sistema Italia"; fra questi un'arretratezza generalizzata in termini di digitalizzazioni e modelli produttivi.

Per poter uscire dall'impasse e tornare a crescere, una volta superata l'emergenza sanitaria, dovremo fare quello che negli ultimi anni non abbiamo fatto: investire e innovare. Snellendo anche, parallelamente, una macchina burocratica che ci ha impantanati per troppo tempo.

Non si pensi, però, che digitalizzazione significhi solo e-commerce, social e smart-working. Senza nulla togliere i temi su cui lavorare sono ben più complessi e di portata decisamente più ampia; alcuni, anche, inscindibilmente legati ad implicazioni geo-politiche capaci di influenzare in modo importante gli equilibri degli anni a venire.

Venendo ai numeri, e stando alle schede tecniche trasmesse dal Ministro dell'Economia alle commissioni competenti del Parlamento, per il cluster "Digitalizzazione, innovazione e cultura" sono dedicate risorse pari a 45,5 mld. Il contesto d'azione è unico, probabilmente davvero non più ripetibile. I fondi legati al Piano, se ben indirizzati e gestiti, possono permettere una trasformazione positiva che ha pochi eguali nella storia del Paese. Giusto per avere un ordine di grandezza, secondo uno studio di Deloitte per Vodafone se l'Italia riuscisse ad agire positivamente sull'indice DESI (Digital economy and society index) arrivando a far segnare un punteggio pari a 90 nei prossimi 6 anni questo si tradurrebbe in un +12% del PIL. E se tutti i paesi UE facessero lo stesso la crescita per l'UE sarebbe, in 6 anni, del 7,2%. Un trillione di euro.

La sfida non più rimandabile è quella di non limitarsi a mere elargizioni o ad una gestione dettata da interessi politici, non possiamo più permettercelo; così come non possiamo permetterci di disperdere fondi ed energie in progetti lacunosi e inconcludenti. Compito del Governo dovrà quindi essere quello di guidare, con lungimiranza e pragmatismo, un processo di transizione verso un Italia più digitale e competitiva.

Ma su cosa agire? Le direttrici principali, secondo chi scrive, e basandosi su trend futuri e attuali punti deboli, sono tre: competenze digitali, 5G e digitalizzazione della PA.

Competenze digitali: la formazione del capitale umano è una delle voci che ci penalizzano di più, sempre in riferimento al già citato DESI relativamente alle competenze digitali il nostro Paese occupa l'ultimo posto della graduatoria. E la mancanza di digital skills ha ovvi legami sia col livello di competitività delle imprese, in particolare per quanto riguarda le PMI, sia con il tasso di disoccupazione. E' curioso come la crescita degli investimenti in ambito ICT, anche in ottica Industria 4.0, non abbia però comportato anche una parallela e uguale crescita in termini di formazione delle risorse. Il pensiero di fondo, errato, è stato forse quello che vedeva la digitalizzazione e l'implementazione di soluzioni 4.0 come una mera questione tecnologica, slegata dalle risorse umane e dall'evoluzione, evidentemente non così scontata, che i profili lavorativi hanno poi subito. Focalizzandosi sulle tecnologie 4.0 queste, anche e soprattutto grazie agli incentivi previsti dai piani nazionali che si sono susseguiti negli ultimi anni (Industria 4.0, Impresa 4.0 e Transizione 4.0), hanno conosciuto una crescita importante e la loro presenza è man mano aumentata nelle imprese italiane. Idea di azione possibile, vista l'indubbia efficacia degli sgravi sul tema, potrebbe essere quella di spostare in modo importante l'attenzione sulla formazione delle risorse, aumentando ancor di più gli sgravi previsti sotto forma di credito d'imposta e ampliandone il campo d'azione anche al costo sostenuto per il compenso dei "docenti". Va da sé che è altresì necessario agire anche sul mondo dell'istruzione, introducendo corsi, sin dalla scuola primaria, utili alla creazione e all'affinamento delle digital skills e potenziando le risorse a disposizione degli ITS. In generale, poi, fondamentale è un percorso di alternanza scuola lavoro, con opportune tutele e vincoli affinché abbia un'effettiva funzione formativa nell'ambito.

5G: 20mld. Secondo vari studi tanti saranno, nel mondo, gli oggetti connessi ad Internet entro il 2022. Anche nel nostre Paese il numero di device (non solo pc e smartphone ma anche robot industriali, auto, elettrodomestici, sistemi per l'agricoltura...) sta crescendo e aumenterà ancora in modo importante. Parallelamente aumenteranno il numero di connessioni alla Rete e il traffico dati da queste generato; e qui entra in gioco il 5G. Che non è, come molti pensano, una nuova tecnologia bensì un nuovo standard di trasmissione dati capace di garantire velocità molto più elevate rispetto agli standard precedenti, tempi di latenza ridotti nonché una copertura di rete maggiore. La "tecnologia" di fondo è sempre la medesima utilizzata dai "vecchi" 2G, 3G e 4G, ossia l'utilizzo delle onde elettromagnetiche che viene però ottimizzata. Stando agli studi commissionati da Qualcomm ad Accenture l'utilizzo della connettività 5G influisce positivamente sulla produttività delle industrie, sulla riduzione dei consumi e dei costi in agricoltura e sulla bolletta delle famiglie europee, senza contare poi i mln di posti di lavoro che creerebbe e sui andrebbe ad apportare cambiamenti sostanziali. Per quanto riguarda la preparazione all'utilizzo del 5G, va detto, il nostro Paese si è mosso abbastanza bene, l'obiettivo, ora, deve essere quello di spingere sull'acceleratore, valutando bene anche le implicazioni geo-politiche, ma questo è un altro argomento. Nel concreto si dovrebbe agire sullo sviluppo della rete, promuovendo gli investimenti in banda larga nelle aree poco servite, varare misure a sostegno della ricerca in ambito IoT e semiconduttori, incentivare la collaborazione fra il mondo accademico e i distretti industriali e creare una rete di partner per quanto riguarda l'approvvigionamento di soluzioni tecnologiche e materiali utili all'implementazione delle rete 5G e delle applicazioni IoT, quest'ultimo punto di importanza fondamentale, anche visti i risvolti in ambito sicurezza e sanità.

Digitalizzazione PA: Nel 2019 il Consiglio Europeo evidenziava la necessità di "migliorare l'efficienza della pubblica amministrazione, in particolare investendo nelle competenze dei dipendenti pubblici, accelerando la digitalizzazione e aumentando l'efficienza e la qualità dei servizi pubblici locali". Ad oggi qualcosa è cambiato, ad esempio il progetto IO ha avuto una crescita innegabile, anche grazie ad alcune iniziative utili al contrasto dell'evasione fiscale, e che ci si è indirizzati verso la digitalizzazione dei processi di procurement (caso rappresentativo l'adozione degli ordini elettronici scambiati tramite NSO per gli enti sanitari). Ma non basta e il ruolo fondamentale della digitalizzazione è emerso anche a causa della pandemia, davanti alla quale la PA si è trovata disarmata e impossibilitata a mantenere i propri livelli di servizio. Il tema è ampio, si potrebbe parlare, fra i tanti tempi, dell'adozione di piattaforme centralizzate, di ambienti cloud, di sicurezza o di identità digitale. Ma una delle varie sfaccettature del futuro digitale della PA è la situazione degli enti locali; per fotografarla è utile citare alcuni dati emersi negli studi dell'Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano e sintetizzati nel report "Accelerare la trasformazione digitale degli enti locali":

-il 77% di tutti i comuni italiani, e il 31% dei comuni con più di 10mila abitanti, non dispone di alcuna figura all'interno del personale la cui attività prevalente è in ambito digitale

-il 60% dei comuni dichiara che i dipendenti, nel triennio 2017-2019, non hanno partecipato ad attività di formazione sul digitale

-relativamente al Piano Cloud della PA, strategia cloud messa a punto da AgID, i comuni sfruttanti il Piano sono il 14% del totale, 1 comune su 4 fra quelli sopra i 10mila abitanti

-il 42% dei comuni non eroga servizi digitali

E' quindi palese come anche a fronte di strategie ed iniziative centrali ne manchi poi, in gran parte, l'adozione a livello di enti locali, la prima interfaccia fra cittadino e PA. Dovrebbero quindi essere i comuni, a partire da quelli più piccoli, ad essere al centro della strategia di digitalizzazione, parte dei fondi legati al Recovery Fund dovrebbero quindi essere utilizzati per la promozione di corsi di formazione del personale e per l'implementazione di servizi digitali, spesso assenti o limitati, offerti dagli enti locali. Volendo sintetizzare bisognerebbe pensare ad una vera e propria strategia di "sussidiarietà digitale".

 

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