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Politica
Pd crisi, la lectio magistralis di Bruno Trentin

Senza equivoci: un plauso a Nicola Zingaretti per aver, con il suo "mi vergogno" accompagnato dal perentorio "non sparisco", messo a nudo il falso unanimismo, dal sapore acre di gesuitismo, del suo PD. L'evidente crisi d'identità del Pd, ridotto ormai a veicolo per le poltrone, si trascina dalle origini: "Meglio una Federazione che un indefinito, immaginario Pd", disse nel 2006, Bruno Trentin, manifestando la sua contrarietà al progetto di 'fusione a freddo' tra Ds e Margherita.

"E' un tragitto che ha bisogno di anni di esperienze comuni, al basso come in alto, per poter diventare - ammonì - un fattore di contaminazione tra le culture diverse".Coerente con la sua storia, Trentin puntava al socialismo, "vorrei morire socialista", da costruire: è un percorso, una ininterrotta ricerca sulla liberazione della persona umana e sulla sua capacità di autodeterminazione.

Non ipotizzava il superamento del capitalismo tout court, ma il superamento dei suoi "fallimenti" e dell’economia di mercato a marcare la sua contrarietà alle teorie sulla crisi catastrofica del capitalismo ed il processo "riformatore", non riformista, che caratterizza la costruzione di una nuova società che faccia "della persona umana, non solo delle classi, il perno di una convivenza civile".

La lectio magistralis di Trentin non fu ascoltata e probabilmente per l'assordante campagna agostana dei maitre a penser Giddens, Lloyd, Touraine, ai quali si unì Valter Veltroni, leader un anno dopo del Pd 'a vocazione maggioritaria'.Dall'altro versante, le diverse anime della sinistra radicale: Prc, Sd, Pdci e Fdv non riuscirono ad unirsi e ripiegarono sulla Sinistra Arcobaleno.

Così i due raggruppamenti - Pd e Sa - si presentarono, avendo estirpato il socialismo, alle elezioni politiche di aprile 2008, dopo che a febbraio il Governo di centro-sinistra di Romano Prodi, declassato da Fausto Bertinotti a "poeta morente", cadde sotto il fuoco amico: il Pd non sfondò e Sa non arrivò al quorum (4%) e restò senza parlamentari.Amare ma oneste le dimissioni di Zingaretti, il cui appoggio al Conte-2, è stato sincero, leale, anche se, come è fisiologico nella dialettica tra forze diverse, a volte contrastato e sofferto.

Indubitabile poi l'adesione piena a costruire, dall'inedito fatto politico: l'asse Pd-M5S-LeU, dopo la defezione di Iv, un fronte progressista, quale possibile alternativa al centro-destra.Non a caso nel mirino di Matteo Renzi, il Demolition Man, sono finiti uno dopo l'altro: prima il Governo Conte-2, poi il Premier Conte, quindi Zingaretti 'sfiduciato', senza profferir parola, dai tanti Bruto del Nazareno, passando per lo smottamento dei 5S, in parte di LeU e infine del Pd versione Zingaretti.

E se l'arrivo di Mario Draghi, il salvatore, prima smentito poi saltato fuori da un magico cilindro, fosse stato progettato? Vista la totale libertà di manovra di Demolition Man, mai censurato neanche dopo il viaggio, in piena crisi politica e sanitaria, a Riad dal sanguinario principe saudita MbS?

Di certo l'arrivo, tanto annunciato quanto auspicato dal tam tam dei media e dei loro editori, non è stato un incidente di percorso forse neanche dettato dall'emergenza sanitaria-economica: prima si sono create le premesse sociali: l'ondata di ricorrenti proteste lobbistiche, poi quelle tipicamente politiche: la destabilizzazione permanente della coalizione.

Certamente una pessima pagina per la Politica che non è fallita nè finita per esser naturalmente parte integrante della vita delle persone: il fallimento è di politici spregiudicati e genuflessi al Potere che garantisce ma 'a tempo' carriera, prebende e privilegi.

Per questo che l'atto di coraggio di Zingaretti di mettere di fronte alle loro responbalità i maramaldi, i Bruto del Nazareno, ha un particolare valore: nobilita la Politica oggi sofferente dandole al tempo stesso linfa vitale per arrivare nonostante tutto a costruire quel fronte progressista dai connotati socialisti.

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