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Renzi impari da Berlinguer e Mitterand

Renzi, il passato, le polemiche, le prospettive della sinistra. Sì al rinnovamento. No a recidere i legami con tradizioni e passioni della storia sinistra. L’esempio di Mitterrand

Di Pietro Mancini

Il congresso di Épinay del 1971 rappresentò il momento storico, nel quale il socialismo francese, frantumato e diviso in mille rivoli, dopo il crollo della vecchia SFIO, a causa della guerra d’Algeria, ritrovò la strada per ricostruire una sua propria presenza politica autonoma, autorevole, di massa. E per allargare la sua base elettorale, rinnovando la classe dirigente, senza “rottamare” la propria natura di forza storica della sinistra francese.

Il protagonista della assemblea di 43 anni fa fu Francois Mitterrand che, sulla spinta di quel congresso, riuscì a fare del PS il primo partito della sinistra e a formare quel “rassemblement” con i comunisti e i radicali, che consentì all’abile leader socialista di conquistare l’Eliseo nel 1981 e nel 1988.

I socialisti francesi rinnovarono il partito, senza archiviare quella preziosa eredità  di valori, di passioni, di storia, di tradizioni, a cui neppure l’attuale, ambizioso leader del PD dovrebbe rinunciare.
Anche alla sinistra italiana servirebbe  un congresso di svolta, dal momento che l’oggetto del contendere, tra Matteo Renzi e i suoi oppositori, non è solo l’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, che è una legge-simbolo, approvata 44 anni fa dal governo di centrosinistra, per iniziativa di Pietro Nenni e del ministro Giacomo Brodolini (PSI).

Il giovane premier non deve lasciarsi logorare da polemiche interne, che la maggioranza degli italiani non comprende o boccia come inconcludenti. E, solennemente, davanti al congresso e al Paese, deve lanciare il nuovo partito del riformismo italiano, in collegamento con le formazioni socialdemocratiche europee.
Una sinistra moderna non può limitarsi a dire, al governo e alle riforme, soltanto dei no, preoccupandosi di tutelare, come hanno fatto i sindacati, i settori del mondo del lavoro già garantiti e trascurando le esigenze dei disoccupati, in primis quelli del Mezzogiorno.
Ispirandosi a Berlinguer, sulla “questione morale”, ma anche a Mitterrand, Renzi  si impegni a trasformare il PD in una “forza tranquilla”, non litigiosa con i sindacati e con i lavoratori, non attratta dal fascino delle “belle sconfitte”, come le tante subite, in passato, dai progressisti.

E Renzi ascolti un ex comunista, come Sergio Chiamparino, governatore del Piemonte, non interessato alle polemiche sull’articolo 18, che, di recente, ha detto,  al “Corriere della Sera” : “Il vero problema sono i poteri invecchiati, anchilosati. Un leader deve aprirsi un varco nella palude, con una rivoluzione culturale”.