Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Roma » Dalla trattoria al bistrot: la politica italiana ormai si decide fra tartare, spaghettini e costate al sangue. E’ la Repubblica delle forchette

Dalla trattoria al bistrot: la politica italiana ormai si decide fra tartare, spaghettini e costate al sangue. E’ la Repubblica delle forchette

La politica italiana ha trasferito molti dei suoi rituali dai palazzi istituzionali ai ristoranti. Tra bistrot, enoteche e bisteccherie si intrecciano relazioni, strategie e affari, in una trasformazione che racconta un nuovo modo di esercitare il potere. Sempre più lontano dalle piazze e sempre più vicino ai tavoli apparecchiati.

Dalla trattoria al bistrot: la politica italiana ormai si decide fra tartare, spaghettini e costate al sangue. E’ la Repubblica delle forchette

Un tempo bastavano le sezioni di partito e i corridoi di Montecitorio. Oggi il vero potere sembra passare tra tavoli apparecchiati, bistecche ben frollate e menu degustazione. La geografia della politica italiana si è spostata… all’ora di pranzo e cena. Non abita più soltanto nei palazzi istituzionali, ma anche nei locali dove il conto è salato quanto le discussioni. Le vecchie sedi di partito, con il loro tipico odore di ciclostile e di caffè bruciato, hanno lasciato spazio ai bistrot con luci soffuse, arredamento à la page e musichina jazz di sottofondo, alle enoteche di tendenza e alle bisteccherie dove, tra una costata e un calice di rosso, si costruiscono alleanze, si consumano rotture e, qualche volta, finiscono perfino nelle carte di un’inchiesta giudiziaria.

La storia d’Italia scritta tra una portata e l’altra

La politica, del resto, ha sempre avuto un debole per la tavola. Molto prima delle videoconferenze e delle chat criptate, i destini di governi, coalizioni e partiti si decidevano davanti a un piatto fumante e a una bottiglia di vino. Pranzi riservati, cene “informali”, colazioni di lavoro: la storia della Repubblica è disseminata di incontri gastronomici diventati snodi politici. Attorno a una tavola sono nate alleanze, si sono ricuciti strappi apparentemente insanabili, si sono concordate candidature e persino consumati clamorosi tradimenti. In fondo il rito è sempre lo stesso: il menù serve a rompere il ghiaccio, il caffè accompagna le decisioni più delicate e il conto arriva quando gli accordi sono già stati firmati. Cambiano protagonisti e ristoranti ma il copione resta sorprendentemente immutato: in politica, spesso, il vero “piatto forte” non è quello che arriva dalla cucina, ma quello che viene servito tra una portata e l’altra.

Dal bar dello sport al ristorante gourmet

La trasformazione racconta molto dell’Italia contemporanea. Se una volta il consenso si conquistava nelle piazze, oggi sembra più facile trovarlo davanti a un tavolo apparecchiato. Il pranzo di lavoro è diventato il nuovo congresso, la cena riservata sostituisce il vertice ufficiale e il tavolo d’angolo vale più di una sala stampa. Non è solo una questione gastronomica: è una mutazione del linguaggio del potere. Così il ristorante diventa un’estensione dell’ufficio politico. C’è chi stringe accordi davanti a una Fiorentina, chi brinda con champagne alle future candidature e chi, più prudentemente, sceglie un tavolino appartato sperando che nessuno riconosca i commensali. Peccato che nell’epoca degli smartphone il segreto duri meno di un antipasto.

Dove trovare a Roma i nostri politici con le gambe sotto al tavolo

A Roma esiste una geografia parallela del potere, che non compare sulle cartine istituzionali ma è nota a cronisti parlamentari e fotografi. Il primo indirizzo è senza dubbio Da Gino al Parlamento, a due passi da Montecitorio. Da decenni è il rifugio preferito di deputati, senatori, ministri e giornalisti: qui il menu del giorno convive con quello, assai più indigesto, delle trattative politiche. La carbonara resta bipartisan, le maggioranze un po’ meno.

Non molto distante c’è Fortunato al Pantheon, altro storico punto di ritrovo della politica romana, dove i tavoli hanno spesso ospitato incontri riservati tra leader, ministri e imprenditori. Più che un ristorante, una sorta di dependance informale delle istituzioni.

Spostandosi a Trastevere, invece, la tradizione conduce all’Antica Pesa, locale frequentato negli anni da esponenti politici italiani e internazionali, oltre che da attori, diplomatici e personaggi dello spettacolo. Qui la diplomazia si accompagna spesso all’amatriciana, con risultati generalmente migliori di quelli ottenuti nei talk show.

Il punto, in fondo, è sempre lo stesso. A Roma il ristorante non è soltanto un luogo dove si mangia: è un’estensione dell’aula parlamentare. Cambiano i piatti, non le strategie. Un tempo bastava prenotare una sala riunioni; oggi è sufficiente trovare un tavolo appartato, ordinare una bottiglia importante e sperare che nessuno, tra un antipasto e il dessert, immortali la tavolata con uno smartphone. Perché nel Palazzo del XXI secolo il vero fuori programma non è il caffè: è il paparazzo.

La potenza del convivio

Il rischio, però, è che la politica finisca per sembrare un gigantesco club gastronomico dove conta più la lista dei vini che quella degli elettori. Il dibattito pubblico si restringe, mentre cresce quello privato, consumato tra portate ricercate e dessert creativi. Il Parlamento discute, ma spesso la sensazione è che le decisioni più delicate vengano “impiattate” altrove.

E forse è proprio questa l’immagine più fedele dell’Italia di oggi: un Paese dove il potere continua a sedersi a tavola, cambiando soltanto il menu. Dalle osterie popolari ai bistrot di design, dai circoli politici alle steakhouse di lusso, il copione resta identico. Cambiano le sedie, aumentano i prezzi e si affinano i vini. La fame di potere, invece, continua a essere servita sempre alla stessa temperatura… e i commensali sono sempre in aumento.