L’età pensionabile continua ad allontanarsi mentre l’intelligenza artificiale accelera la trasformazione delle professioni. Il vero rischio è trovarsi a sessant’anni troppo giovani per la pensione e già troppo “vecchi” per il mercato. Formazione e riqualificazione diventano così parte della politica previdenziale.
Nel 2026 per la pensione di vecchiaia servono 67 anni e almeno 20 anni di contributi. Dal 2027 il requisito salirà a 67 anni e un mese e nel 2028 a 67 anni e tre mesi. Ma il problema potrebbe manifestarsi molto prima dell’ultimo giorno di lavoro: che cosa succede se a 60 o 62 anni le competenze di un lavoratore non sono più richieste?
È qui che pensioni e intelligenza artificiale finiscono per incontrarsi. L’IA non modifica direttamente l’età pensionabile, ma può decidere quanto sarà semplice, o difficile, arrivarci continuando a lavorare e a versare contributi.
Troppo giovani per l’Inps, troppo anziani per il mercato
Scenari in divenire attraverso automazione, software intelligenti e sistemi generativi stanno modificando attività amministrative, professionali e tecniche. Per chi ha alle spalle trent’anni di carriera il rischio non è necessariamente essere sostituito da una macchina, ma essere sostituito da un lavoratore che sa usare quella macchina meglio di lui.
Il tema è entrato ormai anche nel dibattito politico. Il 24 settembre la ministra del Lavoro Marina Calderone ha ricordato che «un’intelligenza artificiale ben governata crea valore quando libera tempo e intelligenza per ciò che è più umano», sottolineando come il costo della trasformazione debba essere condiviso tra Stato, imprese e parti sociali.
Da un’altra prospettiva politica, Susanna Camusso, senatrice Pd ed ex leader della Cgil, commentando a luglio il Rapporto annuale dell’Inps ha criticato una lettura della previdenza che non tenga sufficientemente conto delle trasformazioni prodotte dall’innovazione tecnologica e dall’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro.
Posizioni diverse, ma un punto di contatto evidente: non si può più parlare di pensione senza parlare del lavoro che la precede.
L’intelligenza artificiale può anche allungare la vita professionale
La risposta, infatti, non può essere soltanto anticipare l’uscita. Per un sessantenne l’IA può diventare uno strumento per continuare a essere competitivo: automatizzare le mansioni ripetitive, ridurre i tempi, utilizzare l’esperienza dove servono valutazione, controllo e capacità decisionale.
Non occorre trasformare un impiegato di 60 anni in un programmatore. Bisogna però permettergli di utilizzare l’IA nel mestiere che già conosce. Perché essere espulsi dal mercato alcuni anni prima della pensione significa perdere reddito, contributi e spesso anche potere contrattuale. Ed è qui che formazione continua e previdenza diventano due facce della stessa politica.
Se lo Stato chiede alle persone di lavorare più a lungo, deve contribuire a fare in modo che possano restare occupabili più a lungo. La vera domanda dei prossimi anni, dunque, potrebbe non essere soltanto a quale età andremo in pensione, ma se, arrivati a sessant’anni, avremo ancora un lavoro dal quale andare in pensione.


