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Roma
Roma Capitale, Raggi non far sapere che se accade a Roma, accade nel mondo
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di Andrea Catarci *

La squadra di calcio che indossa una maglia speciale con la patch “Roma Capitale 1871-2021”, un francobollo dedicato di Poste Italiane, una lectio magistralis in Campidoglio, qualche altra iniziativa. Così, in due giorni e scarsa attenzione dei media, si sono consumati i festeggiamenti per la proclamazione a Capitale del Regno d’Italia.

Come già avvenuto il 20 settembre e il 2 ottobre scorsi per l’anniversario della breccia di Porta Pia e del plebiscito, la giunta Raggi ha voluto celebrazioni in tono minore, senza costruire né un programma né una narrazione intorno agli importanti eventi. La sottovalutazione della storia e della dimensione internazionale è una costante. Basti ricordare il modo con cui si è rinunciato alla candidatura per le Olimpiadi, dribblando tutte le questioni di merito, semplicemente dichiarando la paura di non riuscire a tenere a freno la voracità della speculazione. O si pensi al fatto che quest’anno il Nobel per la Pace è stato assegnato a un’organizzazione con sede vicino al quartiere Magliana, il World Food Programme delle Nazioni Unite, senza che nessuno abbia avvertito l’esigenza di farlo sapere e di usarlo come strategia per rafforzare l’immagine della città. Nel 2025 c’è il giubileo, che si ripete periodicamente dal XIV secolo: tra pochi mesi la Sindaca Raggi non ci sarà più, altrimenti riuscirebbe nell’impresa di vanificare anche quello! Nulla di particolarmente grave, si potrebbe obiettare, un’austerità che tiene a freno orgoglio e identità, per certi versi persino apprezzabile. E invece no. Non è solo questione di apparenza, sovrastrutturale.

Ignorare la “straordinarietà” incide in negativo su economia e occupazionale, sulla capacità di attrarre imprese e persone e di generare quel valore da cui dipendono varie cose, tra cui qualità del lavoro e opportunità aggiuntive. Anche i governi nazionali con il loro disinteresse hanno contribuito al conto salato. Lo hanno messo bene in evidenza alcuni studi della RUR – Rete Urbana delle Rappresentanze. Dal 2008 al 2019 il valore aggiunto è cresciuto molto meno che in altre città, con Milano a +17%, Bologna a +23% e Roma solo a +6%. Rispetto a Milano, poi, si è passati da +3 nel 2008 a -11 nel 2019, per una perdita in termini relativi di 14 miliardi del Pil italiano. Pil e ricchezza complessiva non spiegano le crisi sociali e non danno conto delle disuguaglianze, lo sappiamo bene. Però è altrettanto vero che, se il lavoro regolare e normato sta soprattutto dove c’è valore economico, tali dati segnalano un grave problema.

Ne risente anche l’export. Il Lazio, che dipende in gran parte dalle performance romane, esporta meno di altre regioni, a causa di un sistema indirizzato verso il vasto mercato interno di consumo. Negli anni passati si sosteneva che il turismo e la cultura compensassero tale mancanza ma, con la perdita dell’80% dei flussi nel 2020, tale discorso – che vero del tutto non era neanche prima - non è più sostenibile. Per sviluppare una vera industria turistica serve valorizzare la concentrazione eccezionale di siti e monumenti. Invece, tolti Pantheon, Colosseo e Castel Sant’Angelo, gran parte di essi contano numeri irrisori di visitatori e paganti.

Roma è contraddizioni forti e insieme è Capitale, internazionale, caput mundi.

Roma è una delle città più belle e amate al mondo. E’ storia, archeologia, cultura, ambiente e modernità che si fondono in un’identità meta-temporale. E’ per natura la guida della nazione-Italia, come spiegato egregiamente da Camillo Cavour. E’ doppia Capitale, laica e religiosa, ben oltre i confini fisici. E’ crocevia privilegiato di popoli, confessioni, diplomazie, scambi. E’ l’unica metropoli in cui convivono le rappresentanze di 5 soggetti di diritto internazionale, Repubblica Italiana, FAO, Vaticano, San Marino e Sovrano Ordine di Malta. E’ città dell’accoglienza, espressione della civiltà occidentale, che nel Mediterraneo incontra il Sud e lo avvicina all’Europa. Tutto ciò deve comportare ricadute positive su ciascuno dei quartieri e dei municipi, sul centro come sui quadranti più lontani, sui poli industriali e terziari sospesi tra il Novecento che non c’è più e il nuovo millennio non ancora arrivato. Ignorarlo è miope e distruttivo. Sono le molteplici dimensioni costitutive della città che ne determinano l’unicità. Vanno usate da volano, nello sforzo complessivo di trascinare la città reale fuori dalla palude attuale. Impongono agli esecutivi nazionali di non tirarsi indietro su questioni cruciali, status, poteri speciali, finanziamenti.

Margini di ripresa stanno nell’impulso a lavori di cura della persona e del territorio, a un welfare minuto di tipo mutualistico, alla crescita di cultura ufficiale e informale, con cui contrastare povertà, emarginazione, dispersione scolastica. Altri sono legati all’essere Capitale, internazionale, caput mundi. Vanno esplorate entrambe le strade. Forze democratiche, civismo e movimenti, se riusciranno a presentare uno schieramento unitario e a vincere le elezioni, dovranno tenerne conto nell’elaborare una strategia efficace.

* Andrea Catarci, coordinatore del Comitato scientifico di Liberare Roma

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