Il nostro è tra i Paesi più anziani al mondo, seconda solo al Giappone, e per questo è necessario ripensare la casa, le relazioni e il modo in cui si vive la propria quotidianità
L’Italia è ormai stabilmente uno dei Paesi più anziani al mondo, secondo soltanto al Giappone. Un dato che non riguarda esclusivamente l’aspetto demografico, perché coinvolge la società nel suo insieme e la cultura che la permea. L’età media cresce, la quota degli over 65 aumenta e con essa si trasforma il modo in cui le persone immaginano il proprio futuro. Per anni la cosiddetta “età matura” è stata raccontata come una fase fatta solamente di rinunce, poiché implicava, e implica tuttora, una ridotta autonomia, meno mobilità e opportunità per fare delle scelte sicuramente limitate. Tuttavia, ultimamente pare si stia diffondendo una nuova prospettiva con cui guardare alla vecchiaia. In molti parlano infatti di “longevità attiva”, senior living e silver economy, concetti in base ai quali si può vivere più a lungo senza dover rinunciare a ciò che si è sempre fatto, sperimentando persino delle nuove esperienze e ridisegnando, dunque, l’idea stessa di invecchiamento.
Senior living e silver economy: un modo diverso di concepire l’età matura

Quando si parla di senior living il rischio è che si pensi immediatamente alle tradizionali case di riposo. In realtà, il termine fa riferimento a residenze pensate per over 65 autosufficienti che vogliono continuare a vivere autonomamente, magari per brevi periodi, in modo stabile o anche solo per una stagione all’interno di contesti organizzati, sicuri e attivi dal punto di vista sociale. In altre parole, abitazioni costruite pensando seriamente alla qualità della vita quotidiana dei residenti. Non a caso, gli spazi sono progettati come veri e propri appartamenti indipendenti, spesso inseriti all’interno di strutture, hotel e comunità che offrono numerosi servizi. Fra questi, per citarne alcuni, ci sono le aree comuni, svariate proposte culturali o addirittura corsi di ginnastica e percorsi per la cura del corpo. Insomma, attività pensate per arginare ciò che più spaventa chi comincia ad avere una certa età, vale a dire, l’isolamento.

Tale approccio si configura all’interno del crescente fenomeno della silver economy, cioè quell’insieme di attività, servizi e mercati legati alla popolazione over 60 che guarda, oltre alla sanità e all’assistenza, al turismo, all’esigenza abitativa, al benessere, alla tecnologia, alla mobilità e al tempo libero. È un’economia che cresce perché cresce la domanda, essendoci persone più longeve, più attive e con esigenze completamente diverse rispetto alle generazioni precedenti. E in effetti, la stragrande maggioranza dei senior non si riconosce nel modello tradizionale della vecchiaia vista come fase di ritiro, ritenendola, al contrario, una stagione che qualcosa da offrire ce l’ha ancora.
A tal proposito, una ricerca condotta su oltre 400 over 65 italiani ha mostrato come nove intervistati su dieci condividano l’idea che invecchiare non significa rinunciare, ma continuare a vivere in maniera attiva. Lo dimostra il fatto che circa il 70% dei senior organizza viaggi o vacanze lontano da casa almeno due o tre volte l’anno. Un dinamismo eccezionale, che sta cambiando anche il mercato. Sempre più persone cercano soluzioni capaci di coniugare indipendenza, servizi e occasioni di socialità, facendo quindi del senior living una risposta concreta ad esigenze che fino a pochi anni fa sembravano marginali.
A che punto siamo a Roma e nel Lazio

Ciò nonostante, se a livello internazionale questa formula è ormai già consolidata da decenni, in Italia siamo ancora in una fase iniziale. I primi segnali di un cambiamento cominciano a vedersi, soprattutto nelle grandi città come Roma e nel contesto regionale del Lazio, ma c’è ancora parecchia strada da fare. Nella Capitale, ad esempio, la questione abitativa resta maggiormente legata alla “fascia grigia”, cioè a quella parte di popolazione che non ha accesso all’edilizia pubblica e che, al tempo stesso, fatica a sostenere i costi del mercato privato, sebbene cresca l’interesse per il co-housing intergenerazionale e per l’invecchiamento attivo. In particolare, l’idea è quella di creare comunità in cui gli over 65 possano vivere in appartamenti indipendenti, ma all’interno di contesti ricchi di servizi e relazioni sociali.
Al momento, il modello più diffuso è fatto di centri diurni, presidi nei municipi e interventi di assistenza leggera sul territorio, piuttosto che di grandi strutture centralizzate. In questa direzione si inseriscono comunque gli interventi di riqualificazione di centri anziani, spazi pubblici e servizi pensati per rafforzare la socialità di prossimità. Del resto, se oggi si vive più a lungo, tanto vale trascorrere quel tempo vivendo davvero: coltivando passioni, stringendo nuove amicizie e scegliendo luoghi dove sentirsi a casa, senza rinunciare alla propria libertà.

