Un esordio rispettabile nelle intenzioni, interessante in alcune intuizioni visive, ma appesantito da un’autorialità cercata più che conquistata
Con Una storia (Italia, 2026, 107 minuti), Anna Foglietta passa dall’altra parte della macchina da presa. Attrice dalla solida esperienza cinematografica e teatrale, protagonista di numerose commedie di successo e apprezzata per il suo impegno sociale, firma un esordio che la vede anche sceneggiatrice e coproduttrice. Nel progetto figura Valeria Golino, mentre il battesimo internazionale è arrivato all’83ª Mostra del Cinema di Venezia, in concorso nella sezione Orizzonti.
L’ambizione è evidente: raccontare l’esistenza attraverso ciò che apparentemente non accade. Piccoli gesti, abitudini domestiche, silenzi. Peccato che, a forza di inseguire il minimalismo, il film finisca per smarrire ritmo e sostanza. E la quotidianità, osservata troppo a lungo, rischia di trasformarsi in noia.

Il nido vuoto e una coppia che aveva già smesso di parlarsi
Mauro (Guido Caprino) è un operaio, Erika (Alba Rohrwacher) lavora alla cassa di un supermercato. Vivono in provincia, apparentemente uniti, finché la figlia parte per studiare lontano. La casa si svuota e con essa crolla l’equilibrio familiare. Ma il problema non è la partenza della ragazza. È scoprire che quella coppia era già vuota: senza passioni condivise, complicità o autentici interessi comuni.
Erika ha identificato la propria esistenza con la maternità; Mauro non possiede gli strumenti emotivi per sostenerla. Lui nasconde persino la perdita del lavoro, lei tace il proprio disagio. Un’incomunicabilità che affonda le radici anche nei rispettivi rapporti familiari.
La primavera che manca e l’autorialità che non convince
Foglietta cerca un linguaggio personale, ma indulge in soluzioni fin troppo compiaciute: inquadrature immobili su stanze ormai deserte, silenzi prolungati, tempi dilatati. Non sempre la sottrazione produce profondità. Più riuscita la scelta di non mostrare mai i volti dei clienti del supermercato: la cinepresa resta su Erika, prigioniera della propria solitudine. Apprezzabile anche il rifiuto delle scorciatoie narrative. Nessun tradimento consolatorio, nessuna fuga sentimentale: i protagonisti rimangono insieme, persino nell’infelicità.
Il racconto procede per stagioni: autunno, inverno, estate. Manca la primavera. Forse arriva nel confronto finale, costruito attraverso uno schermo diviso, quando i due finalmente riescono a comunicare. È uno dei momenti emotivamente più intensi, ma non riscatta interamente il percorso.

Rimane una domanda: quale urgenza narrativa giustificava questo film? Raccontare persone comuni è una scelta legittima, persino nobile. Ma l’ordinarietà non diventa automaticamente cinema d’autore. E il minimalismo, quando non è sostenuto da una vera necessità espressiva, rischia di essere soltanto un modo elegante per raccontare troppo poco.
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